ponte_1300_metriArticolo pubblicato sul Corriere della Sera del 26 settembre 1941
PONTIERI SUL NIPRO
UN PONTE DI 1300 METRI
COSTRUITO IN UNA NOTTE
(DA UNO DEI NOSTRI INVIATI DI GUERRA)
 
 
Fronte orientale, settembre.
Essere pontiere significa essere un geniale ardito.
Avevo visto già altre volte al la­voro questi creatori di strade magi­camente sospese nel vuoto o appog­giate a travi chi sa come infitte nel fondo di un corso d'acqua; avevo visto altre volte questi uomini sem­plicissimi, dall'aspetto di un qua­lunque soldato, creare con pochi mezzi miracoli di ponti sui quali si avventavano subito dopo colonne in attesa di proseguire azioni belliche. Ero rimasto sempre maravigliato della loro genialità, della loro capa­cità di lavoro nel costruire un pon­te lì dove poche ore prima era im­possibile il transito.
Mi ero sempre ripromesso perciò di voler assistere, alla prima occa­sione, al sorgere di una di queste loro opere che mi avevano fatto sempre pensare più a quella di esse­ri non comuni che di lavoratori sia pure abili. 
 
L'occasione, e chi lo avrebbe so­spettato?, mi si è presentata proprio in Russia, nel corso di questa Campagna che sta svolgendo il Cor­po di Spedizione Italiano e che la­scerà delle impronte sicure della fatica e della capacità creativa del la­voro italiano in quella che fu la terra del bolscevismo.
Quaggiù, in questa Ucraina che Lenin e Stalin, timorosi di contro­rivoluzioni politiche e di agitazioni nazionali a carattere separatista, avevano volutamente lasciata nel più obbrobrioso abbandono riducen­do gli uomini e le cose ad un tale stato di selvatichezza da spaventa­re un qualsiasi europeo, lo stato del­le strade o di quelle che molto im­propriamente venivano chiamate con tale nome, è qualcosa che non ha mai avuto un termine di para­gone in qualunque paese civile.
 
 
Strade russe
Sulle carte topografiche se ne trovano indicate a tinte che variano di intensità. Ogni intonazione di co­lore vorrebbe mostrare l'importanza e la classe della strada e le anno­tazioni in calce alla carta parlano proprio di strade di prima, di se­conda, di terza e persino di quarta classe. Ma si tratta di una preten­sione, anzi di un inganno perché ormai abbiamo percorso migliaia e migliaia di chilometri in Ucraina e le strade le abbiamo trovate tutte uguali senza distinzione di fondo, senza caratteristiche di pavimenta­zioni, senza che mai un sasso le ab­bia rese almeno in apparenza si­mili a quelle che noialtri europei intendiamo trovare quando ci si parla di strade.
Piste in terreno naturale, larghissime, fino a quaranta e cinquanta metri perchè la pianura circostante... in regime sovietico stabiliva o fissa­va la categoria! 
 
Se queste erano le strade, figurar­si, dunque, cosa erano i ponti. Ne abbiamo trovati pochissimi, perché andando per i campi a cercare il punto buono per transitare, il ponte diventava un accessorio del quale si poteva benissimo fare a meno. Dove era strettamente necessario co­struirlo, i rossi con qualche tavola risolvevano qualunque problema di traffico, tanto più che il traffico era modestissimo. Agli elementi del po­sto era vietato spostarsi finanche da un Comune all'altro, di automezzi ne circolavamo pochissimi ed i grandi trasporti si effettuavano tutti per ferrovia.
Il primo problema che le Armate dell'Asse hanno dovuto affrontare nella zona ove esse operano è stato perciò proprio quello della creazio­ne di ponti e di scoli per le acque lungo queste interminabili piste che si distinguono dalla uniformità della campagna ucraina soltanto per­chè si tratta di zone prive di vege­tazione. Ed è intenti ai lavoro di costruzione di ponticelli da 50 me­tri fino a 300 o 400 metri che abbiamo visto all'opera artieri e pontieri ita­liani in Russia.
 
 
Collaboratori preziosi
Gettare un ponte tra una riva e l'altra di un fiume su piloni già preparati o addirittura infissi nel fondo, è cosa comune, seppure sia opera di grande portata, quando si ha il materiale già bello e prepa­rato. Veder sostituire un vecchio ponte di ferro con uno nuovo a magnifici disegni geometrici in po­che ore e subito dopo vedervi correre sopra un treno, costituisce più uno spettacolo che altro. Ma fare un ponte in Russia risparmiando il materiale in dotazione e di scorta che può sempre servire in occasioni più importanti, utilizzando soltanto le risorse locali e dare a questo pon­te quelle caratteristiche di solidità che dovranno consentire il passag­gio di tonnellate e tonnellate di ca­rico nonché il transito non certo agevole dei carri armati dalle mol­te diecine di tonnellate, il passaggio di automezzi pesanti, costituisce una impresa di grandissima respon­sabilità e di grande importanza bel­lica.
 
I pontieri e gli artieri che hanno dato la loro fatica al miglioramen­to di queste piste, che hanno crea­to gli scoli delle acque nei tratti in cui gli impantanamenti erano più facili e più frequenti, sono degni di essere chiamati dei collaboratori della Vittoria. Ma è il lavoro dei pontieri, di questi artefici mo­desti eppure indispensabili della guerra che, per constatazione di­retta, occorre seanalare. Essi non [...] percorrere grandi distanze nel più breve tempo possibile e devono essere sempre accompagnate dai servizi e dai rifornimenti. Le strade sono perciò il primo campo di battaglia per le truppe operanti. O esistono e si marcia e data la tattica adot­tata dalle potenze dell'Asse si vin­ce; o non esistono le strade e non si può far la guerra.
 
L'opera dei pontieri in un paese come la Russia è, perciò, decisiva. Se si creano i ponti la truppa può marciare e quindi può vincere.
I ponticelli che abbiamo trovati sulle strade russe, ed abbiamo già detto che cosa fossero le strade di questo paese, consentivano soltanto il transito di carretti agricoli. Quat­tro quintali al massimo, una portata assolutamente insignificante agli effetti bellici e soprattutto agli effetti della guerra moderna che per essere motorizzata si svolge con mezzi meccanici rapidi e capaci di trasportare carichi di tonnellate! È stato quindi necessario rifare tutti i ponti stradali di piccola dimensione per aumentarne la portata. Poi si è dovuto costruirne di nuovi, quelli più lunghi, ed il numero di tali ope­re dei nostri pontieri è diventato ormai altissimo.
 
Questo lavoro ha dovuto essere effettuato sempre prima del pas­saggio delle truppe ed i pontieri sono stati sempre l'avanguardia del grosso delle nostre colonne. Un gior­no sarà possibile compilare delle statistiche ed allora si saprà che di ponti i nostri uomini ne hanno co­struito per chilometri e chilometri, che hanno impiegato tonnellate di materiali trovati sul posto e si con­staterà che per precisione di lavoro tali opere possono reggere benissi­mo il confronto con altre fatte da imprese specializzate e che il tem­po impiegato per le costruzioni è davvero tempo da primato. Inoltre ponti così severamente collaudati non soltanto dal traffico ma anche dal fuoco del nemico possono costi­tuire, e costituiranno veramente, l'orgoglio dei nostri genieri.
 
In Russia ogni volta che mi è capitato di vedere all'opera i pon­tieri, mi sono fermato ad osservare la loro fatica. Un ufficiale ha in mano calcoli già belli e pronti e strumenti tecnici per me complicatissimi. I soldati, trasportati dalle vicinanze i materiali necessari, tra­sformano pali e tavole in infissi, in pilastri, in travature sulle quali fis­sano poi le tavole che formeranno la superficie del ponte. Così avviene per le strade. Ma il lavoro nel qua­le il pontiere si appassiona è quel­lo di congiungere le due rive di un fiume. Costruire, al di sopra della superficie di un'acqua in eterno movimento, una strada che possa essere percorsa tanto a forte velo­cita come da grossi carichi [potrà consentire?] al Corpo di Spedizione Italiano di compiere la marcia fino al Nipro con tutta l'immensa teoria dei suoi automezzi. Anche taluni ponti fer­roviari che i rossi avevano minati sono stati ricostruiti dai nostri pon­tieri.
È sul Nipro, proprio sul Nipro, che i nostri pontieri si sono affer­mati per la genialità di un loro la­voro, per la velocità con la quale lo hanno compiuto, confermando di essere quei coraggiosissimi sol­dati delle altre nostre guerre.
 
 
Lavoro febbrile
Le truppe germaniche avevano passato da poco il Nipro, avevano conquistata dopo una furiosa bat­taglia Jekaterinoslav le cui propag­gini si stendono di là dal fiume ed occorreva andare avanti. Porre pie­de sull'altra riva non bastava, occorreva trasportare di là anche ar­mi di grosso calibro, truppe moto­rizzate e rifornimenti; occorreva cioè un ponte. Vengono chiamati i pontieri italiani.
 
Mentre gli ufficiali fanno i cal­coli necessari, con mezzi trovati sul posto, mediante l'impiego di battel­li d'assalto e barche, i nostri soldati del genio si mettono all'opera alle ore 23. Si pensa che di notte il nemico disturberà meno il lavo­ro dei pontieri. Per tutta la gior­nata l'artiglieria sovietica ha spa­rato sul fiume proprio in quel trat­to ove si sente costruire il ponte ed apparecchi da bombardamento han­no fatto più volte ribollire le ac­que del fiume con gli scoppi delle loro bombe.
 
I pontieri lavorano, le fondazio­ni del ponte sono già gettate; si inizia la costruzione del primo trat­to. Il nemico, forse, deve avere sen­tito lo stridio delle seghe, il mar­tellare sulle assi perché ad un cer­to momento il lavoro che veniva effettuato nell'oscurità più profon­da e nella silente opera degli uo­mini, assume il carattere di una battaglia.
Le artiglierie sovietiche entrano di nuovo in azione, e cospargono di proiettili le acque del Nipro. Le artiglierie germaniche poco lonta­ne rispondono: un concerto di gros­si calibri accompagna il lavoro dei soldati che continuano la loro ope­ra con calma assoluta.
Quando il cielo comincia a schia­rirsi non restano che venti metri di ponte da completare. Alle 5 il lavoro è compiuto. I pontieri ita­liani che hanno lavorato sotto una pioggia di granate nemiche e dinanzi ai camerati germanici pronti ed impazienti di passare sull'altra riva, vedono coronato dal successo il loro lavoro quando il primo carro armato tedesco di notevoli dimen­sioni compie il collaudo percorren­do il ponte per intero. Come se fosse stata sollevata la sbarra dì confine su una strada internazionale, centinaia di automez­zi si lanciano l'un dopo l'altro con gran fretta sul ponte. L'unione fra le due rive del Nipro è stata com­piuta, un'altra battaglia è stata vin­ta. E chi ha realizzato questa im­presa, chi ha collegato le due rive di questo fiume sono i pontieri ita­liani.
 
Nella mattinata seguente il ne­mico si accorge dell'esistenza. del ponte e lo batte intensamente con le sue artiglierie. Nella notte aveva sparato così a caso sul fiume, ma ora vede e sa cosa deve colpire. Tratti del ponte diventano, pur­troppo, un'ammasso di rottami che bisogna però riattare subito perché sono in corso delle operazioni tali da richiedere un continuo affluire di truppe e di materiali. I pontieri si rimettono al lavoro; le riparazio­ni vengono eseguite immediata­mente e lo scopo di non interrom­pere le comunicazioni fra le due ri­ve del fiume è assicurato in per­manenza.
I pontieri hanno vinto la loro battaglia. Sono stati coraggiosi ed arditi ed oggi un ponte di 1300 me­tri, tortuoso per evitare gli effetti della corrente, esiste sul basso Ni­pro ed è opera dei pontieri italiani.