NalettoArturo Naletto all'età di 30 anniMemorie di Arturo Naletto
Pontiere del 1° Reggimento, IX Battaglione, 22ª Compagnia,
classe 1919, reduce di Russia
Trascrizione dal manoscritto originale di "Nonno Italo" curata dalla nipote Francesca.
 
1940: la mobilitazione e il Fronte Francese.
Il 20 marzo 1940 sono stato chiamato alle armi e destinato al 1° Reggimento pontieri nella 3ª Compagnia Bis. Facevamo scuola di costruzione di ponti e, dato il mio mestiere di barcaiolo prima di essere arruolato, sono stato destinato al pilotaggio di una barca.
Così passavano i giorni tra scuola e pratica fino a che siamo stati mobilitati per raggiungere il Fronte Francese.
Formarono il IX Battaglione comandato dal colonnello Montaretto, composto da tre Compagnie... la 21ª, la 22ª, la 23ª; io facevo parte della 22ª che era comandata dal capitano Bonsi.
Siamo partiti per la Francia, ma arrivati a Chivasso ci siamo fermati, la Francia si era arresa, così ci siamo spostati in provincia di Brescia e poi a Zevio in provincia di Verona, in attesa di nuovi ordini e trascorrendo qui l’intero inverno. 
 
Aprile 1941. Il Fronte Jugoslavo. 
Nella primavera del 1941 ricevemmo l’ordine di partire per la Jugoslavia che era stata invasa dalle truppe tedesche; lì costruimmo un ponte di barche su un piccolo fiume nelle vicinanze di Obbrovazzo e dopo qualche mese siamo rientrati in Italia, a Trieste in attesa di partire per la Russia.
Il Corpo di Spedizione era formato da tre Divisioni, la Pasubio, la Torino e la Celere... il mio Battaglione era aggregato alla Pasubio.
 
Luglio 1941. La partenza per la Russia.
Nel luglio 1941 partimmo per la Russia, passando da Verona, poi lungo il Brennero, attraversando l’Austria, la Germania, l’Ungheria con una piccola sosta a Budapest... poi in Romania fino a raggiungere la zona di guerra.
I mezzi che ci trasportavano erano dei camion, quasi trenta, e carri barca; la strada era molto trafficata e a tratti molto difficoltosa.
A guidare il gruppo erano sempre i nostri alleati tedeschi con mezzi molto più attrezzati dei nostri, ed anche con maggiori scorte di cibo, a differenza nostra che nelle soste dovevamo procurarci il cibo nei campi; le patate sono state il nostro rancio principale.
 
Settembre 1941. Il ponte sul fiume Dnieper.
Entrati in Russia, dopo alcuni giorni di viaggio siamo arrivati poco lontano da Dnepropetrovsk dove si trovava il fronte del fiume Dnieper; lì siamo stati radunati dal nostro generale che ci disse che nella notte eravamo stati convocati per la costruzione di un ponte di barche.
Il fiume aveva una larghezza di 1300 metr; al di là di questo un gruppo di Tedeschi teneva testa al nemico e noi dovevamo creare un collegamento con essi.
Il ponte si costruiva per lo più con zattere e il resto con le barche.
Allora... verso sera ci siamo portati vicino al fiume. Eravamo in una posizione nascosta dalle case, per cui abbiamo avuto la possibilità di scaricare il materiale per la costruzione del ponte, e mettere le barche in acqua.
Prima di cominciare il colonnello radunò tutti i piloti, me compreso e nonostante qualche bomba che scoppiava nelle vicinanze, ci fece ispezionare il fiume sulle zattere.
Il lavoro non era semplice, barche rovesciate e travi incagliate ostacolavano la costruzione, ma doveva assolutamente essere fatto e nel tempo minimo di un'ora, dalle 22 alle 23, perché in quell'ora i bombardamenti erano meno costanti.
Dovevamo star calmi e non aver paura, colpi di cannone e mitragliatrici erano vicini a noi; la missione fu compiuta ma durante la notte i Russi colpirono alcune impalcature.
Il tenente Chiesa, di guardia al ponte, con una squadra di soldati lo riparò due volte durante la giornata, rischiando la sua vita e quella della sua squadra, e per questo, nonostante il rimprovero del colonnello per aver messo a repentaglio la vita dei soldati, fu decorato di medaglia d’argento per il suo coraggio e la sua abilità.
 
Inverno 1941-42. Di guardia a Dnepropetrovsk.
Dopo questa missione che rese possibile ai Tedeschi l’accerchiamento di un paesino e la cattura di numerosi prigionieri, siamo stati trasferiti nel centro di una grande città, Dnepropetrovsk. Noi della 22ª avevamo il compito di fare la guardia ai depositi di armi e materiali.
Era ottobre ed il freddo si faceva sentire, il termometro scese a 18-20°sotto zero e in pieno inverno addirittura a 45° sotto zero.
Il cibo per noi soldati era poco così io ed altri alla sera, nonostante non avessimo libera uscita, uscivamo per svagarci un po’. Con un amico abbiamo conosciuto una famiglia che ci ospitava volentieri; quando non eravamo di guardia, ci offrivano da mangiare e in quei momenti non si pensava alla guerra.
Di lì a poco il mio compagno fu trasferito in un'altra Compagnia ma io continuai lo stesso a frequentare questa famiglia. Una sera le donne di questa casa mi videro molto affamato, così mi obbligarono a mangiare con loro e rimasi in loro compagnia fino a tarda sera.
Il pericolo di rientrare in caserma così tardi era dovuto alla pattuglia di guardia tedesca che per il buio poteva confonderti per il nemico ed ucciderti, ma fortunatamente questa famiglia aveva un pastore tedesco che si era molo affezionato a me e quando capitava che rimanevo fuori fino a tardi mi accompagnava e mi avvertiva in tempo delle guardie notturne così che appena mi intimavano il “chivalà” ero pronto a farmi riconoscere.
I soldati di guardia mi chiedevano dove ero stato fino a quell’ora e io rispondevo “barisna” che vuol dire signorina, e così si parlava un po’ e a volte mi accompagnavano loro stessi alla mia caserma e mi offrivano delle sigarette.
 
Febbraio 1942. La battaglia di Petrikova.
In pieno inverno 1942 i Russi hanno conquistato un piccolo paese nei pressi di Petrikova (Petrovka) nella zona di Sslavjanka; allora il IX Battaglione comandato dal maggiore Rinaldi (che aveva sostituito il colonnello Montaretto) decise di attaccare questo paese, in accordo con i Tedeschi.
Alle 8 del mattino seguente il IX Battaglione era in postazione pronto ad attaccare il paese; secondo gli accordi dovevano aspettare l’arrivo dei Tedeschi attrezzati di carri armati, ma i comandanti di quel gruppo decisero di attaccare prima del loro arrivo, sottovalutando l’astuzia russa.
Fu una strage, i Russi riuscirono ad accerchiare il paese con al suo interno il gruppo di soldati italiani. Questi tentarono in tutti i modi di resistere agli attacchi ma con poche armi a disposizione non ci riuscirono; alcuni tentarono di ritirarsi dandosi prigionieri, ma i Russi non avevano pietà e colpirono chiunque uscisse dal paese.
In questa disfatta rimasero uccisi anche il mio caro amico Amelio Lanza, il capitano Ciraghi della 21ª, il capitano Munari della 23ª e il valoroso sottotenente Nicolai che, anche se ferito grave, si scagliò contro il nemico, e per questo fu decorato di medaglia d’oro.
 
Giugno 1941. Partenza da Dnepropetrovsk.
Arrivata l’estate dovevamo lasciare questa città; allora andai a salutare quella gentile famiglia a cui mi ero molto affezionato. La madre mi fece le carte e ricordo che mi disse di non aver paura, che avrei visto una grossa disfatta e la morte di molti miei amici, ma che a me non sarebbe successo niente e che anzi, finita la guerra sarei tornato da loro.
La figlia Natascia, la più giovane, prese il mio indirizzo per scrivermi e io le rispondevo con l’indirizzo di uno della Sanità, ma dopo poco tempo mi disse di non scriverle più perché doveva partire per la Germania.
 
Luglio 1942. Voroscilovgrad.
Arrivati a Voroscilovgrad nel luglio del ’42, abbiamo gettato un ponte sul Donez, poi nel mese di agosto abbiamo raggiunto la linea presso il Don e affiancati alla Divisione Pasubio abbiamo chiuso un varco di linea, consentendo alla fanteria di cacciare i Russi oltre il Don.
Così facendo abbiamo potuto raggiungere un paesino, dove io ed un amico, mentre la fanteria stava ancora cacciando i Russi, abbiamo deciso di fermarci in una casa per riposare.
Alla prima casa a cui abbiamo bussato c’era una bella signora, giovane e ben vestita; ci disse che i nostri stavano conquistando il paese, e ci chiese di quale nazionalità eravamo. Io le risposi che eravamo francesi, lei disse che la Francia non era in guerra, e io le dissi che eravamo volontari.
Il giorno dopo, accampati in un altro paesino poco distante, scoprimmo che quella bella signora era stata fucilata perché era una spia.
Ogni mattina, in questa zona, andavamo in prima linea a fare degli sbarramenti anticarro formati da lunghe fosse, ma dopo un po’ di giorni ci hanno trasferito in un'altra zona a sostituire la 21ª, perché aveva subito molte perdite.
La 21ª prese posizione nella zona dove prima ci trovavamo noi della 22ª e il giorno dopo una bomba scoppiò nella loro linea e ci fu un morto... mentre noi siamo riusciti a respingere gli attacchi senza perdite.
Dopo otto giorni abbiamo ricevuto il cambio dal Sesto Bersaglieri e noi abbiamo raggiunto la 23ª Compagnia.
Lì era molto peggio delle zone precedenti: un continuo attacco di mortai e bombe di artiglieria... alla notte, poi, tra razzi e spari, sembravano fuochi artificiali.
Dopo una quindicina di giorni, ci hanno messo a riposo in un piccolo villaggio con la promessa che era arrivata l’ora di tornare in Italia.
Abbiamo aspettato invano il cambio, ma non è mai arrivato.
 
Dicembre 1942. Sul Don.
Intanto cominciava a fare freddo e ai primi di dicembre 1942 fu chiesto, a noi della 22ª Compagnia (che eravamo considerati fortunati), di andare a un chilometro dal fronte del Don per piantare dei tendoni e delle baracche per le truppe che erano in arrivo.
Così siamo partiti e, giunti nel posto stabilito, eravamo allo scoperto; allora abbiamo deciso di passare la notte in una stalla di cavalli abbandonata, abbiamo acceso il fuoco per riscaldarci, ma senza una via di uscita del fumo si soffocava.
La mattina seguente abbiamo piazzato tre grossi tendoni, li abbiamo sistemati con della paglia, abbiamo recuperato della legna e costruito due grandi baracche nel boschetto vicino.
 
16 Dicembre 1942. Inizia la rottura del fronte. 
Verso il 17 (16) dicembre, le nuove truppe [di complemento] arrivarono, pronte per darci il cambio; era giunto finalmente il momento tanto desiderato di tornare a casa.
Il nostro comandante (Achille Emi Barbetta) ci disse di caricare zaini e valigie nei camion perché ci avrebbero portati a casa, e di tenere con noi solamente la borsa tattica e i moschetti. Saremmo dovuti partire dopo il rancio.
Ma all’improvviso arrivò un contrordine, i Russi avevano attaccato in grande... noi avevamo ancora la speranza di partire la sera, mentre a respingere l’attacco furono mandati i soldati appena arrivati. La sera, invece di partire, siamo andati anche noi in linea a combattere.
C’era molto freddo e noi, avendo caricato tutto sui camion, eravamo senza coperte e senza pellicce. Si battevano i denti, e tutta la notte l’abbiamo passata in piedi e a muoverci per non restare congelati.
 
17 dicembre 1942. In linea presso Krasnogorovka.
Appena fatto giorno i Russi hanno cominciato a sparare e per non essere colpiti ci siamo distesi per terra; io ed un amico decidemmo di andare in infermeria, i piedi si stavano congelando; arrivati, vedemmo che c’erano un sacco di feriti e un solo tenente, che ci diede una scatola di antigelo e ci disse di metterne una buona mano e di tornare in linea.
Intanto i nostri si erano ritirati un po’ indietro in una postazione retta dalla fanteria, e lì abbiamo passato la notte.
 
18 dicembre 1942. Resistenza in linea.
Di prima mattina, i Russi ci attaccarono; allora i nostri comandanti ci mandarono all’assalto gridando Savoia. Alcuni sono rimasti feriti, alcuni morti, il nostro tenente Chiesa è stato ferito con una scheggia di mortaio e dopo essere stato medicato in infermeria ha ripreso subito a combattere.
Noi tenevamo duro, in attesa di rinforzi, i feriti erano molti e anche i più gravi rimasero l’intera giornata a terra, non c’era tempo di occuparsi di loro... i Russi non smettevano di attaccare.
 
19 dicembre 1942. "Si salvi chi può". Inizia la ritirata.
Al posto dei rinforzi che dovevano arrivare dalla nostra destra, improvvisamente siamo stati attaccati dai Russi. Vedendo che tutti cominciavano a scappare anch’io con i miei due compagni che erano nella stessa buca, abbiamo cominciato a correre come saette.
Alcuni venivano colpiti, noi siamo riusciti a salire su una collinetta dove era posizionata l’8° [Reggimento] Artiglieria; lì eravamo fuori dal tiro ma gli ufficiali hanno cominciato a mandarci avanti, incitandoci a combattere; io dissi ai miei compagni di aspettare e di non andare avanti... ma non mi ascoltarono e andarono all’attacco. Nel frattempo alcuni soldati iniziarono a gridare: “Ci accerchiano, si salvi chi può!”.
Io che ero più indietro ho cominciato a correre a tutta velocità, ma dopo cinquanta metri mi sono trovato di fronte a un fossato. Ho tentato di saltarlo, ma era troppo largo e vi sono caduto dentro, a una profondità di tre metri circa. Allora ho camminato al suo interno fino a che ho trovato un punto dove arrampicarmi... ma in superficie non sapevo quale direzione prendere. Gli spari provenivano da tutte le parti.
Mentre stavo riflettendo passarono due Tedeschi; anche loro stavano scappando e seguivano la pista di fili delle trasmittenti, allora mi unii a loro.
Dopo poco abbiamo trovato la colonna in ritirata... abbiamo camminato tutta la notte. Per strada c’era di tutto, zaini, viveri e anche forme intere di formaggio; un alpino [?] ne sventrò una con la sua baionetta e ne prese un bel po’. Allora anch’io ne presi un pezzo e cominciai a mangiare formaggio e neve, come bevanda.
 
20 dicembre 1942. L'incontro con il capitano Barbetta.
Verso mattina arrivai nei pressi di un paese e vidi una casa con un lume acceso, allora entrai credendo ci fossero dei civili; invece era un magazzino con cinque soldati italiani che mi dissero di guardare se c’era qualcosa che mi serviva e che anche loro erano entrati pensando fosse un'abitazione.
Mi vestii a nuovo, presi una pelliccia e diversa roba, poi rimasi con questi soldati a chiacchierare credendo ormai di essere fuori pericolo; appena fatto giorno siamo usciti per proseguire il nostro cammino, ma dalla direzione che dovevamo prendere arrivarono i nostri alleati che ci dissero che da quella parte stavano avanzando i Russi.
Tra questi soldati ritrovai il mio capitano e altri miei compagni che mi chiesero se sapevo qualcosa degli altri e risposi che io ero l’unico a essere riuscito a fuggire.
All’improvviso arrivarono tre grossi carri armati russi, ma per fortuna con noi c’era un battaglione tedesco con due carri armati pesanti e due leggeri. Questi cominciarono ad abbatterli uno ad uno; l’ultimo lo colpirono ad un cingolo. I soldati russi all’interno cominciarono a uscire con le mani in alto ma i Tedeschi senza pietà li mitragliarono uccidendoli tutti e un ufficiale disse: “Kaput, niente prigionieri.”
Il mio capitano chiese chi voleva partire con lui per prendere una strada attraverso la steppa, in cinque o sei andarono con lui; io e gli altri invece scegliemmo di rimanere con la pattuglia tedesca, e in seguito non si è più saputo che fine aveva fatto questo gruppetto.
Alla sera abbiamo ricominciato la ritirata, in testa a noi i Tedeschi con i carri armati e le armi, dietro noi Italiani come pecoroni, e senza armi.
 
21 dicembre 1942. In marcia.
Abbiamo passato un'altra notte camminando indisturbati, ma al mattino i Russi ci aspettavano in un boschetto e lì siamo stati attaccati di sorpresa.
I Tedeschi non mollavano e insieme alle nostre Divisioni combattevano all'arma bianca.
Io mi trovavo più indietro con due dei miei camerati, Piccoli e Mariani. Questi dissero che era il caso di farci avanti e combattere anche noi se volevamo uscire da lì; allora presi un fucile per seguirli ma mentre lo stavo caricando una pallottola mi prese di striscio la mano. Gettai il fucile, mi fasciai la mano con un pacchetto di medicazione che avevo con me e dissi ai miei amici: “Vi saluto, io me ne vado da questa parte e mi do prigioniero.”
Mi misi a camminare su un sentiero; era più basso rispetto alla zona dove stavano combattendo, ma anche lì arrivavano colpi di mortaio; infatti anche su quel percorso c’erano morti e feriti... molti di questi mi supplicavano di sparargli un colpo per far finire le loro sofferenze, ma io non avevo il coraggio.
A un certo punto mi trovai allo scoperto e vidi poco lontano delle piante. Cominciai a correre verso di esse e quando le raggiunsi ero finalmente fuori pericolo.
Lì trovai un Italiano che aveva fatto la mia stessa strada; decidemmo quale direzione prendere con l’idea di raggiungere la prima abitazione e aspettare i Russi per darci prigionieri.
Raggiunto un abitato, stavamo per entrare ma vedemmo che alla nostra sinistra stava arrivando una colonna di soldati e carri armati. Pensavamo fossero i Russi e invece erano i nostri che erano riusciti a sfondare il cerchio.
Trovai un amico che mi disse che non era ancora finita: i Russi ce li saremmo trovati davanti.
E così è stato. I Tedeschi combatterono tutta notte, mentre noi Italiani, disarmati, ci nascondevamo dietro ai rottami di carri per non essere colpiti.
 
22 Dicembre 1942. Accerchiati ad Arbusov.
Verso mattina i Russi ci avevano spinto verso l’interno del paese e ci avevano accerchiati e per tutta la giornata ci fu un po’ di calma.
In questo paese non c’era niente da mangiare e le poche case che c’erano erano state occupate dai Tedeschi; loro erano molto organizzati, avevano una cucina sempre dietro, il loro rancio e il loro caffè non mancavano mai. Invece noi Italiani aspettavamo che venisse ucciso qualche cavallo per cibarci di un po’ di quella carne cruda e bisognava farsi svelti se no rimanevano solo le ossa.
Il combattimento riprese presto, i feriti e i morti continuavano ad aumentare, i Tedeschi non riuscivano più a tener testa e pian piano ci stavamo ritirando sempre più al centro del paese che si trovava in una vallata circondata da alture. I feriti gravi vennero messi in un lungo pagliaio e per loro non c’era più niente da fare: rimasero li ad aspettare la morte.
Ormai era la fine per tutti ma un grido, “Savoia!”, si levò e alcuni gridavano: “Italiani. all’assalto se volete vedere le vostre famiglie!”. Allora in parte a destra, e in parte a sinistra, senza armi solo con qualche fucile e qualche baionetta, si andò all’assalto, nel centro rimasero solo i feriti. Era una tempesta di bombe, ma siamo riusciti ad allontanare un po’ i Russi e piano piano siamo ritornati in paese.
Sono entrato in una stalla, dove alla porta c’era un Tedesco con una marmitta di caffè caldo che faceva entrare solo i feriti; dato che avevo un braccio al collo permise di entrare anche a me, e mi diede del caffè. Dentro c’era caldo ma molto fumo e, stanco com’ero, mi sono addormentato.
 
23 Dicembre 1942. La Valle della Morte.
Alla mattina sono stato svegliato dal mio amico Disco (così lo chiamavamo perché cantava sempre), il quale mi disse che era meglio scappare perché i Russi erano troppo vicini. Propose: “Andiamo dall’altra parte del paese che c’è un boschetto e siamo più sicuri.”
Per raggiungerlo abbiamo trovato una specie di argine, oltre il quale vedemmo una strada larga 8-10 metri dove c’erano tanti morti uccisi dal tiro di un cecchino.
Allora ci siamo seduti contro questo argine a riflettere; ogni soldato che tentava di passare veniva colpito da questo cecchino che aveva molta precisione. Abbiamo pensato che se rimanevamo lì rischiavamo di restare congelati... bisognava tentare. Decidemmo di aspettare che qualche altro soldato partisse e che, appena colpito, noi due dovevamo sdraiarci di colpo in mezzo alla strada e aspettare che un altro partisse, balzare in avanti e sdraiarci a terra.
E così abbiamo fatto e ci è andata bene; in quel boschetto abbiamo trovato molti nostri amici e abbiamo mangiato con loro un po’ di carne di cavallo cruda.
Dopo un po’ si presentarono cinque Russi a mani in alto che ci chiesero dov’era il Comando per darsi prigionieri; allora io, che parlavo un po’ il russo, gli dissi di tornare da dove erano venuti perché i Tedeschi non facevano prigionieri e li avrebbero fucilati. Così con una stretta di mano se ne andarono.
Intanto arrivò la sera... io ed il mio amico Disco avevamo trovato una coperta; ci siamo sdraiati, ma [essendo] in due serviva ben poco; col freddo che c’era si congelava. Allora abbiamo deciso di alzarci e di seguire la strada di quei cinque Russi per darci prigionieri.
Abbiamo percorso una strada bassa e nascosta; a noi si erano uniti anche altri, ma nessuno sapeva di preciso dove si andava. Dopo un cammino di un'ora ci trovammo in una grande strada e lì c’era una colonna di soldati che noi credevamo Russi ma invece erano Tedeschi che erano riusciti a uscire da quella valle... così ci siamo uniti a loro.
Da quel paese si sentivano in lontananza i lamenti dei feriti e ancora spari di mortai e fuochi, e per questo fu chiamata la Valle della Morte.
 
24 Dicembre 1942. In marcia.
Allora dietro ai Tedeschi si cominciò a camminare, accompagnati da qualche mortaio che colpiva la colonna uccidendo diversi soldati. Si continuò a camminare tutto il giorno e lungo la strada c’erano molti morti uccisi o congelati perché chi si fermava a riposare perdeva la circolazione e rimaneva un pezzo di ghiaccio.
Bisognava resistere... arrivata la notte anch’io non ce la facevo più: mi addormentavo camminando e cadendo a terra dalla botta mi svegliavo e così fu per tutta la notte.
 
25 Dicembre 1942. Ancora in marcia.
A mattina siamo arrivati in un paese e mentre i Tedeschi combattevano contro i soldati russi, io sono entrato in una casa dove mi sono riposato e massaggiato i piedi; avevo le dita grosse già congelate e rimasi lì per più di tre ore. Poi mi accorsi che la colonna era andata avanti e così mi misi in marcia ed essendo un po’ riposato in poco tempo li raggiunsi.
Mi misi dietro ai Tedeschi e dopo circa venti chilometri raggiungemmo un altro paese dove trovai una decina di miei compagni... insieme abbiamo pensato di entrare nella prima abitazione che avremmo trovato, visto che era già buio.
Trovata una casa isolata, siamo entrati in sei, gli altri li avevamo persi di vista; dentro c’erano 4-5 giovanotti in borghese... almeno così sembravano. Abbiamo chiesto se potevamo entrare per riposare un po’ e loro ci dissero: “Fate pure.”
Io avevo le scarpe che mi facevano male: allora le tagliai e mi fasciai le dita con un pezzo di coperta.
 
26 Dicembre 1942. Assediati a Certkovo.
Poi ci siamo addormentati sul pavimento ma prima del mattino questi ragazzi russi ci svegliarono e ci dissero di andarsene e di raggiungere i nostri che erano fermi a 5-6 chilometri da lì perché stavano arrivando i soldati russi.
Abbiamo raggiunto gli altri che stavano per entrare nella città di Certkovo che era stata occupata dai Tedeschi, così siamo entrati in una casa libera, e dato che c’era un po’ di calma siamo andati alla ricerca di viveri. Poco lontano c’erano i magazzini dell’Armata e prima che mettessero le guardie siamo riusciti a entrare e a prendere diverse gallette, scatolette di carne, sardine e una buona scorta di pasta.
Ci siamo divisi le gallette e le scatolette di sardine, mentre quelle di carne le abbiamo tenute per condire la pasta. Da dieci che eravamo ci siamo ritrovati in venti, tra cui un sottotenente con i piedi molto congelati che non riusciva a reggersi in piedi.
Io avevo il compito di cucinare insieme al mio amico Disco, mentre gli altri dovevano procurarci la legna e l’acqua.
Siamo rimasti in questa città per tredici giorni; ogni tanto veniva colpita una casa... ma la nostra, senza vetri, rimase in piedi. Poi ci fecero cambiare casa per lasciarla alla fanteria. Noi del Genio ci siamo spostati in un'abitazione più al centro dove ci diedero qualcosa da magiare che consisteva in un pugno di riso da dividere in quattro, una galletta per due e un po’ di verdura secca.
In questa casa organizzarono una sorta di ospedale; i feriti e i congelati venivano lì ma non c’erano medicinali, venivano sdraiati per terra su un po’ di paglia.
Ogni giorno arrivava un aereo tedesco che gettava con un paracadute munizioni, viveri e medicinali, ma solo per i Tedeschi... per noi Italiani non arrivava mai niente.
 
8 gennaio 1943. Si riprende la marcia.
Trascorsi questi tredici giorni i Tedeschi ci dissero di trovarsi alla sera sulla via principale pronti per partire, mentre i feriti che non riuscivano a camminare rimasero lì.
[Nota: in realtà l'assedio di Certkovo fu rotto il 15 gennaio 1943.]
Pian piano si andava avanti con una grande speranza nel cuore ma un gran freddo. Ogni tanto c’era una fermata perché i Tedeschi facevano in modo di allontanare i Russi per poter passare. Io ed altri entrammo in una casa per riscaldarci e ogni tanto si guardava fuori per controllare se la colonna avanzava, ma siccome c’era buio alla mattina ci accorgemmo che quella che sembrava la colonna erano in realtà dei camion ribaltati.
Allora con il mio amico, un certo Martini, ci siamo messi a correre; quella strada era piena di morti e feriti. I Russi sparavano da destra e sinistra per sbarrare la strada; per fortuna senza essere colpiti abbiamo raggiunto un boschetto dove ci siamo fermati a prendere fiato, ci siamo voltati indietro e abbiamo visto i Russi in mezzo alla strada e nessuno è più riuscito a passare.
Abbiamo raggiunto gli altri che erano fermi dietro la linea russa. I carri armati avversari si battevano contro quelli tedeschi che cercavano di aprirci un passaggio. Noi eravamo tutti ammucchiati dietro ai Tedeschi e ogni dieci minuti arrivavano degli stuka che si buttavano in picchiata colpendo i carri armati russi; intanto noi avanzavamo approfittando di questi colpi di mitraglia. Appena gli aerei tedeschi si allontanavano ricominciavano a sparare i Russi e per tutta a giornata continuo così.
A un certo punto, tra un incursione e l’altra, arrivò una squadriglia di aerei russi che sganciarono le bombe prima di buttarsi a bassa quota, fecero due giri intorno a noi mitragliandoci, ma invece di sparare a terra, sparavano in alto; noi eravamo tutti distesi, credevo fosse la fine e dissi: “Sia fatta la volontà di Dio.” Invece se ne andarono senza colpire nessuno.
 
9 Gennaio 1943. Comando tappa.
Arrivata sera riuscimmo a superare la linea russa e, stanchi come eravamo, io e il mio amico Pasquin entrammo nella prima casa vicina al fronte, ma un tedesco ci mandò via dicendo che lì era molto pericoloso; suggerì di andare in un paese a cinque-sei chilometri. Siamo andati più avanti e abbiamo trovato un’altra casa piena di Italiani che dormivano per terra; siamo rimasti anche noi ma per poco perché il mio amico, che nel frattempo era uscito, tornando mi avvertì che era meglio andarsene prima che i Russi si svegliassero e cominciassero con l’artiglieria. Così ci siamo messi in cammino per questa strada ghiacciata con un vento gelido che faceva polverizzare la neve; dopo un paio d’ore di cammino non ce la facevamo più. Assieme a noi c’erano altri tre o quattro compagni, speravamo di trovare una casa per riposarci ma non ce n’erano; per fortuna arrivò un camioncino tedesco che ci fece salire e ci portò al primo paese che si trovava a venticinque chilometri dal fronte. Appena arrivati, siamo entrati in una scuola disabitata, abbiamo acceso un fuoco per scaldarci e ci siamo riposati fino al pomeriggio.
Poi abbiamo saputo che lì vicino c’era un Comando Tappa, così lo abbiamo raggiunto per avere informazioni; era pieno di soldati affamati e al Comando c’era un maggiore che ci disse che non c’era cibo e di aspettare dei camion che sarebbero arrivati a mezzanotte, diretti verso una città che si trovava a quarantacinque chilometri da lì e dove avremmo trovato da mangiare.
 
10 Gennaio 1943. In marcia.
Aspettare all’aperto, con quel freddo, non si poteva.. così io e il mio amico Pasquin siamo entrati in una casa nelle vicinanze per ripararci; ma il sonno ci prese e non ci svegliammo verso mezzanotte ma bensì al mattino seguente. Siamo andati al Comando Tappa dove non c’era quasi nessuno; allora abbiamo cominciato a camminare con un altro soldato che si era unito a noi. La strada era piena di camion cingolati che ripiegavano; stare in piedi era difficile perché per terra c’era una lastra di ghiaccio e attaccarsi a qualche camion era un grande rischio perché appena qualcuno si attaccava alla sponda i Tedeschi gli battevano con il calcio del fucile le mani facendoli cadere per terra col rischio di venir schiacciati dal camion che seguiva. Pasquin tentò di salire su uno di essi; gli dissi di non farlo, ma lui volle rischiare comunque e fu fortunato perché trovò dei Tedeschi buoni che lo aiutarono a salire; io sono rimasto con il mio amico Coltro che aveva una borsa con un pezzo di carne, voleva buttar via tutto perché era stanco, ma io la presi e dissi: “Al primo paese ci fermiamo in una casa e la mangiamo.” E così abbiamo fatto.
Poi abbiamo ripreso la marcia; la strada era piena di camion e mezzi corazzati. Verso sera un camion si fermò e due Tedeschi buoni ci fecero salire, così prima che venisse buio abbiamo raggiunto una città dove abbiamo trovato un altro della mia Compagnia. Siamo entrati in una casa già occupata dalla polizia ucraina che ci fece capire che lì non potevamo rimanere... ma il mio amico, appena ritrovato, aveva con sé mezzo sacco di sigarette... diede alcuni pacchetti a questi poliziotti che in cambio ci fecero restare dandoci del pane e un posto dove dormire.
 
11 Gennaio 1943. La tradotta abbandonata.
Il mattino seguente siamo andati in centro dove c’era il Comando Tappa.
Dovevano arrivare dei camion a prenderci ma erano stati bloccati a metà strada dalla neve così il colonnello del Comando ci disse: “È meglio che proseguiate con i mezzi vostri; io vi darò qualche galletta e se avrete fortuna in quattro o cinque giorni arriverete oltre il Donez dove sarete fuori pericolo.”
Mentre pensavamo come fare, alcuni soldati dissero: “Andiamo in stazione, che c’è una tradotta abbandonata.”
Così siamo corsi tutti e c'erano addirittura due treni; alcuni sapevano farli funzionare così siamo partiti a tutta velocità.
 
 
12 Gennaio 1943. Voroscilovgrad.
Io ero nella prima e abbiamo raggiunto Voroscilovgrad, sul Donez, la mattina dopo; mentre la seconda tradotta è rimasta bloccata a metà strada perché i partigiani avevano fatto saltare i binari, ma per fortuna hanno trovato i camion che dovevano venirci a prendere e ci hanno raggiunto.
In città abbiamo incontrato alcuni compagni della 22ª Compagnia, con il nuovo Battaglione Pontieri che era accampato in un magazzino. Il comandante ci accolse bene, ci diede da mangiare e ci disse che il nostro vecchio battaglione era fermo a Pantelejmonovka; se volevamo raggiungerlo dovevamo andare sulla via principale dove passavano i camion dell’aviazione che certamente ci avrebbero dato un passaggio. Così siamo andati e saliti su un camion carico di legnami; eravamo in cinque, tutti contenti, ma dopo una ventina di chilometri il camion ha sbandato e si è ribaltato; noi ci siamo ritrovati fuori nella neve, tutti salvi, mentre l’autista si ruppe una gamba. Mentre lo stavamo soccorrendo si fermò un camioncino tedesco che col buio ci credette dei loro. Così abbiamo caricato l'autista infortunato nel loro cassone, anche se non lo volevano, e gli abbiamo detto di portarlo al primo ospedale.
 
13 gennaio. Pantelejmonovka: riunione con il IX Battaglione.
Rimasti a piedi, dopo un po’ passò un trattore che trainava un rimorchietto senza copertura; ci fece salire ma c’era un freddo che ci sentivamo congelare; per fortuna rimase senza benzina così riprendemmo a camminare finché si fece giorno.
Sulla strada c’era un continuo passaggio di camion, ma per noi non c’era altro che la speranza... dopo un po’ vedemmo passare i camion completi di carri-barca; allora ci mettemmo a gridare per far capire che eravamo pontieri; purtroppo non ci notarono e continuarono a correre... quando ormai non ci speravamo più si fermarono e ci fecero salire, ma nelle barche perché nel cassone non c’era più posto.
Questi erano i pontieri del 24° [?] Battaglione con l’equipaggio del ponte pesante.
Noi non avevamo chiesto dove stessero andando; abbiamo viaggiato tutta la giornata e prima di sera si fermarono.
Guardai fuori e vidi dei ragazzini che giocavano... chiesi che paese fosse e questi risposero: "Pantelejmonovka"… senza saperlo eravamo arrivati nel paese che cercavamo.
Abbiamo trovato due miei paesani che ci dissero: “Meno male che siete arrivati in tempo perché domani mattina sembra che lasciamo questo paese."
Ci portarono in un magazzino dove c’erano tutti quelli del vecchio IX Battaglione, e ci siamo messi a dormire su un po’ di paglia.
 
14 Gennaio 1943
Alla mattina il maggiore Rinaldi, comandante del vecchio Battaglione, diede ordine di prepararci per la partenza; dissi a un tenente che non ce la facevo più a camminare e chiesi se c’era qualche mezzo di trasporto, ma lui rispose che i mezzi non c’erano e di parlare comunque con il maggiore.
Assieme a me ce n’erano altri, nelle stesse condizioni; siamo andati a parlare con il maggiore ma lui ci chiese dov’erano i nostri fucili e non domandò nemmeno dei nostri ufficiali.
Disse che non c’erano mezzi, che bisognava per forza andare a piedi; allora gli abbiamo chiesto di farci sapere almeno dove stavamo andando, perché ci saremmo arrangiati; ma lui rispose che bisognava marciare tutti insieme. Risposi che lo avevamo fatto fino a quel momento da soli e che lo avremmo fatto ancora.
Lo convincemmo e ci disse di non dirlo a nessuno perché se no sarebbero scappati tutti. “Portatevi a Dnepropetrovsk e aspettateci al Comando Tappa.”
Prendemmo delle gallette e una scatoletta di carne che ci sarebbe dovuta servire per 4-5 giorni, ci recammo vicino alla stazione che era poco distante e ci dividemmo tra le varie case della zona.
Io e altri siamo entrati in un'abitazione dove c’era molto caldo, ci siamo mangiati tutta la scorta che avevamo... e ci siamo addormentati sul pavimento di legno.
Verso tarda sera a turno si andava alla stazione per vedere se c’era qualche treno merci in partenza; il treno c’era e i vagoni erano quasi tutti pieni... dicevano che sarebbe partito entro 2-3 ore.
 
15 Gennaio 1943
Verso le due di notte andai a vedere se questo treno partiva, ma era ancora lì; chiesi informazioni ma nessuno sapeva niente. Andai dentro la stazione, piena di Tedeschi che prendevano il caffè; anch’io ne presi uno e in quell’istante arrivò un treno-ospedale. In stazione entrò un tenente, così ne approfittai e chiesi se potevo salire su quel treno perché non ce la facevo a camminare. Lui mi disse “Aspetta due minuti che vado a chiederlo al comandante del convoglio, tanto sì come no.” Di ritorno ci avvertì: “Potete salire in 5 o 6, basta che non arrechiate disturbo ai malati.”
Lì eravamo in cinque Italiani e così siamo saliti e partiti subito e non ho potuto avvisare gli altri.
 
16 Gennaio 1943. Ritorno a Dnepropetrovsk.
Abbiamo viaggiato tutto il giorno e tutta la notte e al mattino presto siamo arrivati a Dnepropetrovsk. Sono sceso dal treno e nel frattempo sono arrivate le ambulanze per trasportare i feriti; piano piano ho passato il fiume che era una lastra di ghiaccio, e ho attraversato la città per andare a bussare alla porta di quella famiglia che avevo conosciuto all’inizio.
Mi aprì il padre che quasi non mi riconobbe ma poi mi abbraccio come un figlio.
Mi fece entrare e subito chiuse la porta con il catenaccio; anche la mamma mi abbraccio e disse “Hai visto che te lo avevo predetto che saresti tornato?!”
Chiamò la figlia che era nascosta in cantina. Siamo rimasti tutti e due muti, molto sorpresi di vederci. Allora la mamma mi chiese se volevo mangiare e io: risposi che ero pieno di pidocchi. Mi portò nel bagno, riempì una vasca di acqua calda e mi portò degli abiti russi e disse: “Spogliati, datti una bella lavata e poi vestiti con questi abiti e vieni a mangiare.”
Mangiando con loro chiesi alla ragazza come mai era a casa visto che mi aveva detto di essere partita per la Germania e lei rispose : “Di notte, mentre il treno era ancora fermo in stazione, sono scappata dal finestrino con l’aiuto di un'altra ragazza e di nascosto sono tornata a casa. Sono già cinque mesi che sono nascosta quasi sempre in cantina e nessuno lo sa all’infuori dei miei familiari.”
 
17 Gennaio 1943. In casa di amici a Dnepropetrovsk.
Dopo la cena la mamma mi chiese se ero stanco e mi fece dormire in un bel letto, quello della stanza della ragazza; mi addormentai in un sonno profondo, tanto che dovettero svegliarmi per mangiare e a sera sono ritornato a letto ed ho dormito fino al mattino tardi quando sono stato svegliato dalla sorella che era sposata e abitava lì accanto.
Mi disse che suo marito era tornato, era stato fatto prigioniero e lo avevano mandato a casa perché c’era bisogno di manodopera, era ingegnere provinciale con il grado di tenente.
Più tardi arrivò anche lui e la moglie me lo presentò. Lui mi disse: “ Ma io ti conosco, tu sei Arturo.” Io gli chiesi: “Come fai a saperlo?" "Qui tutti parlano sempre di te e poi ho visto le foto e quando sono arrivato a casa ho visto mia moglie che stava scrivendo una lettera e come mi ha visto se l’è nascosta in una calza, io gliel’ho presa e c’era scritto in italiano che non capivo.” E poi aggiunse: “Io non ce l’ho con te ma con lei che mentre io ero al fronte in pericolo lei se la spassava con gli Italiani!” Ma io gli riposi che non si faceva niente di male.
Alla sera l’uomo mi invitò a mangiare a casa sua insieme alla sorella della moglie, e mentre questa stava preparando da mangiare l’uomo si face la barba e mi diede il rasoio: “Fatti la barba anche tu.”
Risposi che non sapevo adoperare il rasoio,  allora propose: “Siediti, che te la faccio io.” Io avevo paura e non volevo, ma lui mi rassicurò e disse che non avevo niente da temere. “Io con te non ce l’ho!”
Mi insaponò e me la tagliò come un barbiere.
 
21 Gennaio 1943. Partenza per l'Italia.
Presso questa famiglia sono rimasto 3-4 giorni; poi dissi alla madre che sarei andato all’ospedale per quel congelamento che avevo ai piedi; lei mi pregò di rimanere... mi avrebbe guarito lei; ma io risposi che non potevo più restare; mi fece presente che all’ospedale era pieno di malati e che non ricoveravano nessuno e che mandavano tutti a Leopoli con mezzi di fortuna. “Se non ti ricoverano torna qua, ma prima aspetta che ti faccio le carte così vediamo come andrà.” Fece le carte e disse: “Entrerai in ospedale; mandano tutti a Leopoli ma tu invece verrai ricoverato per 5-6 giorni poi ti manderanno in Italia con un treno attrezzato; una volta arrivato in Italia passerà del tempo prima che ritorni a casa. Prima di andare a casa vedrai qualcuno della tua famiglia e quando busserai alla porta la tua mamma ti abbraccerà piangendo dalla consolazione.”
Così li ho baciati tutti ma più di tutti la mia ragazza Natascia. Tutto quello che mi aveva detto la mamma si è avverato e ancora adesso questo ricordo non lo potrò mai dimenticare.
 
Epilogo: Arturo Naletto nei ricordi dei familiari.
Naletto Arturo (per i suoi famigliari Italo) era il più giovane di cinque figli. Era nato il 19 settembre 1919 ad Albaredo d’Adige, in provincia di Verona, paese dove è vissuto per tutta la vita.
Dopo la guerra ha svolto l’attività di camionista, prima in proprio con il fratello e poi come dipendente.
Nel 1956 si sposò con Pasquina con la quale ebbe nel 1959 una figlia, Malvina.
La sua vita fu segnata da una grande perdita nel 1987, quando all’età di soli 27 anni morì la sua unica figlia Malvina, in conseguenza del parto gemellare dell’85 in cui erano nati Dario e Francesca.
Nonostante la sua vita ricca di momenti drammatici, nonno Italo era una persona solare, generosa e serena. Amava ballare il liscio che era il suo svago nelle domeniche pomeriggio.
Ha sempre straveduto per i nipoti ai quali raccontava le sue avventure di guerra e trascorreva insieme a loro gran parte delle giornate, tra giochi e compiti di scuola.
È morto improvvisamente il 18 agosto 2002 all’età di 83 anni, e ancora adesso il suo ricordo è vivo nei suoi cari.