Volpato

Riceviamo, e pubblichiamo volentieri, i racconti del pontiere Duino Volpato, classe 1916 di Mestre, così come rimasti nella memoria del figlio Pino che ha voluto trascriverli e condividerli.

 

PREMESSA
Non andavo ancora a scuola che ascoltavo i racconti di guerra di mio padre e ne rimanevo affascinato; attraverso le sue parole mi creavo le immagini mentali... esse erano tutte in bianco e nero come le fotografie, non ero a mio agio perché mi trasmettevano la sensazione di freddo, solitudine e paura, però ero al sicuro perché c'era mio padre che mi proteggeva.
La descrizione dei suoi racconti la farò in prima persona perché spero di ricreare in chi legge le emozioni da me vissute. Qualche frase sarà in dialetto veneto di facile comprensione, ma nulla dei fatti e degli eventi sarà stravolto o modificato. Mi scuso anticipatamente se non sono in grado di essere cronologico nelle date e nella geografia.

 

STEPPA
"Papà che cos'è la steppa?"
"... Eh, la steppa è un territorio immenso che non ha inizio e non ha fine;, non ci sono alberi e non si vede oltre il confine tutto si perde lì dentro. Pensa che un soldato che era con me dentro la steppa andava in giro dicendo a bassa voce che noi non avremmo mai conquistato un territorio così vasto e che non saremo mai ritornati a casa vivi, e che chi ci aveva mandato lì era matto e continuando con i suoi discorsi alzava sempre più la voce... diceva che dovevamo tornare indietro subito se volevamo salvarci... a un certo momento arriva un ufficiale italiano accompagnato da altri due soldati e cercarono di calmare il poveretto. Calmatolo lo portarono via e di lui non sapemmo più niente, forse l'avranno spedito in un plotone di disciplina o rimpatriato, non si poteva dire certe cose."

 

PASTIGLIA
"Una notte mi trovai a fare la guardia ad un aeroporto; fuori al freddo e al gelo non si poteva stare. Ma non ero solo, c'era un Tedesco anche lui di guardia; tutti e due pestavamo i piedi per terra per consentire la circolazione del sangue... insomma con parole e gesti riuscimmo a capirci: aprimmo il portone e ci infilammo dentro, non eravamo al caldo ma se non altro eravamo riparati dal vento. Fatto sta ci scambiammo le poche e misere cose che avevamo, io avevo alcune foto di donne nude mentre lui aveva delle pastiglie colorate; facemmo il baratto, volli in più alcune sigarette.
Dentro questo hangar c'era una specie di stufa con due tubi che salivano in verticale e poi si curvavano ad angolo retto; questo marchingegno serviva per riscaldare il motore delle eliche che era ghiacciato. Io e il Tedesco, morti dal freddo, decidemmo di accenderlo e di scaldarci, purtroppo bisognava saperlo fare e noi non lo sapevamo però tentammo; dopo diverse prove partì ma non come speravamo... dai due tubi partì un'enorme fiammata che solo per miracolo non incendiò l'aereo, riuscimmo a tirare indietro la stufa e spegnerla." 
"Ma a che servivano quelle pastiglie?"
"Ancora non lo so, alcune le detti ai miei compagni, raccontandogli come le avevo avute, e siccome erano tedesche dovevano per forza essere cose buone e le prendemmo, fatto sta che per alcuni giorni pisciavamo urina colorata. La fame era tanta."

 

ROSPI
"Era primavera e te lo ripeterò che eravamo sempre affamati; la fame è una brutta bestia... assieme ad altri due compagni eravamo in cerca di cibo camminando sulla riva del fiume, sentivamo gracidare, e allora mi venne in mente che potevamo raccogliere delle rane e cucinarcele; non erano rane, ma rospi... ma non aveva importanza, ne raccogliemmo parecchi. Ora avevamo bisogno dell'olio per cucinarli ma era impossibile trovarlo, così decidemmo di cuocerli nell'olio-motore dei camion; qualcuno obiettò che potevano farci male, ma non aveva importanza. I nostri stomaci avrebbero potuto digerire anche i chiodi! Fatto sta che li mangiammo... poche ore dopo tutti ci sentimmo male, ci recammo all'infermeria raccontando cosa avevamo mangiato. Il tenente medico ci disse se eravamo diventati matti; mi fecero una lavanda gastrica e mi ricoverarono all'ospedale militare dove rimasi alcuni giorni in osservazione. La guerra è una cosa brutta... fame, morti e distruzione... ti auguro di non vederla mai!" 
Quando mi raccontava queste cose c'era qualcosa di strano nei suoi occhi, sembrava che le raccontasse a se stesso, io rimanevo in assoluto silenzio, guai se mia madre lo interrompeva.

 

IL GELO
"Il freddo era una cosa terribile; per bere l'acqua dal gavettino dovevi stare attento a non avere le labbra umide se no ti si incollava il gavettino e se lo tiravi via ci rimaneva la pelle attaccata con dolori lancinanti; dovevi per forza entrare in una stanza tiepida e lasciare che si scongelasse. Ti racconto un fatto. Un giorno un nostro compagno a cui scappava un bisogno grosso si recò a una ventina di metri da noi per svolgere la sua funzione... di lì a due minuti sentimmo chiamare AIUTO... AIUTO! Accorremmo subito, era accovacciato con i pantaloni abbassati, non riusciva più ad alzarsi, si stava congelando, con schiaffi nel sedere e frizioni riuscimmo ad alzarlo e portarlo dentro un'isba al tiepido.

Le armi ghiacciavano e molto spesso le cartucce facevano cilecca... era la molla dell'otturatore del moschetto. Ci distribuirono del grasso antigelo per le armi, ma io lo adoperavo anche per le mani e il viso, se serviva per le armi doveva servire anche per il corpo! Fatto sta che sotto la divisa mi mettevo della carta o dei cartoni, il cartone era meglio. Io me la sono cavata con un principio di congelamento su due dita dei piedi, altri no e sono stati tanti.
Un giorno riuscii ad entrare in una casa in muratura; ero sporco, puzzavo e pieno di pidocchi in tutto il corpo... non erano comuni pidocchi che si trovano fra i capelli, questi vivono nella pancia al calduccio. Chiesi alla donna se mi potevo lavare e lei mi rispose di sì; versò l'acqua in una tinozza e ci buttò dentro una polvere bianca, io avevo paura che mi volesse avvelenare, lei gesticolava ridendo, ma io non capivo. Finalmente con titubanza e paura mi immersi con precauzione in quell'acqua torbida... meraviglia delle meraviglie: quella polvere bianca era sapone in polvere, pensa ci dicevano che i Russi erano barbari e invece avevano il sapone in polvere che in Italia non sapevamo cosa fosse!"

 

CALDO
"Era estate e faceva un caldo boia... ero di sentinella ai piedi del ponte, non resistevo sotto la calura.
Ripari non ce n'erano, intorno a me non c'era nessuno... né ufficiali né sergenti; la tentazione era grande. Un tuffo, e via... mi sarei rinfrescato; ma era rischioso: se ci fosse stata un'ispezione e non mi trovavano avrei passato dei seri guai. Dopo vari tentennamenti decisi che avrei rischiato. La riva era ripida e l'erba era rigogliosa, mi tolsi l'elmetto, le giberne e il moschetto che avevo a tracolla; deposi tutto sull'erba e mi tuffai. Che ristoro, quell'acqua fresca! Due o tre bracciate e tornai sulla riva, mi rivestii... trovai le giberne ma il moschetto era scomparso. Nessuno avrebbe potuto portarmelo via perché ero solo; il moschetto era scivolato in acqua, non c'era altra soluzione. Mi prese il panico alle conseguenze, ero da processo! Mi spogliai alla svelta e mi rituffai... dopo un paio di tentativi riuscii a recuperarlo; esso era adagiato sul fondo a un paio di metri di profondità, anche quella volta mi è andata bene."

 

DOMANDA DI UN BAMBINO
"Papà, ti te ga copà i Russi?"
Terribile questa domanda, terribile la risposta a un bambino di pochi anni... come può sentirsi un padre davanti a suo figlio? Lui abbassò la testa e rispose No. Questa domanda la rivolsi una sola volta nella mia vita, io ora abbasso la mia: non dovevo fare quella domanda.

 

CORVI
"Durante la ritirata seguivo l'interminabile colonna di sbandati senza fucile, senza mangiare. Alla mia destra, morti... alla mia sinistra, morti: i soldati si sedevano e morivano. I miei pantaloni stavano su con lo spago e ogni giorno lo stringevo; i corvi stavano bene perché avevano da mangiare ed erano grassi. Quando vedevamo le nuvole dei corvi dirigersi da qualche parte voleva dire che là si era combattuta una battaglia. Un giorno ho visto un ufficiale russo morto e mi decisi di prendergli la cintura: accovacciatomi, provai a toglierla ma il suo corpo congelato si era gonfiato e indurito così fui costretto a mettergli un ginocchio sulla pancia e tirare con tutta la mia forza per sfilare il chiodino della fibbia.

Avevo con me una bottiglietta di mercurio del peso circa di mezzo chilo; questo mercurio l'avevo trovato dentro un aereo precipitato e sapevo che il mercurio costava tanti soldi e volevo portarmelo a casa e poi rivenderlo, ma pesava troppo e ho dovuto buttarlo via. Correva voce (radio scarpa) che ci fossero stati casi di cannibalismo, ma io non ne ho mai visti, non mi meraviglierei più di tanto se queste notizie fossero state vere."
Quando mio padre mi raccontava queste cose non l'ho mai visto piangere.
"Sempre durante la ritirata incontravamo villaggi incendiati e la prima cosa che facevo era di entrare nelle case o nelle isbe in cerca di mangiare. Un giorno vedemmo un grosso deposito di viveri che andava a fuoco; una calca immensa formicolava intorno, tutti che correvano e un gran vociare... insomma, un casino. Gli ufficiali gridavano che all'interno c'erano degli esplosivi e che tutto stava per saltare, ma la fame era tanta che i soldati se ne fregavano e si gettavano su ciò che trovavano; gli ufficiali cominciarono a sparare in aria, minacciando che ci avrebbero sparato addosso, ma io me ne fregai, trovai un fusto con del miele mischiato a merda di vacca... mi guardai attorno e da terra raccolsi una baionetta e con questa forsennatamente colpii con tutta la forza che mi rimaneva su quel blocco congelato fino a che raccolsi alcune schegge e me l'infilai in bocca, poi dovetti scappare da quel ben di Dio."

 

GALLINE
"Devi sapere che prima della guerra, ai confini tra Padova e Venezia, imperversava una banda di ladri di bestiame e di polli che si chiamava Bedini o Bedin; era una grossa banda che terrorizzava tutta una vasta zona. Ebbene un componente di quella banda era nei Pontieri assieme a me; noi due facemmo amicizia... come ti ripeto la fame era tremenda; venimmo a sapere che nel villaggio in cui eravamo acquartierati il sindaco (mio padre non lo chiamava così ma pronunciava il corrispettivo in russo), teneva nella cantina della sua casa numerose galline. Decidemmo così di fargli visita di notte, entrare nella cantina e rubargli più galline che potevamo.

Mi spiegò come si faceva a uccidere una gallina senza che gridasse; prendi la gallina per il collo e gli fai fare un giro rapido e secco come se mettessi in moto un camion con la manovella. All'ora prestabilita partimmo; entrati nella casa in sordina, trovammo la porta della cantina e apertala scendemmo alcuni gradini; le galline stavano dormendo e noi senza fare rumore cominciammo il lavoro. Uccise due galline, sentiamo dei passi avvicinarsi; io stetti immobile trattenendo il respiro, mentre il mio compare si mise dietro la porta. Sentii un trambusto e un tonfo sordo di un corpo cadere: Presto scappiamo che se ci beccano finisce male.

Usciti di corsa dalla casa siamo ritornati nel nostro accampamento; intanto per strada gli chiedevo: Che casso ti ga fatto, ti o ga copà?

Ma no, rispose lui. Ghe go dà na botta in testa e el xe cascà.
Al mattino successivo, adunata del Reggimento. Il colonnello con a fianco un borghese con un vasto turbante in testa volle sapere chi era il responsabile dell'aggressione; naturalmente nessuno si fece avanti. Per punizione tutto il Reggimento venne consegnato."

 

PAURA
Mise l'indice sulla foto n° 35. "Ti voglio raccontare la storia di questa foto; questa è un'auto militare italiana che era stata attaccata da un gruppo di partigiani e nel fuggire all'imboscata si capovolse; i partigiani dietro che sparavano... l'auto trasportava documenti importanti. Uno degli occupanti, salvatosi, raggiunse trafelato e senza fiato l'accampamento. Tutti i suoi capelli erano diventati bianchi per lo spavento e il terrore, ecco cosa fa la paura."

 

RITORNO
"Dopo tanti patimenti e sofferenze siamo arrivati in Italia, ma eravamo talmente impresentabili che ci tennero in quarantena dentro una caserma; non potevamo uscire perché se la gente ci vedeva inorridiva... ricordati Pinuccio (il mio sopranome): in ritirata sii sempre il primo e nell'avanzata sii sempre ultimo, se vuoi salvarti. Comunque se sono qua a dirti queste cose è per merito del popolo russo: è lui che mi ha salvato." 
A queste parole non capivo... ma come, noi facciamo la guerra ai Russi e loro ci salvano? C'era qualcosa che non andava, ma non osavo chiedere spiegazioni; nei suoi racconti c'era la calma, non un filo di odio. traspirava dalla sua voce, come nemmeno una lacrima dai suoi occhi, oserei dire che non tradiva le emozioni.
Ora mi sto avviando verso la vecchiaia e, strana cosa, guardo la realtà trascorsa con mesto ricordo... come spero abbiano fatto coloro che mi hanno preceduto, un bacio e una lacrima a tutti portano sollievo ai nostri cuori.
Nel 1970 facevo il soldato di leva nella caserma Osoppo di Udine e mio padre, il giorno di Santa Barbara patrona degli artiglieri, venne a trovarmi; riconobbe la caserma, quella dove passò la quarantena.
Davai, papiroski, tavarisc, pope, spassiba, ecc. ecc. erano le parole che pronunciava mio padre.


Giulio Volpato (Ve)