di Patrizia Marchesini

 

Bologna, 30 gennaio 2012

Un Autiere sul Fronte Russo

 

Giovanni Antonio Mura, classe 1919, vive a Bologna e solo in anni recenti ha iniziato a raccontare al figlio le esperienze vissute al Fronte Orientale. Dopo tanti chilometri alla guida del suo camion, ha preferito dedicarsi al commercio, lavorando presso negozi o gestendoli in proprio. La lettura è uno dei suoi passatempi preferiti.

 

Giovanni Antonio Mura nel 1942Non sono mai andato a scuola. Quando giunse il momento del servizio militare, e al Distretto di Oristano mi chiesero dove volevo andare, risposi che desideravo vedere il Continente. Mi accontentarono e così finii a Trieste, al 12° Reggimento Fanteria Casale.

A quei tempi in Sardegna si parlava solo in dialetto, e io imparai a leggere e scrivere studiando in camerata sul Segretario Galante, un libriccino che circolava allora e aiutava chi non sapeva esprimersi bene a comporre lettere d’amore per le ragazze. Durante il servizio mi insegnarono a fare le segnalazioni con bandiere particolari – chiamate “Bandierine Lampo-Tricolore" – usando l’alfabeto Morse, e fui destinato alla Compagnia Comando del 73° Reggimento Fanteria Lombardia, dove ero stato riassegnato, presso la caserma Rossetti di Trieste.

Con l’idea di un lavoro dopo la guerra, nel novembre 1941 presi la patente di secondo grado che mi permetteva di guidare un pullman con il rimorchio. Uscì una circolare: diceva che chi era fornito di patente sarebbe potuto passare a un Autocentro.

Feci la domanda. La respinsero perché risultavo analfabeta. Un maresciallo mi consigliò di presentarmi in ufficio dal capitano, per dimostrare che avevo le competenze richieste. Mi fecero una specie di esame: dovetti leggere un bollettino di guerra dal fronte africano.

Così scrissero: “Il soldato Giovanni Antonio Mura sa leggere e scrivere abbastanza correttamente.” E due settimane dopo passai al 5° Autocentro di Trieste.

 

Al rientro dalla licenza agricola in Sardegna, verso la fine di maggio 1942 partii da Verona con il 247° Autoreparto pesante, composto da quattro Autosezioni. Il mio Autoreparto apparteneva al LVIII Autogruppo, 8° Autoraggruppamento d’Armata. Non dipendevamo da alcuna Divisione, bensì direttamente dall’8ª Armata. Feci l’intera Campagna di Russia con lo stesso camion, il 626 Fiat: nato in origine per funzionare a nafta, questo modello fu modificato per utilizzare la benzina, in modo da facilitarne l’accensione alle basse temperature.

Il treno trasportava anche tutti i nostri automezzi. Attraversammo la Jugoslavia, l’Austria, la Cecoslovacchia, fino alla stazione di Troppau, al confine con la Polonia.Una volta scesi dal treno caricammo la truppa – ora non saprei dire di quale reparto fosse – e iniziammo il lungo viaggio verso est, attraverso la Polonia e tutta la Ucraina, fino a Stalino. Le cosiddette “voci del fante” dicevano che avevamo percorso duemila chilometri, ma a me sembrarono molti di più. Procedemmo per tappe, muovendoci la notte e cercando di recuperare il sonno durante il giorno. Purtroppo riuscivo a dormire sì e no due o tre ore. Ricordo che un mattino mi misi a guidare con una mano sola, mentre con l’altra tenevo sollevate le palpebre che si chiudevano per la stanchezza.

Il nostro movimento fu comunque tranquillo, a parte il sonno arretrato. Nessun disturbo, nessuna incursione aerea.

Arrivati in una località vicino a Stalino, fui assegnato al trasporto dei Carabinieri che portai – passando per Vorošilovgrad – al loro Comando di Kantemirovka.

I mezzi viaggiavano senza problemi particolari o avarie, nonostante il polverone sollevato; il nostro autoreparto era fornito dei camion migliori – come ho detto erano 626 Fiat – ma la maggior parte degli automezzi mandati in Russia era del tutto inadatta, a mio parere... roba usata, vecchia, sequestrata di qua, raccolta di là... Una pena!

A volte capitarono guasti, ma i nostri meccanici riuscirono a porre rimedio in tempi più o meno brevi.

Poi, con l’inverno, anche i 626 ebbero i loro inconvenienti. Per esempio, nelle ore più fredde era necessario togliere l’acqua dal radiatore e portarla dentro casa affinché non gelasse, per riempire di nuovo il radiatore al mattino.

A essere sinceri fino a una certa data io non fui costretto a osservare questa precauzione, in quanto nell’acqua del radiatore avevo il liquido antigelo. In seguito qualcuno mi portò via tutto e – da quel momento – fui obbligato a togliere e rimettere l’acqua come ho detto prima.

Devo anche ammettere che, finché non ci fu la rottura del fronte nel dicembre 1942, gli accordi con i Tedeschi – che prevedevano da parte loro la fornitura del carburante – vennero rispettati: al nostro autoreparto non mancò mai la benzina. Poi, con l’inizio del ripiegamento, fu tutta un’altra storia. In ogni caso, per fortuna o per lungimiranza, io avevo nascosto una tanica di carburante sotto il sedile. Durante la ritirata quella piccola riserva fu provvidenziale.

 

Tornando al viaggio di avvicinamento al fronte... fino a Kantemirovka, come ho già raccontato, fui adibito al trasporto di Carabinieri. Noi autisti rimanemmo a Kantemirovka per quindici-venti giorni; era il periodo immediatamente successivo alla Prima Battaglia Difensiva del Don e una notte partimmo per portare in linea un battaglione di Camicie Nere. Il loro comandante era un Oristanese e aveva il grado di Colonnello, ma loro lo chiamavano Console. Arrivammo a Filonovo, dove era posizionata la Divisione Ravenna.

Alla camera mortuaria del Cimitero campale vidi per la prima volta alcuni nostri caduti. Erano dodici.

Ricordo che la nostra artiglieria iniziò a sparare, poi i fanti e le Camicie Nere andarono all’assalto, per ricacciarei Russi oltre il Don.1

Restammo in quel settore una decina di giorni, poi noi autisti fummo destinati a Čertkovo, dove – come a Kantemirovka – esisteva un centro logistico importante, con grossi magazzini. Le stazioni ferroviarie delle due città erano punto di arrivo (e di partenza) di uomini e materiali. Ci trovavamo a circa venticinque chilometri dalle posizioni della Divisione Torino.

Rimanemmo a Čertkovo per tutto l’autunno, facendo servizio di trasporto truppe e materiali per il fronte.

Una volta ricevemmo l’ordine di portare alcuni materiali ai Romeni, che erano più a Sud.

Durante il viaggio per raggiungere il loro settore pernottammo in un paese. Il mattino successivo arrivarono due aerei sovietici. Ci mitragliarono e io mi buttai a pancia sotto, in mezzo alla neve. Una volta rientrati a Čertkovo, ero stanchissimo e non mi reggevo in piedi.

Ho accennato alla neve... il primo freddo vero giunse verso il 15 ottobre.

I nostri camion 626, però, erano abbastanza confortevoli perché erano gli unici ad avere il motore nella cabina di guida, che – di conseguenza – era abbastanza calda. La guida era a destra e nell’abitacolo potevano stare almeno quattro o cinque persone.

Con il freddo e la neve, le piste russe spesso erano ghiacciate. Noi avevamo montato le catene. A volte il vento accumulava il nevischio e si formavano mucchi di altezza incredibile. Per certe cose c’era davvero parecchia inefficienza: personalmente non ho mai visto alcun reparto all’opera per sgomberare le piste... le chiamo così perché non si potevano definire strade.

 

Quando alla metà di dicembre si ruppe il fronte, gli ufficiali non ci spiegarono nulla; dissero, invece, che dovevamo avvicinarci alla prima linea, nel settore della Divisione Torino [forse per caricare le truppe in ripiegamento?, n.d.r.].

Čertkovo, quando iniziammo a muoverci, era nel caos: all’uscita del paese le strade erano piene di militari che venivano dal fronte.

A peggiorare le cose arrivarono due aerei sovietici e iniziarono a mitragliare. La gente si buttava qua e là, io mi riparai sotto le ruote posteriori del camion.

Non riuscimmo a giungere nel settore della Torino perché le strade erano sbarrate, così ci unimmo alle colonne che dirigevano verso Millerovo, accodandoci agli altri mezzi. Ma nel disordine generalizzato ogni camion procedette per conto suo, come poteva, senza ordini. Il cassone del mio camion si riempì di sbandati. In cabina, dietro di me, si sistemò un ufficiale che si spacciò per semplice soldato... in seguito lo scaricai, mi sembra fosse un tenente o un sottotenente.

Non posso fare a meno di pensare ai tantissimi che rimasero a Čertkovo... feriti, congelati che non riuscirono a lasciare la città. Si disse loro che qualcuno sarebbe tornato a prenderli, ma questo non accadde mai. Le circostanze non lo permisero. Il cerchio sovietico si strinse intorno alla città. E solo una minima parte di quanti vi rimasero assediati riuscì poi ad abbandonarla e a salvarsi.

Arrivai a Millerovo e vi rimasi alcuni giorni. A poco a poco arrivarono altri del mio autoreparto. Era presente anche il nostro comandante. Dopo avere lasciato pure questa località, lungo la strada un maggiore mi ordinò di rimorchiare la sua vettura, che non funzionava più. Il maggiore, il suo attendente e l’autista della macchina salirono in cabina con me. Ricordo che in cabina c’era anche un Carabiniere di Napoli – si chiamava Ernesto Colantoni – ma in quel momento il cassone del camion era vuoto: avevo lasciato i soldati a Millerovo. La colonna si fermò. Alcuni automezzi tornarono a Millerovo per disposizioni superiori, ma io proseguii con il maggiore – che voleva raggiungere il comando tappa – trainando la sua vettura.

Durante il tragitto, l’autista del maggiore mi chiese come mai il mio camion non aveva grossi problemi, nonostante le basse temperature. Mi lasciai sfuggire che nell’acqua del radiatore c’era l’antigelo. La mattina dopo trovai l’autista che trafficava intorno al camion: stava svuotando il radiatore. Quando gli chiesi ragione del suo comportamento, replicò che si trattava di un ordine del maggiore.

Da quel momento usai acqua normale. Ecco perché, come ho accennato all’inizio del mio racconto, fui poi costretto anch’io a rimuovere ogni sera l’acqua dal radiatore e a riempirlo di nuovo il mattino successivo: l’acqua – gelando nelle ore notturne – l’avrebbe spaccato.

Giungemmo al Donez, per attraversare il quale serviva un’autorizzazione, ma il maggiore la ottenne. Passammo il fiume su un ponte di barche costruito in precedenza dai Pontieri. Una volta a Vorošilovgrad, il maggiore mi disse: “Se ti domandano come mai sei arrivato qui, rispondi che i Carabinieri ti hanno obbligato a caricare dei feriti.”

Quel maggiore non lo vidi più. A volte mi domando a cosa gli sia servita l’acqua con l’antigelo, visto che la sua vettura aveva il motore fuso. Magari avrà reperito un’altra macchina e avrà proseguito con quella (e con il mio antigelo).

 

Rimasi a Vorošilovgrad una quindicina di giorni. Alla spicciolata arrivarono altri del mio autoreparto, e anche il comandante... come era già accaduto a Millerovo. Feci avanti e indietro con Starobelsk. Poi mi ordinarono di caricare dodici autisti e un tenente, che dovevano essere riportati verso la linea del fronte. Mi inserii in una colonna di Italiani e Tedeschi. Non tornammo proprio fino a Millerovo, ma nei dintorni. Ricordo che una notte fui costretto a guidare con il parabrezza alzato, dietro i carri blindati tedeschi, perché – con i fari oscurati – non riuscivo a procedere. Saltò anche il bocchettone del radiatore. Piano piano riuscii ad arrivare a un comando tappa, dove il problema venne risolto. Il tenente a questo punto disse che io sarei dovuto andare verso il fronte. Poi cambiò idea e al mio posto decise di mandare il caporal maggiore Paludeto. Questi cominciò a piangere, intuiva che si sarebbe trovato in una situazione difficile, e disse che a casa aveva dei figli. Ma il tenente tirò fuori la pistola, così Paludeto non poté far altro che obbedire.

Così io mi salvai, ma ricordo ancora il caporal maggiore che piangeva come un bambino.

Ricordo un altro episodio, avvenuto in seguito: il tenente della mia Autosezione, lo stesso che ordinò a Paludeto di andare verso il fronte, portava gli occhiali; una volta, mentre lui era alla guida del mio camion, incrociammo una colonna di blindati tedeschi che andava verso il fronte.

Poiché era buio e – come ho appena spiegato – il tenente non vedeva bene, avevamo i fari accesi. Siccome ciò era proibito dalle norme sull’oscuramento, i Tedeschi ci fermarono; ai due sottoufficiali germanici il tenente ribadì che lui era un ufficiale di grado a loro superiore, ma questi – molto arrabbiati – lo minacciarono e distrussero i fari del mio camion a calci. Fu un’umiliazione, per il tenente.

 

Eravamo ormai alla fine di gennaio e, sempre alla guida del mio camion e in compagnia del tenente, arrivai a un posto di blocco. Saremo stati a una quarantina di chilometri da Vorošilovgrad. C’era un Comando della Divisione Ravenna. Il tenente scese e mi ordinò di aspettare lì. Probabilmente voleva parlare con quegli ufficiali. Non l’ho mai più rivisto.

Intanto si era fatto buio e quelli della Divisione Ravenna indicarono nell’oscurità: “Laggiù, a destra ci sono i Russi, e a sinistra c’è un nostro plotone. Vai a recuperarlo.”

Naturalmente era un tipo di incombenza che mi preoccupava. Ma riuscii a trovare il plotone, caricai i soldati e tornammo a gran velocità verso quel Comando. Poi si ripiegò, perché i Sovietici erano davvero vicini. Rammento un particolare: quelli della Ravenna mi diedero del tonno in scatola. Prima di allora non l’avevo mai assaggiato e mi sembrò una bontà.

 

Ci dirigemmo verso Dnepropetrovsk. I soldati presenti nella città vennero spostati ancora più indietro con il treno, nelle retrovie. Io no, perché dovevo occuparmi del camion. Guidando giunsi fino a Gomel, dove si concentrarono a poco a poco tutte le nostre truppe, in attesa di rimpatrio.

Durante questo tragitto ogni tanto mi fermavo a riposare nelle isbe... la popolazione era brava gente, di cuore e mi accolse sempre senza fare difficoltà.

Del mio autoreparto non vidi più nessuno. Fui rimpatriato con i resti della Divisione Ravenna. Sullo stesso treno viaggiava anche il mio camion. A Vipiteno ci fu la disinfezione. Trascorsi il periodo di quarantena a Colle Isarco.

In seguito, dopo il rimpatrio riconsegnai il mio camion Fiat 626 a Rocchetta Tanaro, nei pressi di Alessandria.

 


 

 

1Probabilmente il racconto di Giovanni Antonio Mura si riferisce ai duri combattimenti dell’11 e 12 settembre 1942, sul fronte delle Divisioni Ravenna e Cosseria. Nel libro a cura di G. Scotoni e S.I. Filonenko, Retroscena della disfatta italiana in Russia nei documenti inediti dell’8ª Armata, è scritto: “L’11 settembre un attacco a sorpresa contro le Divisioni Ravenna e Cosseria rinnova la minaccia sul fronte del II Corpo d’Armata. [...] il comando invia di rinforzo due gruppi tattici di camicie nere, il Valle Scrivia e il Leonessa. Il giorno dopo i reparti italiani ricacciano i Sovietici al di là del fiume[...]”. Pag. 199.