di Patrizia Marchesini 

 

Un'intervista – quella a Francesco Belloni – inusuale: il testo che leggerete non è frutto di un incontro, bensì della pazienza infinita di questo signore (classe 1916) che ha risposto per iscritto alle domande che gli avevo spedito.
Il risultato è un racconto minuzioso, che secondo il desiderio di Francesco Belloni vuole rendere omaggio al suo Reggimento – quello dei Lancieri di Novara – troppo spesso oscurato, per quanto riguarda il Fronte Orientale, dalla fama (pur meritata) di Savoia Cavalleria.
Ci è sembrato doveroso dare ampio spazio a un reparto il cui Stendardo (più volte decorato) meritò – in relazione ai soli eventi della Campagna di Russia – ben due Medaglie al Valor Militare, una d'Argento e una d'Oro.
Un ringraziamento affettuoso a Francesco Belloni, per avermi aiutato con instancabile attenzione nel lavoro di rilettura ed editing.

 

24.06.2015 - A sinistra il colonnello Elio Babbo, 80° comandante del Reggimento Lancieri di Novara, a destra Francesco Belloni 

 

Il servizio militare in Novara Cavalleria. La partenza...

 

Lei giunge alla caserma di cavalleria "Mastino della Scala", a Verona, nel marzo 1938. Può raccontarci qualcosa della vita in caserma e del rapporto con gli anziani del Reggimento?

Il servizio militare durava allora diciotto mesi, ma al loro termine la mia classe di leva verrà trattenuta alle armi sino alla fine del conflitto. 1

Il servizio in cavalleria, di per sé pesante anche per gli anziani agli ultimi mesi di servizio, fa sì che i rapporti con loro restino a livello di superiore pratica ed esperienza.

 

1938 - Francesco Belloni in alta uniforme

 

 

Il manuale con le norme di contegno previste durante la libera uscita. Vorrebbe accennare ad alcune di tali regole formali?

Ecco parte di quanto contemplato: pulizia prima di uscire, divieto di profumarsi, ostentare fierezza per l’uniforme indossata, essere inappuntabili, portare il colbacco diritto, mostrarsi moderati in tutto e riguardo ai sensi, non bestemmiare, non sputare per terra, salutare fissando in volto il proprio interlocutore, usare buone maniere, essere di modello ai cittadini, soccorrere chi ne avesse bisogno, prestare concorso – se richiesto – alla forza pubblica...

 

Verona, 31.12.1938 - Al centro, Francesco Belloni

 

Un lanciere e il suo cavallo.

Occorre tempo per comprendersi, ma con perseveranti esercizi giunge l’assieme (rientrano nella norma scarti inaspettati e cadute... o veri e propri voli!). Vorrei qui ricordare gli istruttori di equitazione: il capitano Ernesto De Landerset (nel periodo dal 1940 al 1943), il tenente Mario Dettori (periodo 1938-1939), il mio coetaneo sergente maggiore Mario Reginella (dal 1939 al 1940), caduto in Albania il 10 aprile 1941 e insignito di Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria. 2

 

1938 - Francesco Belloni monta Testardo, un grigio di dieci anni

 

Cosa accade quando l’Italia entra in guerra, il 10 giugno 1940? Quali sono i vostri sentimenti, in Novara Cavalleria?

Faccio una premessa. Nelle scuole integrative (classi dalla VI all’VIII) dei miei tempi (anni Venti) si studiavano nozioni di diritto per riflettere – così era dichiarato – sui doveri e diritti del cittadino nella vita civile, nella famiglia e nella società, partendo dallo Statuto Albertino.

Dai diciotto anni, prima della chiamata alle armi, per alcuni mesi si frequentavano corsi obbligatori premilitari di armi e addestramento (curati dalla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale). 3

Iniziata la Seconda Guerra Mondiale con la nostra non-belligeranza (che pensavamo più utile per tutti) nei reparti iniziarono a completarsi i piani di mobilitazione.

Detto ciò – giunti alla dichiarazione di guerra, il 10 giugno 1940 – siamo già all’ineluttabile adattarsi, pur senza entusiasmo, alla nuova situazione. Ciascuno, ovvio, è cosciente che non ci si limiterà più a manovre e a campi d’arma.

 

Togliano (UD) - 1940

 

Dopo alcuni mesi sul Fronte Jugoslavo, la partenza per il Fronte Russo. Siamo in piena estate... abbiamo vent’anni... si va sulle tracce dello straripante alleato, a esplorare nuovi mondi. 4 

 

Al fronte. I primi caduti, l'autunno e l'inverno. Fango, freddo e neve...

 

Il primo contatto con l’avversario.

È l’alba del 30 agosto 1941, ad Adžamka.

Subiamo un bombardamento aereo a opera di alcuni Rata, 5 attirati dai piccoli fuochi accesi – con imprudenza – per il caffè mattutino. Muoiono due artiglieri del Reggimento Artiglieria a Cavallo.

 

Il Dnepr e Dnepropetrovsk: inizia la guerra vera. 6

Novara è sulla riva del fiume dal 5 al 12 settembre. Il colonnello Giusiana assume la responsabilità di un tratto della riva destra del Dnepr, sostituendo l’80° Reggimento Fanteria (Divisione Pasubio). Dal 17 al 28 settembre il settore – una trentina di chilometri – viene presidiato con la creazione di sotto-settori, di capisaldi e mediante servizio di pattuglia. Bisogna contrastare i tentativi di sbarco e i colpi di mano dell’avversario.

I Sovietici cannoneggiano, compiono incursioni aeree, noi rispondiamo con le armi automatiche e con i pezzi da 47/32.

Novara conta i suoi primi feriti.

A inizio ottobre passiamo il fiume, diretti a Dnepropetrovsk. Per attraversare usiamo il ponte di barche costruito dai nostri pontieri.

Tale ponte, lungo oltre un chilometro, bombardato più volte durante il giorno, viene ricostruito di notte.

Transitarvi non è impresa facile, per i Lancieri... procediamo a pelo d’acqua, con i cavalli a mano...

 

Andrjeevskij, 09.10.41 - Francesco Belloni al di là del Dnepr

 

L’attacco a Uspenovka del 17 ottobre 1941. I primi caduti del Reggimento.

Nel pomeriggio l’azione dei Tedeschi della 4ª Divisione alpina viene revocata. Lei parla di "indifferenza", sottolineando che tale atteggiamento si ripeterà anche in seguito. Vorrebbe spiegare cosa intende?

In coalizione operativa con Unità superiori tedesche, qui a livello divisionale, i reparti tedeschi – non adusi al corpo a corpo – privilegiavano la loro situazione sul campo, nell’oblio  dei nostri reparti coinvolti.

 

Ricordi particolari dell’autunno 1941 e dell’inverno successivo. Come reagiscono cavalli e cavalieri a tali difficili condizioni climatiche e ambientali?

Passata Kirilovka, proseguiamo per diciassette ore consecutive su terreno divenuto di pece, con le piste impraticabili anche per i cavalli, che sprofondano nella fanghiglia. La popolazione locale la chiama rasputitsa. Questo tour de force ci permette di agganciare l’avversario nei pressi di Uspenovka, località che abbiamo ricordato poco fa.

Il 20 ottobre ’41 il Reggimento, riunitosi a Roja, avanza verso Kurakovka – sotto una pioggia torrenziale – per coprire il fianco sinistro del 3° Bersaglieri. Difficile riassumere gli eventi... a Pesčanaja pernottiamo all’addiaccio.

Due giorni dopo, ad Avdievka, uno dei carrettini – che, trainati da cavalli requisiti, trasportano munizioni e vettovagliamento – salta su una mina. Muore il conducente e altri rimangono feriti: quello in condizioni più serie è Ferdinando Galli. 7

Sono, insomma, giorni drammatici e faticosi, in cui la topografia e il meteo ci ostacolano quanto le retroguardie nemiche.

Giorni di pioggia, intervallata a nevischio e a bufere di vento... con piste terribili in cui si lasciano scarpe e ferri di cavallo, e gli automezzi fermi nel pantano.

In un passaggio obbligato, un autocarro Bianchi Miles a pieno carico della Divisione Celere sprofonda fino alla bassa pedana; i Bersaglieri di quell’autocolonna devono scaricarlo sotto il nevischio, sollevarlo e spostarlo a braccia, per liberare l’unica pista.

Dopo le operazioni per la conquista del bacino del Donec, molti cavalli sono estremamente provati a causa delle marce ininterrotte. Non vi è stata la possibilità di ben governarli e ben nutrirli e alcuni di essi si sono indeboliti.

Il colonnello Giusiana, nei suoi Ordini del Giorno, sottolinea: “Non voglio cavalli che muoiano sulla strada. Pertanto i quadrupedi non in condizione di proseguire vengano, se possibile, trasportati con auto-biga, provvisti di coperte per ripararli dal freddo.”

Per i Lancieri le prescrizioni sono di indossare bustina, passamontagna e guanti di lana; il pastrano non deve avere il bavero rialzato, il moschetto deve stare correttamente a tracoll’arm. Chi di noi viaggia sulle carrette deve rimanere composto, e non sdraiarsi.

Anche a 20° sotto zero – queste ormai sono le temperature – si impongono il decoro e il contegno tradizionale dei reparti di Cavalleria.

A fine novembre ci spostiamo a Jussovo, 8 un sobborgo di Stalino. 9 Lo Squadrone Mitraglieri e il II Gruppo Squadroni di Novara si sistemano in alcune villette pulite, riscaldate, con elettricità e acqua, costruite da poco.

Non vi sono servizi igienici, che sono costituiti da piccole baracche maleodoranti.

A circa un chilometro si trovano il Comando di Reggimento e il I Gruppo Squadroni.

La neve copre tutto e, siccome per raggiungere il Comando si procede a piedi, spesso siamo esposti a tormente di vento, e perciò la neve si intrufola nei guanti e nel passamontagna.

Nel rientrare agli alloggi, abbiamo croste di ghiaccio sul viso, le ciglia sono allungate dal gelo e occorrono alcuni minuti sopra la stufa per sfilare il passamontagna.

I cavalli sono sistemati in grandi capannoni, ma per trovare gli indispensabili rifornimenti di biada e foraggio occorre spostarsi con slitte e camion per decine di chilometri.

Con temperature del genere condurre i cavalli ad abbeverarsi – due volte al giorno – è compito non da poco. Durante qualche trottatina occasionale, sui loro musi si formano grandi barbe di ghiaccio che, tuttavia, paiono non infastidirli in maniera eccessiva.

La notte di Capodanno del 1942 si raggiungono i 47° sotto zero!

Il freddo ci impone la coabitazione con i locali ucraini, con i quali i rapporti sono generalmente amichevoli e improntati alla cordialità.

 

Il saliente di Izjum e il contributo del Reggimento Novara Cavalleria.

 

A fine gennaio 1942 i Sovietici scatenano l’offensiva di Izjum, spesso trascurata dalla memorialistica. Novara Cavalleria è coinvolto nelle operazioni volte dapprima a contenere e poi a eliminare il saliente avversario. Vorrebbe parlarcene?

L’offensiva avversaria scompagina lo schieramento della 17ª Armata tedesca. L’Armata Rossa riesce a creare un saliente profondo un centinaio e ampio un’ottantina di chilometri a sud-est di Har’kov. 10

La 17ª e la 1ª Armata tedesche si congiungono, al comando del generale Von Kleist.

Poiché la ferrovia Dnepropetrovsk-Stalino è minacciata, il generale Messe – su richiesta dei nostri alleati – il 28 gennaio 1942 invia il Gruppo Tattico Musinu 11 che include il I Gruppo Squadroni di Novara (appiedato), il I Btg. Pontieri, il Gruppo Carri S. Giorgio, (anch’esso appiedato) e il IX Btg. Pontieri.

Tali forze, poco omogenee e non molto addestrate a combattere a piedi, vigilano in un primo tempo il tratto ferroviario Uljanovka-Grišino, ma verranno poi impegnate in battaglia. Gli elementi di Novara sono impiegati più volte nei combattimenti di quei giorni.

 

Metà febbraio: Lugovoj e Sofievka. La morte del tenente colonnello Massimiliano Custoza, comandante il I Gruppo Squadroni. Al di là dell’innegabile perdita umana, quanto influisce psicologicamente sul morale dei cavalieri la perdita di un ufficiale stimato e benvoluto?

La morte di Custoza e, ricordiamoci, quella del sottotenente Alberto Berardi – eroico comandante interinale del 2° Squadrone –, cruenta battaglia durante (fra ordini e contrordini, sotto il fuoco, tra resistenze, contrattacchi, ripiegamenti, rettifiche di linee), non avrà quel credibile impatto sugli uomini spossati, in azione sotto l’impulso del sostituto di Custoza, il tenente Uberto Uberti.

Le perdite – fra caduti, dispersi, feriti, congelati – ammontano a circa un centinaio.

Le temperature oscillano tra i 25 e i 40 gradi sotto zero.

 

A fine febbraio il Gruppo Tattico Musinu viene sciolto e sostituito dal Gruppo Tattico Giusiana: 12 composto da 650 uomini, include l’intero Novara Cavalleria, il Gruppo Carri  San Giorgio, più altri reparti. A Jussovo restano pochi uomini, con il compito di custodire lo Stendardo del Reggimento, mentre noi raggiungiamo prima in treno e poi a piedi la zona assegnata.

Per la cura dei cavalli – anch’essi rimasti a Jussovo – ci si avvale di alcuni prigionieri, con scontata pratica di equini.

Il Gruppo Giusiana ha l’ordine di difendere a oltranza Slavjanka, coadiuvato da reparti di alpenjäger tedeschi e da alcuni panzer.

In seguito ci spingiamo nella zona di Krivoe Ozero, che perlustriamo spesso con pattuglie.

Durante le soste – nelle ore notturne – continuo a dedicarmi alla contabilità mensile, con il volto su un lume a olio che produce molto fumo... è l’unico modo, tuttavia, per avere un po’ di luce.

A metà marzo torniamo in pieno inverno, con bufere di neve e temperature rigide, sui 30° sotto zero.

È doveroso ricordare i combattimenti della notte tra il 26 e il 27 marzo, quando il 2° Squadrone di Novara affronta da solo il triplice attacco di un battaglione sovietico, prima dell’arrivo di rinforzi. Dopo quattro ore di scontri violenti, lo Squadrone passa al contrattacco, travolgendo l’avversario. Tanti mostrano il loro valore... cito il sottotenente Sabadan Begolli di Peja, il lanciere Antonio De Fazio, il sottotenente Antonio Mantovani (caduto, e ritrovato coperto dalla neve), il sergente Vittorio Paladino (promosso Aiutante di Battaglia), il caporal maggiore Giuseppe Merlin...

Il comandante tedesco di settore scriverà poi al colonnello Giusiana per complimentarsi e per ringraziare.

 

Le operazioni sul fiume Samara, nella primavera 1942.

A metà aprile il Gruppo Tattico Giusiana è a sua volta sostituito da un Raggruppamento Tattico, forte di circa 1.700 uomini, agli ordini del colonnello Guglielmo Barbò. Oltre a Novara, quest’ultimo Raggruppamento comprende il Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino, nonché Compagnie di bersaglieri motociclisti; in aggiunta, mortai e lanciafiamme ed elementi di altri reparti. I Tedeschi vogliono eliminare una volta per tutte il saliente di Izjum, per riprendere l’avanzata.

Noi torniamo sulla linea Verhnij Samara-Bašilovka-Lugovoj, dando il cambio a truppe germaniche.

Durante il giorno è pressoché impossibile muoversi, a causa dei cecchini.

Il sergente maggiore Obinu adotta uno stratagemma per ingannarli e si sposta fra i suoi mitraglieri travestito da babuška, 13 con un secchio per il pozzo, al fine di mantenere i collegamenti.

Nelle ore notturne formiamo pattuglie esploranti, spesso guidate dal capitano Giuseppe Pezzuto, che comanda il mio Squadrone Mitraglieri. Dopo un anno di Campagna di Russia, il nostro ufficiale verrà poi promosso Maggiore per merito di guerra, e avrà guadagnato una Medaglia d’Argento e due Medaglie di Bronzo al Valor Militare.

 

Il 9 maggio respingiamo un tentativo avversario di oltrepassare il fiume Samara. Nei giorni seguenti Novara si sposta, raccogliendosi tra Bašilovka e Lugovoj. Io sono mandato, con un motociclista, a individuare un vecchio ponte di legno sul fiume tra i due villaggi, per verificarne tenuta e portata.

Il 17 maggio 1942 ha inizio l’offensiva tedesca, programmata per riconquistare la linea del Donec; le forze sovietiche cominciano a muoversi, uscendo dalla sacca, ma contrastate dall’azione convergente dell’XI e III Corpo d’Armata tedesco.

Lo stesso giorno anche il Raggruppamento Barbò partecipa alla manovra. Alpini del Monte Cervino e Bersaglieri combattono all’arma bianca.

Il 3° Squadrone di Novara occupa la sinistra di Lugovoj e passa il Samara su alcune zattere, arrampicandosi poi sulla sponda opposta e fangosa.

Si attesta più avanti, mentre il resto del Reggimento attraversa a sua volta il fiume.

Gli scontri sostenuti nella giornata da Novara distolgono i reparti nemici che premono su una Divisione alpina tedesca.

Durante la notte la pressione avversaria diviene più forte; devo organizzare in fretta una squadra di emergenza, armata con l’ultima pesante Breda 37 14 disponibile, allo scopo di proteggere i cannoni di una Batteria dell’8° Reggimento Artiglieria della Divisione Pasubio.

Gli ultimi giorni del mese sono molto intensi e impegnativi per il Reggimento, coinvolto in numerose azioni che portano alla conquista di Ivanovka.

La sera del 21 maggio Novara muove su Aleksandrovka, occupandola il giorno seguente. Nei giorni immediatamente successivi i Bianchi Lancieri si raccolgono di nuovo a Bašilovka.

Il 28 maggio, con la distruzione di due Armate sovietiche e la cattura di 240.000 prigionieri, si conclude la battaglia, che passerà alla storia come Battaglia di Har’kov, cui anche le nostre truppe hanno dato – in quei mesi – un contributo significativo.

Con lo scioglimento del Raggruppamento Tattico Barbò i vari reparti che lo componevano rientrano al C.S.I.R..

Lo Stendardo di Novara, il 28 giugno successivo, sarà decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare. 15

 

Arriva il colonnello Pagliano... Primavera-estate 1942: la ripresa dell'avanzata.

 

Nell’ultima decade di maggio, prima della conclusione delle operazioni descritte in precedenza, il colonnello Giusiana – promosso generale di brigata – è sostituito dal colonnello Pagliano. In cosa differiscono i due ufficiali, se vuole raccontarlo?

Il colonnello Egidio Giusiana è il classico ufficiale di Cavalleria, dall’aspetto caratteristico, cavaliere d’equitazione, gentiluomo di carattere estroverso (al contrario del suo predecessore), ben visto da tutto Novara.

Il colonnello Carlo Pagliano – proveniente dalla Scuola di Guerra – non ha l’aspetto del cavaliere sportivo, ma quello dell’intellettuale: segaligno e serio, è privo dell’eleganza tradizionale dell’ufficiale di Cavalleria. Ostenta, però, sicurezza e decisione in ogni circostanza.

 

Dopo l’eliminazione del saliente di Izjum e la conclusione delle operazioni sul Samara, Novara Cavalleria rientra a Jussovo. Erano giunti dall’Italia, nel frattempo, cavalli nuovi per colmare i vuoti in organico. Sono previsti un minimo di addestramento o cure particolari per abituare i cavalli a un tipo di ambiente così peculiare?

Se i nostri cavalli necessitano di attenzioni, dopo essere stati trascurati per circa quattro mesi, i nuovi quadrupedi provenienti dall’Italia, e in parte requisiti, devono assuefarsi ed essere messi in condizione di sostenere gli affaticamenti che la permanenza al Fronte Orientale comporta in questi spazi immensi.

Si compiono marce di chilometraggio progressivo sui sentieri della steppa, nel  nuovo contesto morfologico e in atmosfera bellica (incursioni di aerei, ecc. ecc.); il resto avverrà con le marce successive e con la ripresa dell’avanzata, nel luglio ’42.

 

06.Passaggio sul Donec 27.07.42 

 

A proposito dell’avanzata estiva ho letto un episodio che non conoscevo, relativo alle operazioni di Krasnyj Luč e alla quasi-cattura del maresciallo Timošenko. Vorrebbe parlarcene?

L’offensiva riprende, per noi, il 13 luglio, sotto una pioggia battente. In un villaggio nei paraggi del fiume Donec, arriviamo a un’isba da dove – pare – il maresciallo Timošenko si è allontanato da pochissimo. Secondo la donna che vive in quella casupola, l’alto ufficiale sovietico si è persino ferito alla fronte, urtando la fronte – nell’andarsene – contro la bassa architrave

Il maresciallo si è attenuto il più possibile al recente ordine di Stalin: “Ни шагу назад!”, “Ni šagu nazad!”, cioè “Non un passo indietro!” 16 

 

Noi incalziamo e per arrivare sino al Don percorreremo circa quattrocento chilometri, indossando anche le giubbe pesanti sotto un sole torrido, in mezzo a una polvere finissima, all’afa... con i pozzi d’acqua situati a distanze enormi l’uno dall’altro.

Alla fine di ogni tappa, nonostante la spossatezza, i Lancieri devono provvedere ai cavalli e nel contempo le furerie si arrangiano all’aperto, usando le casse di munizioni come tavoli improvvisati.

 

Il pericolo-mine. Mi pare che lei stesso sia sfuggito per miracolo a uno scoppio.

Nel proseguire l’occupazione del bacino minerario di Krasnyj Luč, essendo la zona fortemente minata, facciamo operare squadre speciali di sminatori, istruite sulle specifiche tecniche. Non sono impediti, purtroppo, infortuni e ferite (un lanciere morto, tre feriti).

Durante una tappa – mentre guido il calessino dello Squadrone Mitraglieri – nel sorpassare i soliti carretti utilizzati per l’approvvigionamento esco di pochissimo dalla pista. Il peggio è evitato grazie alla prontezza del cavallino russo al traino.

 

La "Prima Battaglia Difensiva del Don" e la carica di Jagodnyj.

 

La Prima Battaglia Difensiva del Don, e la carica di Jagodnyj del 22 agosto 1942. Ricordi ed emozioni di una giornata indimenticabile, per Novara Cavalleria.

I nostri avversari per circa una settimana avevano saggiato la Divisione Sforzesca, appena giunta dall’Italia, per capire quali fossero i punti migliori per l’attacco. Che si scatena violento il 20 agosto, dando inizio alla battaglia.

Saranno giorni di scontri svoltisi in un alone di leggenda, sullo sfondo di un paese immenso, senza orizzonti... Saranno episodi di valore disperato, che vedranno la Cavalleria in primo piano, protagonista di imprese ardue e rischiose combattute in sella a cavalli che liberano persino dal timore della morte.

Noi di Novara raggiungiamo Jagodnyj il 21, su ordine telefonico del Comando del XXXV Corpo d’Armata (ex C.S.I.R.), e dopo una marcia notturna di oltre ottanta chilometri, effettuata sotto la pioggia.

A Jagodnyj, costituita a caposaldo, si trovano il Comando della Divisione Sforzesca e del 53° Reggimento Fanteria.

Il colonnello Pagliano stabilisce sulle alture a nord di Jagodnyj la dislocazione dei due Gruppi Squadroni (con 4 Plotoni Mitraglieri, il Plotone cannoni controcarro e il Plotone mortai leggeri, questi ultimi di preda bellica).

Nel primo pomeriggio del 22 agosto i Russi fanno affluire rinforzi che mirano a isolare il I Gruppo Squadroni. Il maggiore Del Re, comandante il I Gruppo Squadroni, affida al 1° Squadrone (capitano Zuccaro) – appiedato e con il concorso del Plotone Mitraglieri – il compito di impegnare frontalmente il nemico.

Il 2° Squadrone – agli ordini del tenente Spotti – dovrà sfruttare gli ampi spazi di manovra e, caricando a cavallo, piombare sul fianco dell’avversario.

La carica si svolge come previsto. Spotti è fra i primi feriti ma prosegue aggrappato al cavallo, finché anch’esso viene colpito.

L’ufficiale cade, fra i Russi. Risponde con la pistola. I Lancieri, lottando, riescono a farsi largo per liberarlo... ma lo trovano morto, dopo avere subito un centinaio di pugnalate al corpo e al viso.

Al tenente di complemento Mario Spotti verrà concessa la Medaglia d’Oro, la seconda – su questo fronte – dopo quella al tenente colonnello Custoza.

Il sottotenente Manlio Guerrieri, caduto Spotti, prosegue sullo slancio nel condurre l’azione, che diviene somma di infiniti episodi.

Non mi dilungo a descriverli tutti... ma vorrei ricordare alcuni Lancieri: Giovanni Baroni, che nonostante l’uccisione del proprio cavallo, riesce a catturare un gruppetto di Sovietici con l’aiuto di alcuni compagni; Bruno Bettini, considerato disperso e ritrovato morente in un ospedale da campo, otto giorni dopo la carica; Stefano Balducci non solo riesce a portare in salvo un compagno ferito e rimasto in terreno avversario, ma recupera pure l’arma pesante di tale compagno, tornando una seconda volta tra le linee.

Balducci morirà poi il 30 agosto, a Bol’šoj.

Nel frattempo i Russi, sotto l’impeto della carica, ripiegano e lasciano sul terreno alcuni caduti e un certo numero di prigionieri.

Il sottotenente Guerrieri ricompatta lo Squadrone in perfetto ordine sulle posizioni raggiunte.

La giornata non si esaurisce con la carica, anzi... Prima l’errato bombardamento a opera degli stukas tedeschi sui circoli di cavalli e sul carreggio (un caduto e venti cavalli persi); poi il panico e lo sbandamento dei fanti riversatisi su Jagodnyj e, nella loro scia, l’irruzione di forze sovietiche nell’abitato.

Queste vengono respinte con azione diretta dal colonnello Pagliano, grazie ai pochi uomini disponibili presso il Comando (nella giornata undici caduti, un numero doppio di feriti e cinquantuno cavalli persi).

Purtroppo, come in altre dolorose circostanze, non vi è spazio per i sentimenti. Non certo per aridità emotiva, quanto per il fatto che emozioni e riflessioni devono essere rimandate nel tempo: i nostri cavalli aspettano, nitriscono...

 

La tattica seguita, il 24 agosto, da Savoia Cavalleria (contenimento frontale e attacco sul fianco avversario) non si differenzia molto da quella dei Lancieri di Novara di due giorniprima. 17

Eppure la carica nella piana di Izbušenskij è entrata nella leggenda, mentre quella di Jagodnyj è passata un pochino in secondo piano. Come mai, secondo lei?

All’alba del 24 agosto 1942 Savoia anticipa i battaglioni russi – appostati a quota 213,5, a nord di Čebotarevskij – caricandoli con il 2° e 3° Squadrone; saranno, purtroppo, trentadue i caduti.

Abbiamo supposto che Savoia sia stato per certi versi costretto a muoversi dopo i risultati precedenti di Novara (la Medaglia d’Argento allo stendardo, conseguita per i fatti relativi alla sacca di Izjum, e la nostra carica di due giorni prima).

La leggenda si evidenzierà poi per la rinomanza del Reggimento, più blasonato e per oltre quarant’anni di guarnigione a Milano, città sede dei maggiori quotidiani nazionali.

 

La Prima Battaglia Difensiva del Don non termina certo con le due cariche, per quanto riguarda il Raggruppamento a Cavallo. Vuole raccontarci qualcosa dei giorni seguenti?

Ecco un punto qualificante per Novara. La mattina del 23 agosto, lasciato alla Divisione Celere il caposaldo di Jagodnyj (Valle Kriusha), il Reggimento procede verso nord mantenendo il contatto con i Bersaglieri, con una marcia incredibile di ben oltre trenta chilometri. Tra balke profonde e alta vegetazione raggiunge – la sera – quota 191,4, fermandosi in quadrato a tre chilometri dal Don, a sud di Satovskij. Isolato, alle spalle dei Russi che hanno occupato le quote – già dei Bersaglieri – da noi prima superate.

Novara è una colonna silenziosa inoltratasi nell’area nemica.

Il generale Messe, allarmato, suggerisce di spostarsi a verso oriente, a nord di Čebotarevskij.

Il colonnello Pagliano nell’oscurità della notte porta centinaia di uomini e cavalli, incuneatisi nelle file russe (con un movimento che sembra non finire mai, e sotto l’intensificare del fuoco avversario), verso le nostre postazioni.

Le Camicie Nere del Gruppo Battaglioni Tagliamento, agli avamposti di detto caposaldo, guardano stupefatte la lunga fila degli Squadroni serrati, che sembrano essere usciti improvvisamente dalla notte.

È l’alba del 24 agosto.

Il generale Messe, la sera stessa, invia un messaggio che riassumo: “I Bianchi Lancieri di Novara in queste giornate di dura lotta hanno scritto nuove pagine di gloria che onorano la nostra Cavalleria. Penetrando decisamente nel dispositivo avversario con magnifica manovra notturna Novara ha dato prova [...] di granitica compattezza e del suo alto valore.

Sono fiero di accomunare Comandante e gregari nel più fervido degli elogi.” 18

 

Il Reggimento si sta riordinando più a sud, a Deviatkin, quando nella notte sul 25 agosto in paese irrompono i Sovietici che hanno travolto la Divisione Sforzesca a Čebotarevskij.

Siamo rigettati nella mischia.

Novara ingaggia il combattimento, con l’appoggio del III Gruppo delle Voloire. 19

Saranno undici ore di scontri e sbalzi successivi fino a sud di Kotovskij, località lasciata per ordine del generale Messe. Siamo esausti. Abbiamo perso quaranta uomini (fra cui quindici caduti), ventitré cavalli e ventidue armi automatiche.

Raggiunta Gorbatovo, la notte successiva – su contrordine – compiamo altra marcia di ritorno nella valle Zužkan (cinquanta chilometri) per costituire il caposaldo di Bolšoj, poi mantenuto, difeso e lasciato ai Tedeschi dopo un mese.

 

Autunno 1942: Francesco Belloni rientra in italia – Novara Cavalleria in ripiegamento...

 

Il 29 ottobre Novara Cavalleria, dopo marce e disagi di ogni genere (per lo più legati alle condizioni meteorologiche) giunge a Nikolaevka, che di lì a tre mesi sarebbe stata teatro di uno dei combattimenti-simbolo sostenuti dalle nostre truppe al Fronte Russo.

Raggiungiamo Nikolaevka, destinata a essere nostra zona di svernamento, dopo ventuno giorni di marcia. Qui vorrei sottolineare che anche il nostro II Gruppo Squadroni appiedato (3° e 4° Squadrone) darà poi concorso – insieme alla Divisione Tridentina – alla battaglia di sfondamento che avrebbe reso nota la località.

Tornando al tardo autunno, io a Nikolaevka rimango tre giorni, accantonato con lo Squadrone Mitraglieri in un edificio scolastico. Pure a oltre cento chilometri dal fronte del Don occorre essere guardinghi.

Infatti – e ciononostante – l’11 novembre il capannone-scuderia dei cavalli dello Squadrone subisce un incendio doloso e tra le fiamme volano in cielo i nostri fedeli compagni di sacrificio (muoiono cento cavalli nazionali, e tra essi quelli che in tanti mesi di Fronte Russo erano stati i miei compagni equini di cammino).

 

Avendo diritto all’avvicendamento lei lascia Valuiki, se non sbaglio, il 1° novembre 1942. Due settimane dopo raggiunge Udine.

L’avvicendamento costituisce un principio, non un diritto; ed è subordinato, in quei giorni, alle diverse situazioni delle Unità. Ciò premesso, arrivo a Milano in licenza premio di trenta giorni e, dopo quasi cinque anni, posso tornare con mia madre alla vita familiare, in un’oasi di pace (la mia casa!).

Momenti indicibili, commoventi (con il retro-pensiero di un ritorno al fronte); questo sebbene le restrizioni belliche e gli allarmi aerei siano di norma.

 

Gran parte del Reggimento, però, è rimasta in Russia.

A fine novembre Novara costituisce un Gruppo Squadroni che comprende due nostri Squadroni appiedati (il 3° e il 4°, menzionati poco fa) e lo Squadrone Mitraglieri di Savoia. Il reparto è agli ordini del tenente colonnello Bagnacci. Si aggiungeranno poi un plotone del nostro Squadrone Mitraglieri e quello dei mortai di preda bellica.

Tale Gruppo Squadroni passa alle dipendenze del Corpo d’Armata alpino e combatte con quest’ultimo, anche durante il ripiegamento, come ho accennato poc’anzi.

Composto da circa trecento uomini, subisce molte perdite: ben 141, tra caduti e dispersi, non rientreranno nella zona di raccolta.

 

Ha modo, in seguito, di parlare con qualche reduce di Novara Cavalleria sopravvissuto a quei giorni?

Nel dopoguerra incontrerò più volte – nei raduni a Verona – un mio Lanciere del 1940, Pietro Guzzo: un uomo di poche parole. Non ostenterà mai le proprie sofferenze. Era sfuggito alla cattura del nostro Plotone Mitraglieri (in cui combatteva), comandato dal sottotenente Bertolotti che, ferito, aveva osato reagire allo strappo delle proprie medagliette sacre, durante perquisizione a opera dei Sovietici, e venne fucilato.

Troverò pure il sottotenente Autero Zangrando (già del 4° Squadrone di Ottaviani), anch’esso di ammirevole modestia.

 

Il resto del Reggimento, come abbiamo visto accantonato a Nikolaevka, inizia a sua volta a ripiegare il 17 gennaio, dopo essersi spostato nella zona di Valuiki.

Il 17 gennaio, come ho detto, la linea di fronte tenuta dal Corpo d’Armata alpino dista cento chilometri da Nikolaevka. Il Comando di Reggimento, il 1° e il 2° Squadrone e mezzo Squadrone Mitraglieri – a cavallo, e conducendo sottomano i quadrupedi della metà del Reggimento combattente con gli alpini – procedono verso ovest con autocolonna al seguito che trasporta anche gli uffici del Comando.

Alla fine di ogni tappa quotidiana, l’Aiutante Maggiore in I compila con i suoi uomini l’Ordine del Giorno, le veline del quale giungono poi nella notte agli Squadroni per mezzo di motociclisti, mantenendo un rispetto della forma che, in quelle condizioni, sembra quasi inverosimile.

Le difficoltà maggiori, con temperature del genere, stanno nel trovare l’ambiente acconcio, ma qui subentra l’abilità dei furieri di alloggiamento che precedono le colonne per le tappe. Stupefacenti, quegli uomini e quei cavalli, che in oltre un mese percorreranno più di mille chilometri con un simile clima.

 

I resti dell’Armata italiana si raccoglieranno nella zona di Gomel’, in Bielorussia. Tra essi, anche i superstiti del vecchio R.A.C. (Novara e Savoia Cavalleria e Reggimento Artiglieria a Cavallo). Seguirà il rimpatrio. Lei si trova di nuovo alla caserma "Mastino della Scala" di Verona in qualità di istruttore quando – il 30 marzo 1943 – lo Stendardo del Reggimento fa ritorno. Sono circa le dieci di mattina.

Premesso che il Reggimento Artiglieria a Cavallo era stato assegnato al Corpo d’Armata alpino 20 e che le sue Batterie si erano posizionate dietro le Divisioni alpine, seguendone poi le sorti nella ritirata, 21 il 16 marzo i superstiti del II Gruppo Squadroni e dei Plotoni del 5° Squadrone Mitraglieri di Novara si ricongiungono al Reggimento. Intuibili le condizioni dei Lancieri che avevano ripiegato a piedi, insieme alla Tridentina...

 

Il 27 marzo 1943 i resti di Novara passano il Tarvisio. I cavalli, compagni di tante vicissitudini, si trovano su altri convogli ferroviari.

Tutto quanto è stato riportato dal Fronte Orientale a prezzo di grandi sacrifici – mi riferisco ad armamento e materiali diversi – verrà ammassato con disinteresse burocratico a Osoppo, mentre i superstiti del Reggimento trascorreranno un periodo di contumacia a Scandicci, in provincia di Firenze.

 

Verona, 30 marzo 1943: il rientro dello Stendardo di Novara Cavalleria

 

 

Ricordo il 30 marzo. In un mio diario minuscolo è scritto: Arriva lo Stendardo! Mattinata piovigginosa. Verso le 10.00 (siamo in pastrano) entra dalla porta principale il Sacro Stendardo; ai suoi fianchi il colonnello Pagliano e l’aiutante maggiore Sioli, con l’elmetto sugli occhi, il cappotto che inguaina le loro esili figure, sono veramente visioni di Russia...

Una commozione incredibile...

 

La prigionia in Germania - Il dopoguerra.

 

Lei sarà poi deportato in Germania.

Dopo l’8 settembre 1943 ha inizio la prigionia da I.M.I. con crescenti, rassegnate sofferenze... 22 fino al 2 maggio 1945, 23 allorché la colonna di noi prigionieri – inquadrata dalle baionette della Wehrmacht e in cammino verso Schwerin – incrocia i fanti della 8ª Infantry Division U.S.A. che stanno avanzando. Un chilometro più a sud giungono anche le truppe sovietiche. 

 

Nelle pagine conclusive del suo libro ho letto questa frase: "Tutto si scorda e tutto si cancella, ma non si può scordare il primo amore: un cavallo, una sciabola, una sella." (E. M. Bianchi). 24 In quali aspetti della sua vita, in quali consuetudini e pensieri, a distanza di tanti anni, Francesco Belloni si sente ancora un Bianco Lanciere?

È incredibile! Con il ritorno alla vita civile diverrà spontaneo recuperare l’un l’altro gli amici-commilitoni milanesi e veronesi più cari (Verona era stata sede del Reggimento e del Deposito fino al 1943).

Rievocando i nostri vent’anni condivisi in una vita di sicuro particolare ed eccezionale, abbiamo approfondito una fraterna amicizia, disinteressata e concorde.

Una consuetudine, finché possibile, è sempre rimasta: il raduno periodico al Reggimento di Codroipo, depositario della nostra storia, i cui Quadri – bontà loro – hanno continuato ad additarci alle Unità inquadrate quale esempio di legame costante ai nostri valori.

Dal 2005 – Comandante del Reggimento il colonnello Donato Federici – sono stato saltuariamente a Codroipo, ormai unico reduce di Russia di Novara.

La scomparsa graduale di quegli amici insostituibili ha lasciato nel mio animo afflitto un vuoto impensabile e la constatazione – a mio parere – della mancanza di un’adeguata memoria sugli storici anni ’40 vissuti dal Reggimento Lancieri di Novara (5°) mi ha poi spinto a scrivere, senza retorica, quelle notazioni remote che hanno come titolo Memorie di un Bianco Lanciere.

 

 

Fine


Concludiamo con un'opera risalente al 1915, intitolata Carica di Lancieri. Realizzata da Umberto Boccioni, è parte di una serie di dipinti di esponenti del futurismo che miravano a esaltare l'entrata in guerra dell'Italia (l'epoca è quella del primo conflitto mondiale).

I Lancieri, raffigurati al centro, trasmettono una sensazione di movimento inarrestabile.

Le lance guidano l'occhio verso l'avversario, in basso e a sinistra, che – seppure munito di armi da fuoco – sembra impotente e destinato alla sconfitta...

Il nostro intento non è certo quello di magnificare la guerra, di qualsiasi guerra si tratti. Ci è solo parso un dipinto che bene raffigura i Lancieri e che fotografa in maniera adeguata il connubio allora esistente tra i Lancieri e i loro cavalli.

Grazie al signor Morando Perini, che per primo mi ha fatto conoscere quest'opera...

 

Carica di Lancieri - Umberto Boccioni, 1915