01.Angelo Veronesi Mezzobusto

 

[...] Forse un giorno un vostro figlio, o un nipote, guarderà queste pagine ingiallite e vi chiederà: "Che cos'è questo libro?", e voi risponderete: "È quello che resta di una guerra vissuta e raccontata."

Angelo Veronesi

 

La dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 coglie il 3° Reggimento di Cavalleria Savoia in Friuli, a San Giovanni al Natisone e a Manzano.

Dopo pochi giorni giunge l’ordine di movimento verso il confine con la Francia.

Nell’ottobre dello stesso anno Savoia rientra a Milano.

Nel 1941 parte del Reggimento è destinato al Fronte Jugoslavo ma, alla fine di giugno, ritorna in Italia: si sta approntando, infatti, il Corpo di Spedizione Italiano in Russia. Savoia Cavalleria, insieme ai Lancieri di Novara e al Reggimento Artiglieria a Cavallo, viene assegnato alla Divisione Celere.

 

Il testo seguente è una sintesi del volume La mia Russia – Diario di una guerra – Pensieri, ricordi, racconti della Campagna di Russia, edito da Italian University Press, e a cura di Mario Veronesi, figlio di Angelo. Angelo Veronesi fu al Fronte Orientale con il 4° Squadrone del Reggimento Savoia Cavalleria, il medesimo Squadrone del capitano Silvano Abba, per intenderci. Il libro, oltre a fornire un quadro storico succinto degli eventi, offre una carrellata di episodi riguardanti Savoia Cavalleria durante la sua permanenza al Fronte Russo e tratteggia in modo efficace e coinvolgente le figure di alcuni commilitoni. Ringrazio Mario Veronesi di cuore, per le belle immagini inedite messe a disposizione. Purtroppo non siamo stati in grado – eccetto per la foto scattata ad Avdjevka nella primavera del 1942 – di fornire opportuni riferimenti cronologici e geografici.

 

Savoia Cavalleria - cartolina d'epoca27 luglio 1941. Partiamo dalla stazione ferroviaria di Tavernelle Altavilla, tra Lonigo e Vicenza. La tradotta inizia a muovere tra il vociare in tutti i dialetti della nostra penisola... Un vuoto mi stringe il cuore: torneremo?

 

Arrivati a Borsa, in Romania, lasciamo il treno e proseguiamo in autocarro sino a Botosani, attraversando i Carpazi al Passo di Prilop.

Ai primi di settembre il Reggimento raggiunge il Dnepr...

Che fiume, il Dnepr! Scorre per duemilacinquecento chilometri verso sud, fino al Mar Nero ed è l’arteria della fertile Ucraina. Un fiume splendido. In confronto il nostro Po sembra un torrentello.

 

Settembre. Un lungo periodo di piogge si protrae fino al 20 del mese. Il terreno è impraticabile. Le strade, salvo eccezioni, sono ridotte a pantani. È proprio nel quinto elemento che naufraga la guerra lampo tedesca.

Sotto la sferza della pioggia, soldati e mezzi affondano nel fango.

In tali condizioni il percorso quotidiano delle colonne di rifornimento si riduce a trenta chilometri o anche meno, e le difficoltà logistiche dei reparti si accentuano.

 

Ottobre 1941. Ci troviamo in perlustrazione nella vasta campagna Ucraina. Improvvisamente vediamo in lontananza nuvole di fumo. Sproniamo i cavalli...

Arriviamo a poche centinaia di metri dal villaggio in fiamme. Un gruppo di SS ci ferma: “Alt, verboten” grida un caporale. Altri quattro militari spianano il mitra contro di noi.

Non possiamo proseguire, è in corso un rastrellamento. Sappiamo cosa significa: tutto quello che si muove – animale o uomo – scompare dalla faccia della terra.

Le SS stanno caricando su dei camion una ventina di persone, mettono loro un cappio al collo e agganciano le funi a un palo che è sospeso attraverso la strada.

I camion partono e i poveretti rimangono appesi.

Ci guardiamo sconvolti, le mani scivolano immediatamente sulle nostre armi, siamo pronti a vendicare quei civili.

Il maresciallo Berti si accorge della situazione e ordina il dietro-front. Obbediamo e silenziosamente ci allontaniamo da quel luogo di morte.

 

6 novembre 1941. Cade la prima neve, una coltre bianca si distende là dove fino a pochi giorni prima vi era un immenso pantano che invischiava tutto.

Il suolo diviene duro e gelato in profondità, scompare ogni circolazione d’acqua superficiale, la vita vegetale sembra arrestarsi.

 

Tutto diventa, all’improvviso, lontano e stanco, più duro e difficile. Perché la prima neve non è solo una neve che arriva, ma è come se finisse un tempo e un altro se n’apre.

 

Con l’avanzare dell’inverno la vita sembra sempre più irreale. Le giornate, anche per il fatto dell’allineamento dell’ora con Berlino, sono cortissime e già poco dopo le tre del pomeriggio si fa buio.

Le feci e le urine si cristallizzano nella latrina da campo, e occorre romperle con il piccone.

 

Si combatte tra l’imperversare delle bufere invernali, mentre nei villaggi russi – nonostante tutto – la vita continua.

I turni di guardia sono un atroce supplizio, specie di notte; gli uomini devono essere sostituiti ogni mezz’ora, altrimenti rischierebbero il congelamento.

Anche i nostri cavalli soffrono: l’avena non arriva, la paglia congelata dei tetti delle casupole non placa la fame... ma in compenso li fa ammalare: rogna e coliche prosperano, e i cavalli muoiono.

 

26 dicembre, Santo Stefano. Il termometro segna 46 gradi sotto zero e tira un vento così forte che non si riesce a camminare sulle strade ridotte a una lastra di ghiaccio. Alla distribuzione del rancio, se si porta subito alla bocca una cucchiaiata di minestrone, si resta col cucchiaio attaccato alla lingua; se, invece, si aspetta, nella gavetta si forma una sottile crosta di ghiaccio.

 

28 dicembre 1941. Il Savoia è di stanza ad Avdievka, dove speriamo di rimanere fino al ritorno della bella stagione.

 

Gennaio 1942 - Un ricordo di Angelo Veronesi: La cavalleria gelata.

 

 

03.Angelo Veronesi ad Avdjevka

 

1942. Il Comando del C.S.I.R. decide di staccare dalla Celere i reparti di cavalleria. Noi e i Lancieri di Novara [insieme al Reggimento Artiglieria a Cavallo, n.d.r.] siamo riuniti nel RAC: il reparto è impiegato  con efficacia in servizi di perlustrazione e di collegamento, tanto da meritarsi gli elogi del Comando C.S.I.R..

Il nostro Reggimento è agli ordini del colonnello Alessandro Bettoni, conte di Cazzago. Gli amici lo chiamano Sandrino e le testimonianze lo ricordano come un personaggio molto discreto che mai si è avvalso o ha citato le sue relazioni con i nomi più illustri dell’aristocrazia sabauda.

 

21 marzo 1942. Primo giorno di primavera, con trenta gradi sotto zero e mezzo metro di neve: alla faccia della primavera!

 

Angelo Veronesi racconta: Una cena particolare.

 

In aprile le condizioni mutano all’improvviso. La temperatura sale a zero gradi... la neve e il ghiaccio si sciolgono. Tutto è sommerso da una marea di fango vischioso. È il tempo in cui il contadino si rintana nella sua capanna, accanto alla stufa. Ma l’esercito invasore è obbligato a marciare, a mutare posizione, ad avanzare, a respingere i reparti avversari. Tutto questo, immerso fino al ginocchio nella brodaglia nera.

Il fango strappa le calzature ai soldati, scalza i cingoli dei carri armati e dei trattori, sommerge anche i cavalli. Visto che le disgrazie non arrivano mai da sole, di notte questa melma appiccicosa gela, così tutto si cementa come in una morsa.

 

12 luglio 1942. Partiamo con il tramontare del sole, per evitare possibili attacchi aerei. Attraversiamo piccoli e tortuosi saliscendi, siamo in tensione a abbiamo una gran paura.

Ci lasciamo alle spalle chilometri e chilometri, avanziamo senza incontrare anima viva fino al sorgere dell’alba quando, vinti dalla stanchezza e per necessità fisiologiche, sostiamo a ridosso di alcune isbe di un piccolo villaggio.

 

Si avanza nel bacino del Donec e occupiamo la città mineraria di Krasnij Luč.

Questa città non appare sconvolta, ma spenta... svuotata in parte dalla sua gente che se n’è andata per non sottostare agli ordini dei Tedeschi.

Krasnij Luč è sede di Comando Tappa e brulica di soldati dalle uniformi multicolori e di vari Paesi: tedeschi, ungheresi, rumeni.

Gli Ungheresi, con i loro carriaggi trainati da cavalli, trasportano vettovaglie, e così pure i Rumeni. Assisto al passaggio di colonne motorizzate, camion colmi stipati di militari, seguiti da autoblindo e da carri armati di ogni genere... tutti alla rincorsa delle avanguardie che, a loro volta, inseguono i Russi in ritirata.

Il passaggio della guerra in questa zona è stato violento, quasi fulmineo.

 

Arrivano dall’Italia nuove Divisioni destinate a costituire, insieme a noi veterani, l’ARM.I.R..

Il tempo è sempre bello e piove molto raramente. Ma quanta polvere!

Siamo nella steppa, immensa e sempre uguale, un interminabile saliscendi di colline e avvallamenti appena accentuati; distese a non finire d’orzo e grano maturi, campi di girasoli.

La strada in terra battuta – riarsa dal sole – a tratti è nera e lucida come asfalto.

Ci sorpassano le colonne delle Divisioni tedesche, su autocarri. Noi procediamo in fila su un lato della strada, e i nostri alleati ci guardano e ridono.

 

Agosto 1942. Lo schieramento sul Don vede la nostra 8ª Armata inquadrata nel Gruppo d’Armate B germanico.

Il Don si presenta come un serpente appiattito, largo e sinuoso. La terra non è perfettamente piana, ed è intersecata da specie di crepacci, denominati balke.

I villaggi hanno nomi pittoreschi: Bobrovskij, Jagodnyj, Kotovskij.

Alle nostre spalle, il vuoto... una gigantesca pianura che corre all’infinito.

Gli orti dei villaggi sono autentiche oasi. Vi crescono albicocche, susine, mele, uva, meloni, pomodori, patate e fagioli. Le uova sono abbondanti come una nevicata d’inverno.

 

Nei minuscoli agglomerati vicino al Don, l’ordine del Comando è quello di non avere rapporti con le donne del luogo. Sono d’origine cosacca e bisogna evitare conseguenze spiacevoli con i pochi uomini rimasti.

Nonostante l’ordine ricevuto, alcuni di noi si infilano in un’isba... Un amore strano, che lascia la bocca amara a chi l’ha provato: la donna è rimasta passiva come se la cosa non la riguardasse minimamente. È la filosofia del nicevò, del non ha importanza. Una filosofia tramandata da secoli, da generazioni e generazioni: si subisce, ne sono passati tanti, e tutti sono stati – infine – scacciati.

 

La popolazione è ospitale. Riusciamo a instaurare con i Russi un rapporto umano, cosa impensabile per i Tedeschi.

Nella campagna ucraina abbiamo trovato un’altra umanità, un altro mondo, e questo ci dà la sensazione che non ha senso fare la guerra a quella che appare come povera gente.

Quello che colpisce di più, in loro, è la mancanza assoluta di una qualunque aspirazione alla libertà, correlata a un fatalismo totale, di chi sopporta tutto perché non vi sono alternative...

 

20 agosto 1942. Ha inizio la Prima Battaglia Difensiva del Don. Dopo due giorni di combattimenti, la Sforzesca – da poco giunta in linea, e non ancora attrezzata per affrontare l’urto delle più esperte Divisioni sovietiche – cede, mettendo in pericolo il fronte.

Il generale Messe decide di disporre del Reggimento Artiglieria a Cavallo e delle Camicie Nere del Gruppo Battaglioni Tagliamento, a protezione della Sforzesca.

Anche il nostro I Gruppo Squadroni muove, dirigendosi verso Čebotarevskij, con il compito di esplorare il fianco ed eventualmente compiere alcune azioni verso Bobrovskij.

 

Il comandante del reparto tedesco che si trova sulla nostra destra chiede di inviare alcuni di noi, per formare una pattuglia mista. Siamo comandati io, Meriggi, Corotti, Nobile e Bolchi.

Si procede nella notte in fila indiana.

Il tenente tedesco è in testa e procede con tutte le cautele del caso. Le mine anticarro non fanno paura, ci vogliono centoventi chili per farle scoppiare. Ma le mine antiuomo sono pericolose, basta la pressione della zampa di un cagnolino per farle esplodere.

Una fiammata improvvisa, un botto e il tenente tedesco ruota su se stesso, cadendo a terra.

Il maresciallo tedesco consulta i suoi uomini e decidono che non vale la pena continuare. Ordina di rientrare al campo.

Ci guardiamo in faccia.

Corotti sibila: “Ma come si fa, a lasciare là quel povero cristo.”

Nobile e Bolchi, senza dire una parola, muovono con prudenza verso l’ufficiale morto. Cerchiamo di fermarli – Meriggi urla: “Cosa volete fare?” – ma scompaiono nella notte nera.

Trascorsa una buona ora, il corpo senza vita dell’ufficiale germanico viene consegnato al Comando tedesco. Qualche giorno dopo Nobile e Bolchi sono invitati al Comando tedesco e viene loro appuntata sul petto la Croce di Guerra.

Appena rientrati, Bolchi toglie la decorazione e la butta in un cespuglio.

Nobile la mette in tasca. Entrambi non dicono nulla.

 

22 agosto 1942. All’improvviso il resto del Reggimento riceve ordine di lasciare Kotovskij, dove è acquartierato, per raggiungere Čebotarevskij e, in seguito, quota 232.

Avanziamo sul ciglio della strada, la polvere ha imbiancato non solo le nostre divise, ma anche i cavalli.

Sul ciglio opposto della strada un reparto tedesco assiste al nostro passaggio e uno dei militari germanici esprime un commento. Il caso vuole che stiano transitando anche dei fanti, uno dei quali capisce la lingua tedesca e traduce: il crucco assicura che, se non ci fossero loro, noi a quest’ora saremmo già fuggiti sino a Trieste.

La colonna si ferma di colpo.

Si sente la voce di Nobile: “Digli di ripetere la frase.”

Il Tedesco non si fa pregare, anzi replica sghignazzando.

“Nobile, dàgh una petenàda.” [Dagli una pettinata, una lezione, n.d.r.], grida Meriggi.

In un attimo Nobile scende da cavallo, colpisce il Tedesco con un pugno al mento che lo solleva da terra e lo fa atterrare a qualche metro di distanza.

I suoi compagni cercano di reagire... noi non abbiamo neppure il tempo di smontare che sei Tedeschi sono stesi, con il viso sanguinante.

Nobile si aggiusta la cravatta rossa: “Se non lo sapete, ricordatevi che da noi avete sempre preso calci nel culo.”

Arrivano trafelati alcuni ufficiali, ma ormai lo scambio d’opinioni si è consumato.

La colonna riparte nella polvere.

 

24 agosto. La carica. Abbiamo trascorso la notte disposti in quadrato. Poco prima dell’alba una pattuglia del 1° Squadrone esce per controllare un carro di fieno sospetto, intravisto la sera precedente.

Per caso il caporalmaggiore Aristide Bottini nota qualcosa che luccica tra i girasoli. È un elmetto sovietico, con la classica stella rossa al centro.

Bottini prende la mira e spara.

I Russi, scoperti, scatenano una reazione rabbiosa.

Il colonnello Bettoni decide di attaccare...

Carica il 2° Squadrone, comandato dal tenente De Leone.

Il rombo degli zoccoli fa tremare il terreno.

Va all’attacco anche il 3° Squadrone, al comando del capitano Marchio.

Anche il maggiore Litta decide di partecipare alla carica... e con lui caricano i rimanenti del nostro Gruppo Squadroni.

Circa cinquecento metri ci separano dall’avversario e bisogna percorrere un terreno piatto con poche zone per ripararsi.

Dopo essere usciti da un campo di girasoli siamo investiti dalle prime raffiche di mitragliatrice.

Sono momenti convulsi. Gli zoccoli dei cavalli calpestano armi, cassette di munizioni, uomini. Le bombe a mano raggiungono i Sovietici che si acquattano nelle buche.

Muore il maggiore Litta Modignani. Abba, il nostro capitano, è falciato mentre cerca di raggiungere gli uomini di Rubino, che era a sua volta caduto.

Poi... ci fermiamo, ansimando. L’adrenalina – che prima scorreva impetuosa nelle vene – si placa. Ci sentiamo stanchi, svuotati.

Nei miei occhi scorrono, come in un film, le immagini della carica appena conclusa: gli amici perduti, i cavalli morenti... Risento lo sferragliare di metalli e il puzzo di polvere da sparo.

Ai Russi lo scontro è costato 150 morti, 300 feriti, 500 prigionieri, quattro cannoni, dieci mortai, cinquanta mitragliatrici e centinaia di fucili.

Noi di Savoia Cavalleria contiamo 32 morti – fra cui tre ufficiali – 52 feriti e cento cavalli fuori combattimento.

Il nostro cappellano, Don Lidio Passeri, annota i nomi dei caduti. Dovrà far pervenire alle famiglie il doloroso messaggio. Siedo vicino a lui, scorro i nomi con lo sguardo: alcuni cavalieri li ho ben presenti, avevo parlato con loro qualche ora prima.

Le salme verranno poi composte amorevolmente dai commilitoni e sepolte in un cimitero nei pressi di Bol’šoj.

 

Settembre 1942. L’autunno è breve e incerto. Temporali e nuvole si alternano a belle giornate di sole. La temperatura – specie quella notturna – si abbassa rapidamente. Quando piove, di nuovo la polvere si trasforma in fango.

Quanta nostalgia del nostro settembre, dei giorni trascorsi sui navigli a Milano, o dagli zii, alla cascina presso Pavia...

 

Ottobre 1942. Vengono allontanati dalla linea del fronte tutti i soldati di origine istriana. È successo che alcuni, originari di quelle terre, sono scappati. Forse hanno passato il Don, di notte, per darsi prigionieri.

 

Nobile e Cavalieri arrivano trafelati: “Siamo tutti invitati da Stalin in persona, di là dal Don. Ci aspettano per cena. Dobbiamo solo dire propusk.”

Allunghiamo le mani e iniziamo a leggere quei foglietti di carta, vero e proprio lasciapassare, da portare con sé e da esibire al momento della diserzione o della resa.

Propongono un buon trattamento, distribuzione di caldi indumenti invernali e un sicuro rimpatrio alla fine della guerra. In caso contrario, la minaccia è di sterminio da parte dell’Armata Rossa, così come per i soldati tedeschi.

 

Novembre 1942. È il nostro secondo inverno e il freddo intenso congela anche le anime. Le giornate sono monotone; si cerca petrolio per le lampade, si ricontrollano le armi, soggette al gelo che le rende spesso inutilizzabili, si fa la polenta che riscalda i corpi e ricorda la nostra terra.

Tutto ciò a volte è interrotto dal fuoco dei cecchini russi, da brevi incursioni avversarie e colpi di mortaio.

Noi e i nostri cavalli affrontiamo questo inverno in condizioni infinitamente migliori del precedente. Siamo ricoverati nelle isbe, conviviamo con i profughi russi che arrivano con un carretto contenente tutta la loro vita.

Inizia l’avvicendamento che porta nuovi ragazzi al Reggimento.

Di quanto sta accadendo sui quasi trecento chilometri di fronte dell’8ª Armata italiana sappiamo poco e nessuno ci dice nulla.

 

25 gennaio 1943. Chi di noi si trovava a Nikitovka e ha iniziato ad arretrare da quella località il 15 gennaio, sa ormai di trovarsi in una posizione di privilegio, rispetto a quanti hanno dovuto aprirsi la strada verso ovest combattendo. Certo abbiamo affrontato anche noi bufere e tormente di neve, durante le quali i volti si sono trasformati in maschere di dolore, irriconoscibili per i ghiaccioli sulle barbe. È una polvere gelata, impalpabile, che sibila e turbina, e penetra in ogni interstizio, in ogni cucitura, arrivando a contatto con la pelle.

Abbiamo camminato nello squallore di una zona pianeggiante, in solitudine completa, senza potere contare le ore, con gli occhi rossi e tesi nel miraggio di scoprire le prime isbe come avvisaglia di territorio abitato.

 

Leggi un brano sul ripiegamento, tratto dalle memorie di Angelo Veronesi.

 

26 marzo 1943. Rientriamo in Italia con la tradotta. Quei vagoni di terza classe e le loro panche di legno ci sembrano un lusso. Sono anche riscaldati e possiamo allungare la gambe sui sedili di fronte... o sdraiarci, dopo gli estenuanti giorni in mezzo alla neve e al gelo.

Cullato dal dondolio del treno, vedo quella terra di sofferenza allontanarsi davanti ai miei occhi. Rivedo gli amici perduti, ricordo le fatiche, il freddo patito.

 

 

2 aprile 1943. Arriviamo alla stazione di Osoppo. Il Reggimento esegue le operazioni previste per le truppe rientranti dal Fronte Russo. Rimaniamo per quindici giorni in un campo contumaciale, relegati in una grande caserma fuori città.

Non possiamo uscire, non possiamo avere alcun contatto con i civili, come se fossimo degli appestati.

Abbiamo lasciato i nostri stracci e ci hanno depilato completamente con rasoi e forbici, dopo avere atteso il nostro turno.

 

A noi sottufficiali viene destinata un’intera palazzina, che sembra un albergo di lusso. Lenzuola, coperte, cuscino, armadietto. La mensa con posate di metallo e piatti di ceramica... e i tovaglioli di stoffa. Tutte cose normali, ma che avevo dimenticato.

La sera, nel minestrone di riso, sentiamo però uno strano sapore.

“Ci mettono del sale purgativo.”, dice Caprara “Così cagate anche le pulci che avete nella pancia.”

 

Lo spaccio fornisce sapone, lamette, crema da barba, brillantina... tutto contribuisce a restituirci un senso di normalità.

La voglia di tornare a Milano, di rivedere la famiglia, si fa sempre più pressante.

 

18 aprile 1943. Consegnano i documenti e ci accompagnano alla stazione. Durante il viaggio guardo la campagna padana passare sotto i miei occhi, i paesi con i campanili, e città, e montagne – in lontananza – a sbarrare la vista.

Ripenso alla steppa del Don, a quell’infinito...

 

La stazione di Milano è affollata di mogli e madri con figli tra le braccia, di sorelle e fratelli... tutti chiedono una sola cosa: notizie.

L’incontro con i miei familiari e con gli amici è indescrivibile. I pianti di gioia, le manate sulle spalle, certi sguardi esprimono il miracolo di rivedermi vivo e sano, di nuovo fra loro.

Dopo l’arrivo a Milano, mi reco al bar drogheria di Ferrario, a trovare i suoi anziani genitori.

Quando oltrepasso la soglia, li vedo intenti al lavoro, e mi sembrano più vecchi dei loro anni. Di certo la notizia della morte del loro unico figlio li ha distrutti.

Non mi presento. Ho paura che mi chiedano come è morto Amos e di riaprire nei loro cuori una ferita ancora sanguinante.

Ordino una bibita, la consumo in silenzio, pago ed esco.

 

Foglio di congedo

 


 

 

Le foto di Angelo Veronesi

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In merito al periodo finale trascorso dai Reggimenti di Cavalleria al Fronte Orientale, ci sembra opportuno aggiungere una breve nota.

Nell'autunno 1942, Savoia Cavalleria si trovava a Nikitovka, nelle retrovie del Corpo d'Armata alpino, mentre Novara era dislocato a Nikolaevka (quella che sarebbe divenuta famosa in seguito alla battaglia del 26 gennaio 1943, sostenuta dalla colonna della Divisione Tridentina).

A fine novembre '42, su disposizione del Comando dell'8ª Armata italiana, fu costituito un reparto di formazione appiedato, comprendente elementi di Savoia e Novara Cavalleria.

Agli ordini del tenente colonnello Guido Bagnacci, il reparto si trasferì nella zona di Rossoš' – passando alle dipendenze del Corpo d'Armata alpino – e poi a Podgornoe, per supportare la Divisione Tridentina. Il reparto, una volta iniziato il ripiegamento, condivise percorso e sorti di quest'ultima Divisione.

Il resto dei due Reggimenti, rimasto con i cavalli rispettivamente a Nikitovka e Nikolaevka, si spostò nella zona di Valuiki il 15 gennaio e da quella città  iniziò ad arretrare nella notte del 16 gennaio 1943, giungendo a Har’kov tra il 4 e il 5 febbraio, e affrontando tappe giornaliere persino di sessanta chilometri. Gli uomini furono costretti a portare due o tre cavalli sottomano per salvare anche i quadrupedi dei reparti appiedati, trasferitisi in linea con il Corpo d’Armata alpino. Lasciati a Har’kov i malati (che partirono subito per l’Italia con un treno ospedale), gli altri proseguirono ancora, giungendo a Gomel’ con i loro cavalli nella prima decade di marzo del 1943. 

Si vedano, in proposito, Memorie di un Bianco Lanciere, 2ª edizione, di Francesco Belloni (il volume è patrocinato dal Comune di Codroipo (UD), e Trotto, galoppo... caricat!, di Giorgio Vitali, Ugo Mursia Editore.