Carlo_MartiniCarlo MartiniCARLO MARTINI (01/07/1918 – 16/10/1977)
Reduce dal Fronte Russo
2° Reggimento, I Battaglione, 1ª Compagnia Genio Pontieri di Piacenza

Residente a Borgo a Mozzano (Lu)

 

Testimonianza del figlio Marcello, riportata anche in
Dal Serchio al Don solo andata,

di Gabriele Brunini e Marcello Martini,

Vanzi Editore, 2009.

 
"Papà mi racconti la fola della Russia?"

Così ero solito chiedere a mio padre quand’ero bambino e la sera, dopo cena, mi sedevo con lui accanto al focolare mentre mia madre finiva di rassettare la cucina. Era un modo come un altro per passare la serata, la televisione non era ancora entrata nelle case degli Italiani, ed io con quei racconti vagavo con la fantasia e mi trovavo trasportato in mezzo a lontane distese di neve a lottare contro immaginari nemici.

Mio padre mi guardava sorridendo e diceva: "Sì, io te la racconto ma guarda che non è una fola, è la verità."

Cominciava allora a raccontarmi i vari episodi della sua esperienza di soldato, episodi che lo hanno visto a volte testimone e a volte attore. Mio padre aveva inoltre annotato su pagine di quaderno luoghi e date che mi hanno permesso di dare un ordine cronologico ai suoi racconti dei quali ho anche controllato la veridicità storica...

 

Luglio 1941 – Partenza per la Russia

 
Il 30 marzo 1939 fui chiamato alle armi ed assegnato al 2° Reggimento, I Battaglione, 1ª Compagnia, del Genio Pontieri con sede a Piacenza. Facevamo parte del Raggruppamento Genio dell’Armata del Po che comprendeva le Divisioni Pasubio, Torino e Celere “Principe Amedeo duca d’Aosta”. Nel giugno 1940 con lo scoppio della guerra fummo mandati per un breve periodo al Fronte Francese. Nel 1941 fummo mandati anche sul Fronte Jugoslavo. La primavera del 1941 Mussolini venne a passare in rivista le Divisioni (probabilmente aveva già deciso di mandarci in Russia); noi eravamo sui nostri barconi, che erano stati caricati su camion, e quando ci passò davanti alzammo i remi mettendoli perpendicolari in segno di saluto. Già si vociferava di una nostra partenza e ben presto conoscemmo la nostra destinazione: la Russia. Andammo a far parte del Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.).

Il 19 luglio 1941 raggiungemmo la stazione di Alba e salimmo sul treno. La nostra partenza fu salutata da numerose persone che agitavano bandierine, ci fu dato un pacco con vari generi di conforto fra cui anche un panettone, mi sembra che fosse della Motta, che ci fu detto era stato confezionato apposta per l’occasione ma noi, maligni, dicevamo che erano avanzi del Natale. Poi il treno si mosse e cominciammo il nostro viaggio verso il Fronte Russo. In Ungheria facemmo sosta a Budapest dove trovammo la stazione piena di bandiere e fummo accolti calorosamente, attraversammo poi la Romania con tappe a Borsa (24/07/41) e Botosani (25/07/41).
 

Agosto 1941 – Ucraina

 
Entrammo poi in Ucraina dove avemmo il primo assaggio della guerra; il treno si fermò improvvisamente e qualcuno urlò: "Aerei, scappate!" Ci gettammo dai finestrini e ci disperdemmo nei campi circostanti... un aereo russo arrivò veloce, passò due volte sopra il treno mitragliandolo e poi si allontanò. Risalimmo sul treno, sentii qualche lamento ma non ci furono vittime, l’atmosfera era comunque cambiata e per la prima volta pensai alla morte, mi prese un senso di vuoto allo stomaco e per reazione divorai l’intero panettone che c’era stato consegnato alla partenza dall’Italia.
 
Noi soldati del Genio eravamo alle dirette dipendenze del Comando di Corpo d’Armata che c’inviava dove c’era bisogno; il nostro compito era quello di permettere alle truppe e ai mezzi di attraversare i fiumi che percorrono il Sud della Russia poiché i Russi in ritirata facevano saltare tutti i ponti. Il primo intervento consisteva nell’affiancare le barche e unirle con tavole su cui passavano poi le truppe e questo era il momento più pericoloso poiché se il nemico si accorgeva del nostro lavoro cominciava a bombardare la zona. In seguito quando la situazione lo permetteva arrivavano le attrezzature, gru e legname, per costruire un ponte stabile.
 
Il 15 agosto eravamo già all’opera su fiume Bug. I Tedeschi avanzavano velocemente verso Est e noi cercavamo di stargli dietro; io essendo del Genio Pontieri trovavo posto sui camion che trasportavano le nostre attrezzature ma i nostri fanti si spostavano a piedi. Una volta, durante una sosta, vedemmo a lato della strada un carro armato russo che era stato colpito dai Tedeschi, ci avvicinammo incuriositi e guardammo dentro, c’erano ancora i corpi dell’equipaggio. Decidemmo allora di dare loro sepoltura e con nostra gran meraviglia ci accorgemmo che si trattava di quattro donne.
 
Il rapporto con i Tedeschi non era facile, ci trattavano con sufficienza come se fossimo i parenti poveri.

 

Settembre 1941 – Dnepropetrovsk

 
A settembre raggiungemmo il fiume Dnepr. La sponda sinistra, a eccezione di una testa di ponte a Dnepropetrovsk, era occupata dai Russi che avevano fatto saltare tutti i ponti. Il fiume era largo circa mille metri e la corrente era forte perché era stata fatta saltare anche la diga a monte; il nemico sorvegliava inoltre il fiume con la ricognizione aerea e bombardava continuamente la sponda destra dove eravamo noi.
 
Alle otto di sera iniziammo i lavori per il gittamento di un ponte, parte su cavalletti e parte su barche e verso le cinque del mattino nonostante il fuoco nemico avvenne il primo passaggio di rifornimenti per i soldati che erano rimasti isolati sulla testa di ponte e vennero evacuati i prigionieri ed i feriti. Per ventisei giorni e ventisei notti lottammo contro la corrente e i continui tiri russi che colpendo le campate interrompevano il traffico, ci alternavamo con l’altro battaglione e con i pontieri ungheresi. Inoltre bisognava fare attenzione anche ai barilotti incendiari lanciati dai Russi a monte del ponte.
 
Il 28 settembre era il giorno previsto per la grande offensiva e il ponte doveva essere ripristinato al più presto. Il nemico sparava ininterrottamente su di esso con cannoni di grosso calibro per impedire il passaggio ma noi riuscimmo a riparare i tratti più danneggiati e anche ad aumentarne la portata per il passaggio dei carri armati.
 

 
Tra i soldati in attesa di passare su quel ponte c’era anche un bersagliere di Borgo a Mozzano, Ernesto Piria, che ricorda:
 
Vedevo quel gran lavorio che i nostri pontieri facevano su quel ponte mentre le bombe cadevano intorno. Sapevo che fra loro c’era anche il Martini ma non riuscii a vederlo; quando toccò a noi di passare sul ponte lo facemmo di corsa.
 
 
Altra testimonianza è quella del Commendator Brancoli Pantera che all’epoca era fotografo ufficiale dell’Esercito Italiano in Russia e divenne poi Presidente dell’U.N.I.R.R. di Lucca:
 
Ricevetti l’ordine di recarmi subito sul Dnepr poiché i nostri pontieri erano riusciti a compiere un’impresa dove avevano fallito i genieri tedeschi. Quel ponte aveva un aspetto che ricordava una greca tanto era storto. Feci varie foto che poi furono pubblicate in Italia con articoli che esaltavano l’opera svolta dai nostri pontieri.
 
 
Queste operazioni fecero parte della Battaglia di Petrikovka che portò al passaggio in massa delle forze tedesche e italiane ad est della linea del Dnepr. Per questa azione pervenne dal III Corpo d’Armata tedesco il seguente messaggio (da La storia illustrata di tutta la Campagna di Russia di Antonio Ricchezza):
 
Ho visto questa mattina dal mio posto di osservazione del Corpo in quale eccellente contegno i pontieri del R.C. di Spedizione italiano a voi sottoposti hanno chiuso il ponte di chiatte a Dnjepropetrowsk sotto forte, ben misurato fuoco di artiglieria; senza lasciarsi disturbare nemmeno un momento e senza sospendere il lavoro, la costruzione è stata portata a termine con successo. Vi prego esprimere ai pontieri italiani la mia speciale approvazione per il loro esemplare contegno.
Generale di cavalleria August von Mackensen.

 

 

Autunno 1941 – L'avanzata prosegue

 
Ora l’avanzata proseguiva verso il bacino industriale del Donez. Il modo di fare la guerra era però cambiato. I Russi ritirandosi distruggevano tutto e noi trovavamo solo macerie e rovine; si sentiva anche parlare di imboscate fatte dai partigiani e anche a noi durante un trasferimento ci spararono addosso: si trattava di una persona con i capelli bianchi che ci aveva sparato con un fucile da caccia, lo posso dire perché ho visto il suo cadavere.
 
Ma la conferma dell’inferno in cui ci avevano gettati la avemmo mentre attraversavamo un villaggio appena conquistato dai Tedeschi; si udivano ancora qua e là dei colpi di fucile, e vedemmo in una piazza un gruppo di persone davanti a un muro... erano donne vecchi e bambini, davanti a essi c’era un capannello di soldati tedeschi che sembravano parlottare tra loro ma improvvisamente il capannello si aprì rivelando una mitragliatrice posizionata a terra che subito prese a sparare.
Quelle persone cadevano una sull’altra e la mitragliatrice continuava a sparare.
 
Ci guardammo increduli tra noi e ci chiedemmo: "Ma questi sono i nostri alleati? Noi combattiamo con loro?" Circolava voce che, nel caso fossimo stati fatti prigionieri, bisognava far vedere subito le nostre mostrine per far capire che eravamo soldati del Re e non di Mussolini perché i Russi non prendevano prigioniere le Camicie Nere.
Alla metà di ottobre intervenimmo sul fiume Samara consentendo il passaggio delle truppe per occupare definitivamente la città di Pavlograd. Il 27 novembre entravamo a Stalino, che era stata occupata un mese prima.
 

1941-42 – Il primo inverno

 
Intanto era arrivato l’inverno e con esso un freddo mai provato. Era già tanto se potevamo avere un rancio tiepido; il vino ci veniva dato in pezzetti di ghiaccio da sciogliere in bocca... mi ricordo che persino l’urina cadeva al suolo già ghiacciata e bisognava sbrigarsi per le nostre necessità fisiologiche per evitare congelamenti. Ma i Russi erano abituati a quel clima e nel gennaio 1942 scatenarono una grande offensiva che travolse lo schieramento della 17ª Armata [tedesca] e dilagarono nelle retrovie. Uno dei loro obiettivi era interrompere la ferrovia Dnepropetrovsk-Stalino e accerchiare l’intero fronte meridionale.
 

Il Gruppo Tattico Musinu

 
Occorreva proteggere questo tratto del fronte. Purtroppo non vi erano truppe a disposizione, erano impegnate altrove, per cui furono utilizzati tutti i soldati che si trovavano in zona (genieri, telegrafisti, magazzinieri, addetti agli uffici ecc.) e il 28 gennaio partimmo, prima in treno e poi marciando in mezzo alla neve, per la zona assegnataci. Avevamo solo il fucile mod. 91 e qualche mitragliatore.
 

 
Il generale Messe, comandante del Corpo di Spedizione Italiano in Russia, dice nel suo libro La guerra al Fronte Russo:
 
[...] per far fronte alle pressanti richieste tedesche, io non avevo più nulla di cui disporre. Decisi di attingere alle uniche truppe non impegnate, assegnando un gruppo appiedato di Lancieri di Novara, gli uomini dell’inutilizzato gruppo carri L e, molto a malincuore, i due preziosi battaglioni pontieri il I [quello di mio padre], ed il IX. Tutti questi elementi vennero riuniti in un Raggruppamento Tattico denominato Musinu. In totale 1.340 uomini. I nostri reparti piuttosto eterogenei per la verità come i due battaglioni di pontieri, costretti a combattere a piedi come fanti, rappresentavano il vaso d’argilla fra quelli di ferro e vennero inviati nella zona di Meschewaja dove poche Divisioni tedesche dovevano fronteggiare ben venticinque Divisioni russe.

 

Febbraio 1942 – La battaglia di Petrovka

 
Qui giunti restammo per giorni in attesa nelle trincee in mezzo al gelo, con il nevischio che ci sferzava il viso e ci impediva di vedere ma poi cominciarono a piovere cannonate da tutte le parti; stavamo raggomitolati dentro le buche tremando e qualcuno chiamava la mamma. Quando il cannoneggiamento finì ci urlarono di uscire e di prepararsi con le armi... non vedevamo niente attraverso il nevischio che il vento ci gettava in faccia ma ad un tratto udimmo un rumore di motori, erano i carri armati russi che avanzavano.
 
La terra sembrava tremare, non so dire se tremava davvero o se erano le mie gambe; mi dovetti appoggiare al bordo della trincea per non cadere ed ecco che accadde quello che nessun libro o film potrà mai rendere: tra le nostre posizioni cominciò a diffondersi l’odore della paura, era un odore acre e pungente che sapeva di urina e di escrementi, molti avevano perso il controllo del proprio corpo, la vescica e gli intestini cedevano inzuppando i pantaloni. Succedeva anche ai più ardimentosi che fissavano vergognosi i rivoli di urina scendere lungo le gambe.
 
Un ufficiale ci disse di non avere paura poiché lì vicino erano appostati i nostri cacciatori di carri e non li avrebbero fatti passare.
Già i cacciatori di carri... altri non erano che soldati come noi che stavano acquattati dentro piccole buche in attesa che il carro armato passasse loro vicino per poi saltare fuori e cercare di attaccare una mina magnetica alla corazza: ci voleva tanto coraggio e non sempre ci riuscivano.
Quelle erano le nostre difese anticarro.
Per farmi coraggio guardai verso le posizioni tedesche; loro avevano alcuni cannoni anticarro e sperai che qualche colpo l’avrebbero tirato anche dalla nostra parte. Poi per allontanare la paura ci mettemmo a sparare come forsennati contro ogni cosa che vedevamo davanti a noi nell’intento di non far avvicinare nessuno. Avevamo il fucile mitragliatore Breda, la cui canna, dopo un certo numero di colpi, si surriscaldava e diventava rossa rischiando di far esplodere l’arma. Al corso ci avevano insegnato a ritirare l’arma al riparo, indossare gli appositi guanti e procedere alla sostituzione della canna arroventata ma qui non c’era tempo: i Russi erano lì davanti che avanzavano, e allora un soldato a turno correva davanti all’arma mentre gli altri cercavano di proteggerlo con il fuoco dei fucili, a mani nude svitava la canna rovente, la lasciava cadere nella neve ed avvitava un’altra canna, poi si gettava nella trincea immergendo le mani ustionate nella neve mentre il fucile mitragliatore riprendeva a sparare.
 
I Russi continuavano ad avanzare. Una nostra postazione stava per soccombere quando il caporal maggiore Donato Briscese gridò: "Forza pontieri, fanti!" e con il suo esempio ci condusse in un feroce assalto all’arma bianca; con bombe a mano, riuscimmo a salvare i nostri compagni ma una raffica di mitra uccise il caporale (Medaglia d’Oro alla memoria).
La battaglia durò altre otto ore; nonostante il nostro fuoco decimasse le loro file i Russi venivano avanti urlando selvaggiamente e spesso riuscivano a raggiungere le nostre trincee, si accendevano allora furiosi corpo a corpo; i fucili venivano usati come clave, si afferravano le vanghe, i picconi e perfino le pietre, ogni cosa che poteva essere usata come arma. Nella furia del combattimento il cappotto che ti eri stretto addosso per proteggerti dal freddo ti impacciava ora i movimenti e l’elmetto ti ricadeva sugli occhi, si lottava ansimando nella neve. Ad un metro da me c’era l’amico Giuseppe Veracini, era di S. Gimignano in provincia di Siena.
Un Russo con un colpo di sciabola gli aprì il braccio sinistro dalla spalla fino alla mano, si vedevano le ossa attraverso la carne sanguinante, lui urlava disperato mentre il nemico già alzava la sciabola per dare il colpo definitivo, allora io e un altro che eravamo i più vicini ci gettammo letteralmente addosso al Russo...

 


 
A questo punto però mio padre si arrestava, forse non voleva ricordare o forse riteneva che non era cosa da raccontare a un ragazzo. Comunque il Veracini si salvò poiché ho trovato una sua lettera scritta a mio padre il 3 aprile 1942:
 
 
Carissimi compagni vengo dicendovi che da qualche giorno mi trovo nella nostra bella Patria, in un ospedale di un paese vicino a Bologna. Mi trovo bene e il braccio va migliorando, mi contento perché è andata lì che me lo tagliano, certo che per guarire ci vorrà ancora tempo e poi chissà come ritornerà... sentissi che effetto mi ha fatto l’aria della nostra primavera. Penso che all’ospedale dove ero (in Russia) c’era due dita di ghiaccio alle finestre e qua è tutto aperto. Ma spero che anche da voi sia passato il freddo, sarebbe ora. Ed ora ditemi come vi va e dove si trova il Biaggi che non so notizie specie di lui e Marilungo Viviani sapete nulla dove si trova? Insomma in poche parole fatemi sapere come è andata, quanti ne mancano fra feriti e morti. Mi fareste il piacere di dirmi degli amici della nostra Squadra quanti siete rimasti... la mia roba un poco è nello zaino e l’altra te Martini lo sai deve si trova… se vi occorre qualcosa non fate complimenti, lo stesso che ci fossi io... per ora ci tengono lontani da tutti, nessuno può venirci a vedere... tanti saluti e auguri di una prossima vittoria e un felice ritorno a voi miei cari compagni…
 

 
Verso sera l’attacco finì: avevamo resistito... allora si raccolsero i nostri morti che venivano adagiati dietro le linee; non c’era tempo né possibilità di sotterrarli, il terreno era gelato. I caduti russi giacevano sparsi nella neve davanti a noi, ci avvicinammo cautamente a essi per impadronirci dei loro giacconi assai più comodi e caldi dei nostri cappotti e ci accorgemmo che i loro occhi erano obliqui, si trattava di soldati mongoli. Io mi impossessai anche di un parabellum, il mitra russo con caricatore a tamburo che era robusto e non si inceppava mai, e gettai il mio fucile mod. 91.
 
Freddo, vento, neve continuavano a flagellarci. Verso la fine di febbraio, mentre bufere di nevischio gelato ci investivano, gli assalti nemici si susseguirono a ondate successive per tre giorni di seguito. Eravamo stremati, affamati ma continuavamo a resistere. 

A circa una cinquantina di metri da me si muoveva nella neve un carro armato russo, un soldato italiano apparve dietro di lui, gli attaccò una mina magnetica e velocemente scomparve. Un boato, il carro si fermò e ora il motore stava facendo un fumo nero. L’equipaggio sapeva bene che correva il rischio di bruciare vivo ed allora si aprirono i portelli e alcune mani spuntarono in segno di resa, ma non ci fu pietà per loro; sulla torretta si erano già arrampicati alcuni nostri soldati che, forse ancora terrorizzati da quel mostro che veniva verso di loro sputando fuoco e fiamme e con ancora negli occhi i corpi dei compagni da lui uccisi e su cui era passato, cominciarono a colpire quelle mani con i calci dei fucili e a sparare all’interno, vi gettarono poi delle bombe a mano. Un Russo era riuscito a uscire da una botola che si trovava sotto il ventre del carro ma anche per lui non ci fu scampo.

Intanto stavano arrivando i rinforzi, prima i Tedeschi con alcuni carri armati e poi giunsero anche i nostri fanti che ci dettero il cambio. Potemmo così lasciare quell’inferno e ritornare a Stalino dove giungemmo il 4 marzo... ma molti nostri compagni non erano più con noi. La battaglia continuò ancora investendo varie località: Fedorovka, Jelenovka, Nikolajevka, la vallata del Samara e Izjum... ma i Russi non riuscirono a sfondare il fronte.

 

Marzo 1942 – Decorazione sul campo

 

Il 31 marzo alcuni di noi che si erano particolarmente distinti vennero decorati sul campo e ci fu letto un messaggio del generale Messe. Eccone una parte:

 

Voi non eravate destinati a combattere da fanti, ma come i fanti avete dimostrato di sapere combattere. Siete dei magnifici soldati e degli ottimi combattenti. Avete largamente pagato con il vostro sangue questo onore. Numerosi sono stati i vostri caduti, i vostri feriti. Nessun reparto di fanteria, per quanto addestrato ed allenato, avrebbe saputo compiere il proprio dovere, in una tale circostanza, più di voi e meglio di voi. Poche volte, pur nel succedersi delle più varie situazioni di cui questa campagna dà frequenti ed ardui esempi, si sono verificati così difficili momenti. Voi avete vinto superando straordinarie difficoltà, incuranti dei pericoli, gareggiando in valore con le magnifiche truppe alleate. Avete assolto nel più brillante dei modi i compiti che vi erano stati affidati in un settore ed in momenti che facevano veramente tremare le vene ed i polsi… avete dimostrato che il soldato italiano vale i migliori soldati del mondo. Si può essere fanti, artiglieri, bersaglieri, alpini, camicie nere, pontieri, cavalleggeri, radiotelegrafisti, ma noi vogliamo soprattutto saper essere, cosi degnamente come voi avete dimostrato, soldati d’Italia, pronti ad ogni evento, vittoriosi sempre, contro chiunque, dovunque!

 

ma noi ascoltammo tristi con gli occhi bassi. 

 

Dopo qualche tempo andammo al cimitero dove erano stati portati i corpi dei nostri compagni caduti domandandoci il perché di tutto questo.
 

Aprile-Novembre 1942

 
In primavera ricominciarono lo operazioni militari... a luglio eravamo sul fiume Donez e venimmo a sapere dell’imminente arrivo dall’Italia di nuove truppe; questa volta si trattava di alpini, che furono schierati sul Don più a nord di dove eravamo noi. Ormai non si sentiva parlare più di grandi avanzate ma di battaglie difensive, i Tedeschi comunque erano convinti di poter ancora vincere la guerra. A settembre sentimmo per la prima volta parlare di Stalingrado, una città più ad est di dove eravamo noi, e vedemmo passare colonne di Tedeschi dirette in quel luogo; si diceva che era in corso una grande battaglia.
 
Dal 15 ottobre al 28 novembre 1942 fummo impegnati per la costruzione di baracche a Medova e sulle rive del Don; le baracche dovevano servire come ricoveri invernali per le truppe; e poi ritornammo a Luganskaia.
 

 
Mio padre aveva annotato su pagine di quaderno luoghi e date ma queste annotazioni si fermano qui; ultimo contatto con l’Italia fu una cartolina che raffigura la Madonna del soldato, venerata nella cappella di Venezia in Borgo a Mozzano, che due suoi nipoti, Osmano e Osmana Boschi, gli scrissero dicendo tra l’altro: "… sempre coraggio che sarai vittorioso…" e che lui ha sempre conservato.

 

Dicembre 1942 – La ritirata

 
Nel dicembre 1942 cominciammo ad avere il sentore che qualcosa non andasse; da Stalingrado giungevano notizie contraddittorie, i rifornimenti erano sempre più scarsi... finché ci dissero che bisognava ritirarsi perché i Russi avevano sfondato il fronte; non fu un ripiegamento organizzato, ma solo un "Si salvi chi può!"
 
Raccogliemmo in furia quel poco che potevamo portare con noi e ci incamminammo in mezzo alla neve; quei pochi mezzi di trasporto che c’erano erano Tedeschi ed erano spariti con loro. Ben presto, oltre al freddo, cominciammo a patire la fame; cercavamo di far durare il più possibile quelle poche gallette che avevamo, vidi dare la caccia ai cani e ai gatti per poterli mangiare e qualcuno più disperato mormorava: "Chissà se anche i topi..."
Mi dispiace dirlo ma avevamo perso il rispetto di noi stessi; quando qualcuno cadeva ucciso, o dal nemico o dal freddo, era subito un accorrere attorno a lui per levargli quelle poche cose che potevano ancora servire: gallette rinsecchite dalle tasche, vestiario di lana, guanti, calzini ma soprattutto gli scarponi, se li aveva, perché molti camminavano ormai nella neve con i piedi fasciati da pezzi di coperta.
Con quelle temperature così basse lo scarpone di cuoio che avevamo non era adatto, la tomaia diventava fragile, non si piegava, e si rompeva facilmente. Ho visto soldati accendere fuochi sotto le gambe ormai rigide dei caduti nel tentativo di sfilare da esse gli scarponi.
 
Venimmo attaccati più volte da uomini a cavallo che ci caricavano urlando, cercavano di uccidere il più possibile e poi scomparivano... dicevamo che erano cosacchi ma chissà chi erano.
Una sera stavamo stretti in un'isba per scaldarci l’un l’altro; con noi c’era un maresciallo dei Carabinieri che bevve da una borraccia contenente cognac; sentimmo l’odore, e nonostante i nostri sguardi supplichevoli fece finta di niente e si mise a dormire.
Nella notte riuscimmo ad impossessarci di quella borraccia, era quasi piena di liquore. Ce la dividemmo e ben riscaldati ci rimettemmo in marcia senza svegliare il Carabiniere.
 
Una volta cominciai ad accusare sintomi di congelamento ai piedi, camminavo a fatica, e cominciai a temere il peggio, entrai in un’isba dove c’era un’anziana coppia e mi tolsi i calzini per massaggiarmi; la donna vedendo in che condizioni erano i miei piedi si alzò le maglie mettendo a nudo i seni, mi prese i piedi e cominciò a strusciarli sul suo petto, quel massaggio fece tornare un po’ di calore nei miei arti. Borbottai qualche parola di ringraziamento sperando che potesse capire. Lei non disse niente: accennò solo a un sorriso... dopo un po’ di tempo potei riprendere il cammino.
 

 

Per questo mio padre diceva: "Io non posso parlare male dei Russi, facevano il loro dovere, difendevano la loro Patria, eravamo noi che non dovevamo essere lì. E poi mi hanno salvato la vita."

 

Febbraio 1943 – Il rientro in italia

 
Per mesi la sua famiglia, come quelle di tanti altri, attese con angoscia notizie dalla Russia ma non arrivava niente; l’intera Armata italiana era scomparsa. Una nuova linea difensiva era stata approntata dai Tedeschi a 350 chilometri a ovest del Don; davanti a questa linea cominciarono ad apparire, alla fine di gennaio 1943, coloro che erano riusciti a sopravvivere a quella lunga marcia lottando con un freddo che raggiungeva i 40 gradi sotto zero, con la fame e con i continui attacchi russi.
 
Mio padre fu fra quei fortunati ma tanti, troppi, giovani come lui scomparvero per sempre diventando un tutt’uno con quella terra che qualcuno aveva mandato a conquistare. Dal Foglio Matricolare di Martini Carlo, alla data del 10 febbraio 1943, leggo: "Giunto al campo contumaciale n. 106 di Udine."
 
La sua famiglia non sapeva ancora niente fino a che, ricorda la sorella Pia:
 
Non ricordo il mese ma era un giorno caldo e io indossavo un abito leggero... insieme a mia madre facevo la coda davanti al macello del Marchesini, oggi del Menchini, per prendere quel poco di carne che la tessera permetteva. A un tratto sentii un rumore come di zoccoli di legno che battevano sulle pietre della strada... quel rumore si avvicinava sempre più e anzi ora sembrava accelerare il ritmo. Mi girai incuriosita e mi trovai davanti mio fratello Carlo. Era tornato! Con gli zoccoli ai piedi ma era tornato!
 
Alla bandiera del 2° Reggimento Pontieri per il I Battaglione Genio Pontieri (quello di mio padre) fu concessa la Medaglia di Bronzo al Valor Militare con la motivazione:
 
Dopo aver dato abile contributo, nonostante l’intenso fuoco dell’artiglieria e l’azione degli aerei nemici, al riattamento del ponte di Dnjepropetrowsk, importante via di transito per l’alimentazione della battaglia di penetrazione verso il Donez, assicurava a Divisione d’avanguardia il tempestivo e sollecito passaggio di Woltschja, pur sotto la diretta reazione di fuoco di retroguardie avversarie. Chiamato, in una fase incerta della lotta difensiva, a contenere l’urto di ingenti forze nemiche, gettati gli attrezzi e impugnati i moschetti, si scagliava con l’impeto e la bravura dei fanti sull’avversario, arginandone in concorso con altre truppe la pericolosa penetrazione e documentando, nell’ampiezza di sacrificio cruento, la sua abnegazione ed il suo valore.
Fronte Russo (Dnjepropetrowsk. Salawianka), agosto 1941-maggio 1942 XX 
 
Ho voluto riportare la testimonianza di mio padre non perché lo consideri un eroe... non lo era e né si considerava tale. Aveva due Croci al Merito di Guerra ed una decorazione particolare chiamata Croce di ghiaccio ma non le ostentava mai quando andava alle adunate dei reduci. Quando una volta gli chiesi perché gliele avevano date mi disse semplicemente: "Mah, per qualcosa me le avranno date!"
Era un giovane che, come tanti altri, avrebbe voluto godersi la giovinezza e farsi la fidanzata. Non lo poté fare perché, come tanti altri, indossava una divisa e gli fu ordinato di partire per fare grande l’Italia. 

fine