MontaniEnrico Montani in Russia

Memorie del Sergente Maggiore Enrico Montani.
1° Reggimento Pontieri,
IX Battaglione,
22ª Compagnia.
Reduce di Russia

Introduzione

La generazione dei giovani che hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale non ha conosciuto le addomesticate esperienze dei giovani d'oggi: le gite scolastiche, i viaggi studio, gli interrail. Ben altri viaggi le furono riservati: verso i fronti di guerra dove avrebbe vissuto esperienze magari inziate con lo stesso entusiasmo di una gita turistica, ma che presto si sarebbero rivelate tragiche ed estreme.

Quando  talvolta riemerge  tra  antichi documenti di famiglia un racconto di quei viaggi, ci scopriamo più vicini di quanto si possa immaginare a quella gioventù a cui tanto si è chiesto e che tanto ha saputo dare.
La famiglia Montani ci ha concesso il privilegio di conoscere il taccuino di viaggio del Sergente Maggiore Enrico. Vi si registrano giorno per giorno la cose notevoli, da quando per lui, ragazzo di 25 anni, la vita è divenuta 'come un romanzo', cioè da quando con il  IX Battaglione Pontieri è andato alla guerra, prima sul Fronte Occidentale, poi in Jugoslavia e infine in Russia.
Enrico aveva imparato le conoscenze di base nel breve corso delle scuole elementari, ma possedeva raffinate abilità pratiche conquistate alla scuola del padre pescatore e barcaiolo. Così nei Pontieri ha potuto raggiungere il grado di sergente maggiore. Nelle sue note gli interessa descrivere la quotidianità della vita, le persone incontrate, soprattutto le popolazioni locali, i paesaggi, il clima terribile e grandioso della steppa russa, la vita noiosa di routine,  i combattimenti assordanti e sanguinosi  e le soluzione estreme per la sopravvivenza in prima linea. Egli annota con cura i percorsi di viaggio, i paesi, gli alloggi, gli ospedali da campo. Non servono artifici letterari per calarci nella situazione di chi annota, bastano i fatti ed un semplice 'giornata nera', accanto al racconto. Questo libretto è avvincente proprio 'come un romanzo', ma è anche un prezioso documento per  ricostruire gli avvenimenti dell’inverno 1942-43, di cui, a causa delle tragiche condizioni in cui avvenne la ritirata,  non rimangono che rare testimonianze, frammentarie ed incomplete.

 

Luisa Segato

 

Note biografiche

Enrico Montani nasce a Piacenza il 22 luglio 1915 da Alfredo e da Antelmi Carolina.
La famiglia, che comprendeva anche tre soreIle, risiedeva nel comune di Castelvetro  Piacentino e precisamente nella località di Mezzano Chitantolo che si trovava sulla statale per Cremona a poca distanza dal ponte sul fiume Po, (località che non esiste più in quanto incorporata nel comune di  Castelvetro Piacentino).
Il padre esercitava la professione di pescatore sul fiume Po e con il suo lavoro riusciva a mantenere tutta la famiglia; la madre era casalinga.
Enrico frequenta le scuole elementari che termina regolarmente. Non prosegue negli studi. Fin da bambino aiuta il padre nel suo lavoro e così impara a conoscere il fiume e a condurre l’imbarcazione da pesca.
Arriva il momento di adempiere al servizio militare: è stato soldato di leva nel Distretto di Piacenza e congedato nel 1935. All’epoca la sua professione era quella di “barcaiolo”.
Fu richiamato alle armi nel 1937 e nel 1940 nel 1° Reggimento Genio Pontieri.
Ha partecipato alla Campagna di Russia nel 2° Reggimento Genio Pontieri - IX° Battaglione, 22ª Compagnia, negli anni 1941-1943.
È stato uno dei fortunati che ha potuto fare ritorno in patria nel febbraio del 1943.
Gli è stata riconosciuta la “Croce al Merito di Guerra”.
Enrico Montani durante la sua permanenza in Russia scrive un diario utilizzando un quaderno scolastico russo.
Quel diario è stato custodito gelosamente dalla famiglia fino ad oggi e grazie al figlio Ezio possiamo pubblicarne il contenuto:
Nell’aprile del 1944 sposa la sua fidanzata Franzoni Elide, colei che l’ha sempre atteso. Dal matrimonio nascono due figli: Ezio (1945) e Massimo (1950). Nei primi anni Cinquanta trova lavoro a Piacenza e trasferisce la famiglia. La guerra è ormai alle spalle (ma i ricordi restano), il lavoro non manca,i figli crescono, studiano, si sposano ed Enrico può così raccontare ai suoi nipoti le vicissitudini del suo passato di soldato con la speranza che quella che lui ha vissuto sia stata l’ultima guerra.
La sua vita terrena termina il 16 luglio 1994.

 

Io dovrò essere tra loro

 
Estratto dalla pubblicazione RICORDI DEI PONTIERI ITALIANI IN RUSSIA 1941-1943, edito presso le grafiche Mazzucchelli di Milano (ed. maggio 1987) a cura di Angelo Basile.
 
Giugno 1941

La campagna jugoslava è per me terminata, e con un permesso di 48 ore faccio ritorno in Italia ad ab­bracciare i miei cari, la fidanzata, i nipotini. Ho la sensa­zione che sia l'ultimo abbraccio, la Russia attende i soldati italiani.
IO DOVRÒ ESSERE TRA LORO!
Due giorni di duro lavoro servono per caricare materiali e automezzi sui pianali dei carri ferroviari; alla fine autorità politiche di Trieste con a capo il Federale in pompa magna vengono a farci auguri per la nostra sorte offrendo pacchi dono contenenti indumenti e viveri di conforto. Nel mio pacco trovo anche l'indirizzo di chi l'ha confezionato: una graziosa ragazza di 16 anni che sarà madrina di guerra per diversi mesi.
Il 28 luglio ha inizio il mio viaggio verso il fronte russo. Il IX Battaglione Pontieri di Verona, presso il quale sono in forza dall'anno della sua formazione (1940), si muove da Villa Opicina; attraversa l'Austria, Ungheria e fa sosta a Budapest.
Il tempo di dare uno sguardo al meraviglioso ponte sul Da­nubio, alle acque del fiume, alle sue rive, ai suoi palazzi che lo costeggiano e, con la popolazione che acclamava a gran voce «Italien italiane», offrendo fiori e generi di ristoro, si riparte. Si giunge in Romania e dopo cinque giorni di fati­coso viaggio il treno scarica soldati, automezzi e materiali alla stazione di Borsa.
Piove e fa freddo, il ricordo di casa rende ancora più triste la ripresa del cammino che prosegue verso il fronte in au­tocolonna. I Carpazi, avvolti nel buio della notte e nella fitta nebbia, fanno da primo duro ostacolo al nostro cammino, ma il giorno ci regala un tempo migliore e, nell'ammirare i paesaggi rumeni e i costumi strani della popolazione, si giun­ge a Bucecea dove si fa una sosta di tre giorni.
 
7 agosto - Si riprende il viaggio attraverso l'immensa deso­lata Ucraina. Le difficoltà da superare sono enormi, in quan­to le piste in terra battuta sono rese impraticabili dal fango che le ricopre, tanto che in alcuni punti gli autocarri devono essere trainati dagli uomini. La fatica, la fame non raffor­zano certo il morale e in queste condizioni si raggiunge Wradjewka. Qui lo scenario cambia, non più bei palazzi, gente pacifica, ma case distrutte, treni bruciati alla stazione, au­tocolonne incendiate, gente impaurita e scossa, morti. Tra i bagliori del fuoco che rischiarano il buio della notte, si odo­no i primi colpi di artiglieria. Alcuni giorni di sosta ci per­mettono di ritemprare le nostre forze, anche se nell'accam­pamento non mancano sia il lavoro che il regolare servizio.
 
L'autocolonna si rimette in moto, ci si imbatte sempre più spesso con le distruzioni provocate dalla guerra: automezzi distrutti, cavalli morti, paesi interi rasi al suolo, colonne di prigionieri russi di età variante fra i 15 e i 60 anni avviati ai campi di concentramento tedeschi.
Stiamo attraversando una zona collinare ricoperta di bo­schi: ad una curva mi si presenta uno spettacolo terrificante: un'autocolonna russa composta di oltre duecento automezzi leggeri, sorpresa da Stukas, era stata completamente di­strutta. L'azione degli aerei era stata così rapida che nessun autista aveva fatto a tempo a mettere piede a terra, finendo così car­bonizzato insieme all'automezzo che guidava. Lo spettacolo mi fa inorridire, cerco di non pensare al fu­turo, il morale è già scosso abbastanza.
 
30 agosto - La colonna giunge nelle vicinanze di Dnieproperowski. È un bel pomeriggio assolato e caldo, ma tutto in­torno è un continuo rimbombare di colpi di cannone e di bombardamenti aerei. Cerco disperatamente un posto un po' tranquillo tra i faggi per scrivere a casa; devo desistere. La notte del giorno seguente, il Ten. Zuliani mi vuole con lui. Insieme al Colonnello Montaretto ed altri dobbiamo andare in ricognizione sulla sponda destra del Dnieper onde poter trovare un luogo adatto per la gittata del ponte in barche. Il tragitto per arrivare alla sponda si presenta molto diffi­coltoso perché bisogna attraversare la città che in quel mo­mento era costantemente sotto il tiro incessante dell'arti­glieria russa. I palazzi e le fabbriche erano in fiamme e le strade interrotte dalle macerie ostacolavano il transito del nostro mezzo.
Il fuoco rischiarava la notte serena. Trovammo il luogo adatto per l'attacco del ponte e tornammo all'accampamen­to nel bosco. Così ebbi il battesimo del fuoco in terra russa. Sulla sponda opposta era l'inferno!
Verso la mezzanotte alcune bombe cadono nelle vicinanze e una dozzina di Pontieri rimangono feriti.
Comando la squadra barcaioli e, con l'aiuto di Contardi, mi prestai ai primi soccorsi. Un soldato ferito gravemente mo­rirà il giorno seguente. Dopo circa due ore di estenuanti fa­tiche, i primi automezzi transitano sul ponte verso la sponda sinistra.
Si fa ritorno all'accampamento per riposare.
 
È l'alba del 5 settembre, il ponte viene colpito da alcune granate e distrut­to per circa una trentina di metri.
Di giorno occorre recuperare il materiale ancora efficiente portato via dalla corrente e, durante la notte, riparare la parte distrutta.
Nel pomeriggio del 14 settembre, nell'ora in cui negli anni precedenti la guerra andavo a ballare, per la festa del paese, con il mio plotone mi muovo dal bosco dove siamo accam­pati per raggiungere il ponte in autocarro.
Giunto in periferia della città, apparecchi russi lasciano ca­dere il loro carico di bombe, alcune cadono su di un reparto di Pontieri; un morto e cinque feriti. Abbandoniamo il mez­zo per ripararci alla meglio, inciampo e cado, guardo e vedo il piede di un mio soldato seppellito sotto delle macerie. Solo durante la notte fu possibile lavorare sul ponte; l'artiglieria russa non dava tregua. Durante il lavoro ci fu un ferito gra­ve, tanti soldati morti da parte tedesca. Morti anche prigio­nieri e civili russi che una squadra di tedeschi trasportava a riva con un traghetto.
Quella notte con il compaesano Contardi bevemmo un'inte­ra bottiglia di vodka.

Il giorno 23, durante una delle tante operazioni di recupero, con un plotone di uomini vengo preso di mira dall'artiglie­ria russa. Compreso il pericolo, pensai di raggiungere imme­diatamente la riva con il fuoribordo ordinando agli uomini di salire a bordo.
Pochi minuti dopo una granata esplose nello stesso punto in cui noi stavamo lavorando. Il Colonnello Montaretto, dal suo osservatorio, seguì i nostri movimenti; ebbi un encomio. Il ponte oltre che servire alle truppe italiane, era transitato da tedeschi, ungheresi, romeni, croati e prigionieri russi e civili.
Era uno spettacolo impressionante, ma di troppo breve du­rata per essere goduto. Ogni giorno era teatro di scene pie­tose. Alcuni cadevano in acqua e venivano travolti dalla cor­rente; salvarli era impresa disperata.
Così fu per 34 giorni: durante questo tempo il ponte subì ben 38 bombardamenti.
 
7 ottobre - Mentre imperversava una violenta bufera di ne­ve, il ponte fu ripiegato poiché nel frattempo i tedeschi ave­vano riparato quello in muratura. In città intanto la vita ri­prendeva; gran parte delle case avevano subito la violenza della guerra.
Con gli amici Dalla Piazza e Bertucco facciamo un giro: qualche locale, ma di poco conto, era aperto. La popolazione non sapeva di che nutrirsi, scarseggiavano i viveri e le me­dicine; comincia a manifestarsi la borsa nera. È già inverno, la temperatura precipita di molto sotto lo zero, nevica pra­ticamente ogni giorno.
È impossibile vivere in tenda e troviamo riparo in una ca­serma russa. Hanno ricominciato a circolare anche i tram: saliamo. Ad una fermata una bella ragazza ci sorride, ci sa­luta; ci avviciniamo e, a gesti più che a parole, ci invita a casa sua.
Una bella casa, vive con i genitori e un fratello minore; ci offrono thè e miele con noci. Il padre faceva il dentista, lei studiava medicina all'università di Mosca. Nonostante avesse solo vent'anni era sposata. Il marito naturalmente era al fronte. Fummo invitati a tornare. Quando ci è consentito, torniamo a fare visita alla famiglia anche per sentire un po' di musica. I viveri scarseggiano, non hanno pane; i tedeschi distribuiscono pane ai civili muniti di carte annonarie rila­sciate a chi prestava la propria opera per la ricostruzione della città.
Mi chiedono se mi è possibile procurare loro un po' di pa­ne, naturalmente dietro pagamento. Il padre apre una cassa e, con stupore vedo che è piena di rubli. A fatica riesco a comprare alcune forme di pane. Alcuni giorni dopo il padre viene incarcerato e successivamente ri­lasciato; la stessa sorte subisce la madre. Andiamo alle car­ceri per sapere notizie: sono ebrei.
Dopo qualche giorno scompare la figlia; non l'ho più rivista. Il fratello mi disse che di notte era solita attraversare il fiu­me ghiacciato per tenere contatti con partigiani russi. Anche noi non tornammo più a ritrovare quella famiglia, avevamo paura di comprometterci. Ci dispiaceva soprattutto per la calda ospitalità che ci era stata data e per la musica che si ascoltava, così diversa da quella che da mesi rintronava nelle nostre orecchie.
 
Non solo i civili, ma anche noi stiamo attraversando un periodo poco soddisfacente, siamo aggre­gati ad un Comando tedesco, per l'impossibilità di raggiun­gere la nostra sussistenza. La razione è di cento grammi di miglio, con l'aggiunta di cinque grammi di condimento a testa. Alla sera una forma di pane tedesco e una scatola di 1 kg. di sangue di bue cotto ogni sette persone, qualche li­mone congelato. Sarà così per diversi mesi. Ogni tanto si ripete il miracolo: un blocco di ghiaccio fatto sciogliere ritorna vino. Nel frattempo il Colonnello Monta­retto, Comandante di Battaglione, era costretto a rimpa­triare causa una grave malattia. Perdiamo non solo un ot­timo Comandante, ma anche un padre stimato e amato. Sia­mo prossimi a Natale. Dopo la Messa seguita da una breve cerimonia, il Capitano Bonsi consegna onorificenze a quanti si sono distinti durante le operazioni sul fiume Dnieper. Fa molto freddo, la temperatura oscilla dai ventuno ai trenta­due gradi sotto zero. Con la scorta di venti uomini mi devo recare a Petropawlowka per il recupero di alcuni automezzi guasti bloccati nella morsa del gelo.
Nevica. La strada, o meglio la pista, è impraticabile, spesso dobbiamo a fatica rimettere in carreggiata il nostro auto­mezzo. Il percorso ci obbliga ad attraversare per una qua­rantina di chilometri la foresta nelle vicinanze di Pawlograd, nella quale si nascondevano formazioni di partigiani. Il Ca­pitano Bonsi mi consigliò di attraversarla col buio. Arrivia­mo a destinazione a tarda sera. La solita disorganizzazione.
Troviamo riparo in un capannone senza porte né finestre. Il solito fusto fungeva da stufa, ma usciva più fumo che fuoco.
Da mangiare non c'era niente di caldo. Nevica, vento forte, solita glaciale temperatura. In questa situazione è consiglia­bile che l'autista si riposi nella cabina dell'automezzo con il motore in moto al minimo.
Non potevo immaginare che il Colonnello che comandava il presidio del paese potesse udire il motore in moto durante la notte. II mattino seguente fui convocato al Comando.
Durante l'interrogatorio con frasi di insubordinazione, risposi al Colonnello che dovevo percorrere con mezzi trainati oltre 150 km, con piste impraticabili e zone insidiate da partigiani. Spiegai che era mio desiderio arrivare non a notte inoltrata. Mi fece un sonoro rapporto.
Non nevica più; anche il freddo è meno intenso di ieri. Que­sto ci facilita il viaggio di ritorno. Mentre mi recavo dal Ca­pitano Bonsi per riferire sull'accaduto, fui informato che due ore dopo la nostra partenza da Petropawlowka la ca­valleria cosacca, infiltratasi nel paese, aveva causato morti e feriti. Lo stesso Colonnello aveva riportato ferite.
Un'altra notizia spiacevole: il Capitano Bonsi è stato rico­verato in ospedale per malattia; dovrà essere rimpatriato.

Siamo adibiti ai più svariati lavori di rifacimento. Nella notte del 18 marzo 1942, in aperta campagna presso Pawlograd, stiamo scaricando munizioni da un treno. Il freddo era in­sopportabile e chiesi un po' d'acqua calda della locomotiva al macchinista, un civile russo, volevo ristorarmi, non ce la facevo più.Verso l'alba mi svegliai e mi ritrovai in una casupola gremi­ta di soldati tedeschi e di civili. Chiesi come e perché mi trovavo in quel locale. Il macchinista, accortosi che ero stato colpito da un principio di congelamento, mi fece por­tare al caldo.
Grazie buon uomo, senza di te non sarei qui a raccontarlo!
 
Finalmente il sole; siamo alla fine di aprile, però in terra c'è ancora molta neve. Il medico sconsiglia di stare al sole, è da molti mesi che non lo si vede. Passano pochi giorni e poi tanti si ammalano, causa il lungo inverno e il denutirimento. Non riesco a farmi ricoverare in ospedale malgrado mi ven­ga riscontrata la faringite, principio di ulcera allo stomaco e una lacerazione della carne provocata dalla scabbia. Dopo vari tentativi infruttuosi, pensai che l'unica soluzione era quella di scrivere a casa e chiedere i documenti per sposarmi. Erano cinque anni che avevo la fidanzata, ma ci eravamo visti nei periodi di licenza o di permesso. Temevo di non vederla più! Quando mi arrivarono i documenti, le licenze erano sospese causa la ripresa delle operazioni nel bacino del Donez.
Malgrado l'interessamento del nuovo Comandante del Bat­taglione, Maggiore Rinaldi, non fu possibile rimpatriare. La delusione più grande la provai quando vidi l'ultimo treno che andava in Italia.

Agosto 1942 - Olgowirog. Oltre Millerovo avevamo costruito un ponte a cavalietti su un torrente. Il giorno 25 viene data partenza immediata per la linea, non come pontieri, ma co­me aggregati al 79° Reggimento Fanteria, Divisione Pasubio. Il giorno seguente ci troviamo a Kalinski sul fiume Don. L'accoglienza non è affatto delle migliori: colpi di artiglie­ria, mortai, katiusce, mitraglie. Un apparecchio cade in fiamme. Feriti che urlano, civili che fuggono, case incen­diate. È comprensibile il trauma che ognuno di noi subì in quel momento. Per ben tre giorni ci lasciarono senza rancio. Finalmente all'alba del quarto arrivò da mangiare: la ra­zione era di tre giorni e per tre persone. II soldato Serena, mentre il Caporale Tirelli ed io ci trova­vamo in postazione, si mangiò tutto quanto. Abbiamo i pri­mi feriti.
 
31 agosto - È l'alba e pioviggina; dietro un cespuglio vedo un soldato russo. È disarmato e vuole parlarmi; mi chiese se Berlino era ancora lontana, andava a casa. Abitava a Krasnadar nel Kazakistan. Mi fece una gran pena.
 
Il nostro motto è «La gloria arride sull'altra sponda». Non siamo abituati alla vita di postazione. Si continua intanto a parla­re di cambio, ma i giorni passano, le file si assottigliano. Siamo in settembre; almeno il tempo è clemente, la tempe­ratura è fresca di notte, ma di giorno si sta bene. Aspettia­mo con ansia le due pomeridiane quando arrivano alcuni nostri caccia a mitragliare le linee russe, noi approfittiamo per tirare il fiato.
Sembra ormai una cosa abituale. Sul calare della sera si sen­tono i russi a parlare e cantare; è sicuro che durante la notte non daranno tregua.
Nella notte del 5 ottobre, mentre sto per dare il cambio alla vedetta, una grossa pattuglia russa ci attacca sulla destra; si scatena un inferno, abbiamo alcuni feriti.
 
11 ottobre - Pomeriggio, sto riposando nella buca fatta a T, con me c'è un altro soldato. I russi riprendono a sparare con mortai e artiglieria, la terra trema, ci crolla addosso. Vorremmo uscire per non rimanere sepolti vivi. La linea è illuminata a giorno con i razzi. Le pattuglie raggiungono le nostre posizioni a carponi, si soffre la fame, ma molto di più si patisce la sete. È il mio turno alle cucine e, con una squadra di soldati, dobbiamo portare il rancio in prima linea e sempre di notte. Finalmente posso bere a sazietà, sbarbar­mi e lavarmi. Mi sembra di rinascere. Noto la presenza di qualche intruso...

È sopraggiunto così il secondo inverno: ogni giorno che passa pesa sempre di più. Comincia a nevicare. I russi non concedono tregua, ogni notte abbiamo perdite. Anche il freddo miete le sue vittime. Le speranze di rimpatriare, di abbandonare quell'inferno, di non vedere più gli orrori di una guerra crudele, sfumano ogni giorno sempre di più. Alla fine di ottobre i bersaglieri ci danno il cambio. «Avvicendamento». Quante volte si è ripetuta questa pa­rola. La Compagnia si riunisce a Padgoria, un paesino si­tuato come tanti altri, in un'ansa del Don.

1 novembre - S. Messa. Il Capitano Barbetta comunica le perdite subite durante i conflitti degli ultimi due mesi; sono tante, troppe. Il Generale Tirelli, al termine della cerimonia, ci informa che saremo «avvicendati».
 
2 novembre - Trasferimento oltre 200 km. a Garmaschenka, in attesa di rimpatrio. Col freddo e la neve i topi hanno fatto ritorno nelle case; è capitato di trovarne qualcuno cotto nel minestrone.
Trasferito a Prosciani, un agglomerato di case vicino alla strada per Kantemirowka con l'ausilio di civili, devo prov­vedere a tenere sgombra la strada dalla neve.
 
11 novembre - [Il] lavoro è tutt'altro che facile in quanto continua a nevi­care e i civili non collaborano con tanta facilità; la zona inoltre è frequentata da partigiani.
 
12 novembre - Con il mio plotone devo ritornare in linea. La tappa è lunga, devo raggiungere il 30° Raggruppamento Artiglieria per lavori di fortificazione in un bosco oltre Getraide.
Dobbiamo costruirci un giaciglio, come al solito sottoterra, poiché non c'è altro modo di ripararci dal freddo. Durante il giorno si lavora sulle rive del Don in condizioni disagiate, mentre i russi ci tengono compagnia con la solita musica. Di notte i pidocchi non ci lasciano dormire. Gli Artiglieri sono avvicendati tra loro; ho trovato qualche piacentino e mando mie notizie a casa. Sono cinquanta giorni che non ricevo posta: qui siamo co­me fuori dal mondo.
Non avevo nessun ufficiale a cui rivolgermi; mi angustiava il pensiero di non aver notizie sulle precarie condizioni di salute di mia madre.
Amara è l'esperienza di avere già trascorso l'inverno prece­dente in Russia; oltretutto, devo tenere alto il morale a chi ha perso la speranza di ritornare in Patria.
 
18 dicembre 1942 - Verso mezzogiorno dal telefono sento una voce: «Siamo circondati, abbiamo i russi alle spalle a circa 100 km.».
«In Russia esiste la parola arrangiarsi»; questa è la risposta ad una mia domanda. Comincia la riti­rata. A piedi ci dirigemmo a sud.
A Kantemirowka trovai altri della mia Compagnia; i russi erano già in periferia con i carri armati e sulla cittadina ar­rivavano bombe da ogni parte.
Del Serg. Maggiore Graziani, del furiere Bertoli non seppi più nulla; con Tirelli e Contardi ci trovammo dopo diversi giorni.
Conoscendo la strada, vado verso Tscerkowo: è un caos, si salvi chi può, tutti cercano di uscire per non rimanere ac­cerchiati.
Le strade sono ingombre di uomini e mezzi; qualcuno viene investito e schiacciato dalle ruote dei mezzi in fuga. Dalle colline circostanti spuntano i carri armati russi; co­minciano i bombardamenti. Morti, feriti, case che crollano e bruciano.
 
Dicono che qui ci sia il grosso della nostra Compagnia con il Capitano Barbetta. Erano circa un'ottantina di uomini: mai più visti. Con essi vi era il mio compaesano Serana, Io chiamavano la locomotiva umana. Fu l'unico di noi piacentini a morire in Russia. Un grosso pagliaio serviva da ricovero per feriti, congelati, malati; ne conteneva circa duecento. Alcuni colpi di Katiu­scia Io incendiarono con il suo contenuto umano. Anche qui parecchi della mia Compagnia trovarono la morte.
Qualcuno rammenta: fra poco sarà il secondo Natale che trascorriamo in Russia. Ma chi si ricorda più le date? I giorni ormai sono tutti uguali, neve, freddo, fame, bombe, tante bombe, e sempre morti da diciassette mesi. Vado in cerca di qualcosa da mettere sotto i denti.
Scorgo un camion carico di scatolette e pane. Mentro sto per fare provvista, apparecchi russi mitragliano e bombardano. Mi riparo sotto il camion che prende fuoco, fuggo e nella corsa perdo tutto quanto avevo preso.
 
Riprendiamo il cam­mino, la neve raggiunge il ginocchio, si cammina a fatica. È consigliabile fare scorciatoie anche per trovare qualcosa da mangiare ed evitare incontri con le truppe russe. Devo provvedere a trovare un po' di latte per il Serg. Mag­giore Della Piazza; ha febbre alta.
Fermarsi può essere la sua e nostra fine. II 1943 è già ini­ziato e si continua a camminare, mangiare quello che ci viene offerto dai civili che ci ospitano durante la notte. Senza il loro aiuto nessuno di noi avrebbe fatto ritorno in Patria.
 
Si sta attraversando Gorlowka mentre imperversa una tem­pesta di neve. Non riesco più a camminare, mi accascio a terra. Torresani provvede a caricarmi su una slitta trainata da un russo.
Siamo così a Pantelejmonowka (così mi dicono). Non ri­cordo come ho fatto ad arrivarci, né quando. Quando mi riprendo sono in una stanza di un grande caseg­giato coricato sulla paglia. Riva, l'infermiere, misura la temperatura: 39,6; c'è un medico, anche lui nelle nostre stesse condizioni; mi riscontra pleurite, bronchite, sospetto di ulcera. Ricovero. Ma dove? Gli ospedali stanno evacuan­do, i russi vengono avanti, c'è pericolo di rimanere pri­gionieri.
Si riparte e vengo caricato su di una carretta della fanteria: spesso dobbiamo scendere per rimetterla in carreggiata. Durante questo tortuoso viaggio incontro altri mezzi con carichi pietosi: feriti e congelati tutti bisognosi di cure e di nutrimento, ma niente di quanto abbisogna può essere dato loro, solo neve e freddo. Così senza alcun conforto, alcuni vengono abbandonati ad un crudo destino. Ciò che mi colpì maggiormente fu l'incontro con un Serg. Maggiore Pontiere, venuto da poco dall'Italia per darci il cambio: aveva già perso tutti e due i piedi per congelamento. L'avevo conosciuto ed incontrato a Verona, da recluta, mi ricordai che non aveva più il padre: lo rividi ancora in ca­serma a Verona nel mese di luglio 1943: usava le stampelle.
 
Verso la fine di gennaio giungo a Stalino, ospedale da cam­po 256. Un medico, con accento romano mi visita: sono in Russia dal luglio 1941. Vengo smistato. Sul treno erava­mo stipati come sardine.
A Dnjepropetrowsk gli ospedali non ricevevano più am­malati.
Dopo quattro giorni arrivo a Leopoli; durante il viaggio il ghiaccio aveva coperto i vetri dei finestrini: non ho visto nulla.
Anche a Leopoli non accettano più. Si prosegue attraverso Cracovia. Dopo un'altra accurata visita sono smistato per Vienna.
Vienna, una parola che suona bene al mio orecchio. L'Italia si fa sempre più vicina; il rimpatrio non è più un miraggio, una speranza, ma via via si sta facendo realtà.
Dopo 222 ore di viaggio, rimetto piede sul benedetto suolo italiano. È la primavera del 1943.
Una breve riflessione: in Russia io ci passai due inverni e.nonostante avessi percorso gli ultimi chilometri della riti­rata con i piedi privi di calze in quanto non entravano più nelle scarpe, non ho mai avuto alcun principio di conge­lamento.
Fu fortuna o miracolo? Non so, forse il destino.

 

Enrico Montani


Diario della Campagna di Russia di Enrico Montani

01/01/1941 - 28/02/1943
Sergente Maggiore Enrico Montani, IX Btg., 22ª Compagnia Pontieri

 fine