di Patrizia Marchesini

 

01.Logo simbolo Battaglione Monte Cervino

 

Il Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino giunse al Fronte Russo nel febbraio 1942. Un reparto speciale, ben addestrato, diciamo di pronto intervento, che trovò sempre il suo impiego nei momenti più incerti e nei punti del fronte più critici e delicati. Gli alpini del Monte Cervino, come scrisse Giulio Bedeschi, “erano soldati pressoché senza uguali, eroi fra gli eroi”.

Quanto segue è conseguenza di un incontro con uno dei cosiddetti diavoli bianchi, Osvaldo Bartolomei, che ringrazio per l’ospitalità squisita e per il materiale fornito.

 


 

 02.Osvaldo Bartolomei

 

 

Maresca (PT), 13 settembre 2013 

 

Sono nato il 20 maggio 1922 a Maresca, una frazione di San Marcello Pistoiese, dove la mia famiglia ha sempre vissuto... fin dal 1614, come testimoniano alcuni documenti in mio possesso. Ho frequentato la scuola sino alla quinta elementare, dal 1928 al 1933; qua in montagna non c'era modo di proseguire gli studi. La direzione dello stabilimento S.M.I. – Società Metallurgica Italiana – aveva istituito, a dire il vero, una scuola di avviamento al lavoro, ma non vi andai.
Nel settembre 1935, poco più che tredicenne, fui assunto come operaio proprio alla S.M.I.; la fabbrica si trovava a Campo Tizzoro e produceva laminati in rame e ottone, ma anche – e soprattutto – munizioni da guerra. Era nell'aria l'inizio del conflitto contro l'Etiopia. Il regime fascista la propagandava da tempo. Oltre a me vennero assunti circa un centinaio di ragazzi dai 13 ai 15 anni. I maschi, nel reparto caricamento, dovevano riempire i caricatori con cartucce calibro 6.5 per fucili 91; le ragazze, invece, assegnate al reparto impacchettamento, avevano il compito di sistemare sei caricatori pieni in piccole scatole di cartone, di sigillare tali scatole e di depositarle in apposite casse di legno da inviare alle Divisioni in guerra. Lo stabilimento distava non più di due chilometri da Maresca, per cui ci recavamo al lavoro a piedi... anche in inverno, con neve e ghiaccio.
Per gli operai dei paesi più lontani funzionava il trenino a binario ridotto della F.A.P. (Ferrovia Alto Pistoiese); la linea Firenze-Bologna delle Ferrovie dello Stato veniva utilizzata per il trasporto merci e per le varie necessità dello stabilimento S.M.I.. Le merci per lo stabilimento venivano depositate nei capannoni della stazione di Pracchia per essere poi trasportate a Campo Tizzoro con i vagoni della F.A.P..

Eravamo ragazzi. Devo dire che fra noi non c'era un grande entusiasmo per il regime e il sabato fascista ci annoiavamo nello svolgere gli esercizi che avrebbero dovuto prepararci alla guerra. L'inverno, con la neve, ci caricavano su un camion scoperto per portarci all'Abetone. Allora sì, che ci divertivamo, sciando. La neve cadeva abbondante anche a Maresca e, con gli sci, ci piaceva salire fino a 1.300 metri, alla Casetta dei Pulledrari, nella foresta di Teso, un luogo suggestivo e magnifico. Al ritorno si percorreva la strada esistente, in discesa e falsopiano: in pochi minuti si giungeva al paese. Questo era un passatempo davvero piacevole, per noi ragazzi.
Per il resto, si viveva giorno per giorno, lavorando allo stabilimento in attesa degli eventi. Quando l'Italia entrò in guerra, nel giugno 1940, avevo diciotto anni. I miei coetanei e io sapevamo che prima o poi ci avrebbero chiamato. E così fu.

Osvaldo Bartolomei

 

Il servizio militare

 

Partii per il servizio militare il 17 gennaio 1942. Salutai i genitori e mia sorella; al momento di abbracciare mia madre, sentii quanto fosse addolorata e in ansia: i miei due fratelli, più grandi di me, erano già sotto le armi. Con il solito trenino della F.A.P. raggiunsi Pracchia e da lì proseguii con le Ferrovie dello Stato verso Pistoia. Mi presentai al Distretto Militare e venni assegnato al Corpo degli alpini. Quando arrivai alla caserma Montegrappa, a Bassano del Grappa, era notte. Ad aspettarci, alcuni veci. Trovai inoltre il mio compaesano Leo Filoni e ragazzi provenienti dall’Emilia. Leo era arrivato il giorno prima. 

Come nuove reclute ci spogliammo degli abiti civili e indossammo indumenti militari, diventando dei bocia alpini. Dilagava il nonnismo e fummo oggetto di richieste scherzose ma piuttosto pesanti, sui cui dettagli non mi soffermo. Mentre sottostavamo a tutto ciò, i veci ne approfittarono per divorare la borghesia, cioè il cibo che ci eravamo portati da casa. Mia madre aveva preparato con amore mezzo pollo arrosto, un po’ di pane, alcune fette di polenta e i necci, biscotti tipici fatti con la farina di castagne. Si era raccomandata di non mangiare tutto in un giorno solo e io avevo seguito il suo consiglio. Leo, invece, aveva spazzato il suo cibo in treno e quindi non subì la razzia. Dopo questa cerimonia di benvenuto, i veci si ritirarono ben satolli, dicendo: “Bocia, non ve la prendete... è naia!”

 

Malgrado queste prime esperienze ero entusiasta di essere entrato a far parte del Corpo d’Armata alpino, e consapevole che – da quel momento – il mio amore per la montagna avrebbe trovato sbocchi concreti. Certo non era il periodo migliore, poiché da qualche anno eravamo in guerra. 

Il 19 gennaio partimmo in treno. Eravamo una decina, destinati alla caserma di Levico (TN), in forza al Battaglione Bolzano dell’11° Reggimento Alpini. Ero nella 1ª Compagnia. 

Iniziò la naia vera e propria: lunghe marce in montagna, addestramento con le armi, tiri al bersaglio. Ci allenavamo per imparare a... uccidere.

 

Nella prima decade del marzo ’42 la 1ª Compagnia – comandata dal capitano Frassoni – fu riunita nel piazzale della caserma. Il capitano chiese chi volesse partecipare al corso sciatori a Corvara, in Val Badia. Stavo frequentando il corso per diventare caporale e aderii con entusiasmo: lo sci di fondo era lo sport che praticavo e mi piaceva molto. Nella mia zona, sugli Appennini, avevo vinto qualche gara. 

Rinunciai al corso per caporale (iniziato una decina di giorni prima) e partii con altri alpini che, come me, avevano accettato di prendere parte al corso sciatori. 

Il comandante del corso sciatori era il sottotenente Pellegrini (o Pellegrino). Come maestri di sci vi erano dei sottufficiali della Scuola Militare Alpina di Aosta. 

Si fece una selezione per valutare le capacità di ognuno, e vennero formate delle squadre che si esercitavano nel campo-scuola di Corvara. Ogni squadra aveva un suo maestro. La nostra 1ª Squadra era formata da undici alpini, tutti fondisti. 

Avevamo come maestro proprio il sottotenente Pellegrini che, oltre a essere un bravo fondista, se la cavava anche come fotografo. 

Facevamo lunghe marce con gli sci: il Col di Lana, il Piz Boè del Gruppo Sella. Più volte traversammo i Quattro Passi: si partiva di buon’ora, salivamo a Colfosco, poi al Passo Gardena, poi al Passo Sella. Scendevamo al bivio di Canazei, salivamo al Passo Pordoi, attraversavamo il fondo valle ad Arabba, salivamo al Passo Campolongo e, nel tardo pomeriggio, eravamo di ritorno a Corvara. 

Era un’esercitazione utile a prepararci al meglio per lo sci di fondo. All’esame di fine-corso meritai 18/20.

 

Rientrai a Levico e partecipai, con il Battaglione Bolzano, alle manovre reggimentali. Poi, a fine maggio, partimmo per il campo estivo a Moena, in Val di Fassa. Le marce – sebbene faticose – mi permisero di scoprire le Dolomiti e i loro paesaggi grandiosi.

 

 

  • Osvaldo Bartolomei al Lago Scaffaiolo - 1941
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  • Al Sassolungo (foto scattata tra metà marzo e metà aprile 1942)
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  • Crinale Passo Sella (fine marzo 42) - Osvaldo è il terzo da sinistra
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  • Maggio 42 - Vezzena Lavarone - Pizzo di Levico: Osvaldo a destra
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Il 3 luglio 1942 io e altri fummo assegnati al Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino quali complementi per il Battaglione, in Russia già dal febbraio di quell’anno. All’inizio il Battaglione era formato da volontari, ma in seguito vi furono inclusi anche militari di leva, fra cui il sottoscritto. 

Raggiungemmo Trento, dove trovai Pierluigi Bizzarri, un carissimo amico di Maresca, e conoscemmo il sottotenente Otello Ognibene, 1 comandante i complementi destinati al Monte Cervino. 

 

Pierluigi Bizzarri

 

Non tutti gli alpini che avevano partecipato al corso sciatori a Corvara furono destinati al Battaglione Monte Cervino (e, quindi, alla Russia). Alcuni rimasero in forza ai reparti di appartenenza. 

Noi, invece, ci spostammo a Treviso, dove fu distribuito il nuovo vestiario, più adatto alle temperature del Fronte Orientale. Oltre alla divisa grigio-verde, che non prevedeva – per noi – le fasce gambiere, avevamo calzini e maglie di lana, un corpetto in pelle d’agnello, scarponi impermeabili con suola Vibram e un completo mimetico bianco, per l’inverno, anche quello impermeabile. Vi erano altri indumenti sulla cui descrizione non mi dilungo. 

 

La partenza, il viaggio e l'arrivo al Fronte Orientale

 

Partimmo il 16 luglio 1942. La tradotta comprendeva molti carri bestiame – dove viaggiava la truppa – e due sole carrozze con scompartimenti, riservate agli ufficiali. Sul treno eravamo circa trecento complementi, destinati a vari reparti (bersaglieri, carabinieri, fanti, artiglieri...). Noi del Monte Cervino eravamo una trentina, compreso il sottotenente Ognibene. Insieme a me, e al già citato Bizzarri – mio amico d’infanzia –, c’era pure Carino Fanti. L’avevo conosciuto a Levico ed era un ragazzo simpatico e allegro.

 

Carino Fanti

 

Passammo il Brennero e raggiungemmo la Polonia: molti gli edifici distrutti, i convogli ferroviari rovesciati, e tanta gente affamata che – durante le soste della tradotta – chiedeva del pane. Noi, soprattutto ai ragazzi – spesso vestiti di cenci –, davamo qualche galletta. 

Alla stazione di Varsavia vedemmo per la prima volta il trattamento riservato agli Ebrei. Perplessi e demoralizzati, scambiammo qualche parola con un professore ebreo, ma una guardia tedesca notò la cosa e l’uomo riprese subito a lavorare con il piccone fra le traversine del binario. 

Una notte subimmo un attacco partigiano: reagimmo scendendo dai vagoni e spingendoci nel buio circostante. Sparammo, senza sapere bene dove e a chi. Poi un ufficiale diede ordine di tornare al treno. La mattina seguente vedemmo i fori dei proiettili dei partigiani sui vagoni merci e su una delle carrozze viaggiatori riservate agli ufficiali. Fra di noi, nessun ferito. 

Poi... Minsk e Kiev, Dnepropetrovsk e Stalino.

Lasciammo il treno a Jasinovataja e proseguimmo su un’auto-carretta per Rykovo. Il 25 luglio raggiungemmo il Battaglione Monte Cervino a Grišino, dove si trovava in quarantena perché c’era stato un caso di tifo. 

Ci schierammo in fila per ricevere il benvenuto dal tenente colonnello D’Adda (il Comandante del Battaglione), da Lamberti e dagli altri ufficiali. A ognuno venivano rivolte alcune domande, “Tu chi sei?”, “Da dove vieni?”, e così via. Una volta di fronte a me, chiesero le stesse cose: “E tu da dove vieni?” 

“Dall’Appennino Tosco-Emiliano, dall’Abetone.” Citai l’Abetone in quanto un po’ più conosciuto di San Marcello Pistoiese e di Maresca, grazie ai suoi giovani campioni di sci: Vittorio Chierroni, Zeno Colò e Celina Seghi.

Il tenente colonnello guardò Lamberti: “E questo, chi ce l’ha mandato?” Sono piuttosto piccolo di statura, e allora ero magrolino. Non so, forse gli avevo fatto una brutta impressione. Invece io mi conoscevo, e all’esame avevo meritato un punteggio ottimo. C’è da dire che neppure D’Adda era un omone. 

Negli anni ‘60, in occasione di uno dei consueti raduni annuali dei reduci del Battaglione a Cervinia, incontrai proprio il tenente colonnello, nel frattempo promosso generale, e gli ricordai l’episodio. Ci scherzammo sopra e mi domandò cosa mi fosse successo in Russia, e come fossi riuscito a cavarmela.

 

Terminata la cerimonia di benvenuto, noi complementi fummo assegnati alle tre Compagnie del Battaglione: Pierluigi Bizzarri, Carino Fanti, io e alcuni altri alla 1ª Compagnia,2 comandata dal capitano Giuseppe Lamberti; il sottotenente Ognibene e altri alla 2ª Compagnia, comandata dal capitano Mario Bordone; altri ancora – non ricordo quanti – furono destinati all’80ª Compagnia Armi Accompagnamento, comandata dal capitano Egidio Biasi.

 

L'80ª Compagnia Armi Accompagnamento in partenza per il Fronte Russo. Gli alpini indossano la classica divisa bianca, prevista - nel periodo invernale - per tutti gli appartenenti al Battaglione 

 

A Grišino noi dei complementi eravamo curiosi di sapere ogni cosa e i nostri compagni – al fronte da qualche mese – ci aggiornarono sulla situazione e raccontarono gli episodi più significativi... come, per esempio, la cattura di Reginato. 3

In seguito si andò avanti. Campi sterminati di girasoli. L’impressione era che i Russi stessero ritirandosi di proposito, lasciando retroguardie agguerrite per rallentare l’avanzata delle truppe avversarie. Erano le sensazioni di ragazzi di vent’anni, non è che sapessimo molto. Sapevamo che il generale sovietico al comando delle truppe avversarie nel nostro settore era Tymošenko. 

Noi si camminava... una volta, durante queste marce, il mio amico Bizzarri mi mostrò un bigliettino trovato in una scatola contenente dei caricatori da moschetto. Era di una ragazza delle nostre parti, probabilmente addetta – presso la S.M.I. – al reparto impacchettamento di cui ho parlato all’inizio: nel biglietto erano scritte parole incoraggianti per noi soldati. 

Tornando alle nostre marce... Siccome non c’erano mezzi di trasporto sufficienti, un giorno si spostava la 1ª Compagnia; il giorno successivo la 1ª rimaneva ferma e veniva raggiunta dalla 2ª Compagnia. In ogni caso, nonostante i tratti percorsi a bordo dei camion, i chilometri a piedi furono parecchi.

Penso che la Compagnia Armi Accompagnamento, avendo i cannoni e i mortai al seguito, disponesse di mezzi propri per muoversi. 4

 

Arrivammo in un villaggio e sostammo qualche giorno. Montammo le tende e, siccome nelle vicinanze c’era un lago abbastanza grande, il caporal maggiore Giuseppe Pollero e io decidemmo di fare un bagno per rinfrescarci. L’acqua era poco invitante, giallastra, ma ci tuffammo lo stesso, completamente nudi. 

Sulla sponda opposta c’erano alcune donne russe intente a lavare i panni. Pollero e io volevamo attraversare il lago; tuttavia, mentre il caporal maggiore con il nuoto se la cavava bene, io non ero altrettanto bravo e rischiai di non farcela. Pollero mi aiutò e arrivammo sull’altra sponda ma, non volendo ripetere la traversata e dovendo raggiungere a piedi il luogo in cui avevamo lasciato i nostri abiti, fui costretto a percorrere il perimetro del lago, coprendomi le parti intime con le mani, alla meno peggio. Nel passare il punto in cui si trovavano le lavandaie, sentii le loro risate. 

Non erano di scherno, però. La popolazione russa era molto cordiale con gli Italiani, generosa nonostante le misere condizioni di vita. Se possibile ci davano un uovo, oppure un bicchiere di latte e noi offrivamo in cambio le sigarette Milit. 

 

Nella piazza di quel grande centro abitato un vecchio Russo barbuto faceva il fotografo all’aperto. Su un muro piuttosto alto aveva steso un telo consunto con un paesaggio lacustre. Ne approfittai per farmi scattare una foto, che sono riuscito a riportare a casa. 

 

08.08.42 - Osvaldo Bartolomei nella foto scattata dal fotografo russo

 

Di nuovo in movimento, noi della 1ª Compagnia marciammo attraverso la grande città di Vorošilovgrad; a breve distanza vi era il fiume Donez, che superammo su un ponte di barche. Giugemmo poi a Millerovo e, in attesa di nuovi ordini, ci esercitavamo a smontare e rimontare le armi in dotazione, soprattutto il fucile mitragliatore. Eravamo diventati abilissimi.

 

La "Prima Battaglia Difensiva del Don"

 

Dopo il 15 agosto avevamo appena ripreso le nostre marce verso il Don, quando fummo raggiunti da un’autocolonna, su cui salimmo; la situazione doveva essere allarmante: sulla pista c’era un andirivieni di mezzi carichi di munizioni e vettovagliamenti, e passavano spesso i bersaglieri motociclisti della Divisione Celere. C'era l'urgenza di raggiungere la prima linea sul Don.

In cima a una piccola altura l’autocolonna si fermò. Si sentiva sparare, non lontano. Scendemmo dai mezzi e avanzammo con attenzione: sapevamo che la Sforzesca era arretrata e che in zona si trovavano i Sovietici. 

La sera raggiungemmo Bol’šoj. Avremmo dovuto trovare i battaglioni della Sforzesca, ma non c’era nessuno. Montammo le tende tra le betulle, al riparo dai ricognitori russi.

 

Il mattino successivo il mio amico Carino Fanti e io eravamo decisi a trovare qualche animale da cortile, per incrementare il rancio. Ci spingemmo tra le isbe alla periferia del villaggio e, individuate alcune pollastrelle, riuscimmo – sparando – a ucciderne tre. Una donna non più giovane ci stava guardando dall’uscio di un’isba: la obbligammo a spennare le galline e lei – spaventata dal nostro fare autoritario – obbedì subito e ci restituì in breve tempo le nostre prede parzialmente pulite. 

In seguito mi pentii di quel gesto, ma devo dire che fu l’unico sopruso che commisi in Russia. Comunque non ci andò bene: rientrati all’accampamento, il comandante del plotone, il tenente Sacchi, ci punì con cinque giorni di rigore.

Il motivo? Avere ucciso i polli utilizzando le nostre munizioni. Essendo in zona di guerra non avremmo dovuto scontare la prigione, ma ci sarebbe stata tolta dalla decade la cifra corrispondente ai giorni di rigore prescritti. 

Un soldato in Russia prendeva 10 lire al giorno, per cui Fanti e io perdemmo 50 lire a testa per quei tre polli. All’epoca non era poco. 

Consegnammo le prede ai cucinieri, e i polli resero più gustoso il brodo del rancio.

 

Intanto la situazione ci era più chiara: l’Armata Rossa aveva attaccato con forze imponenti e, in seguito all’arretramento della Sforzesca, i Sovietici avevano creato una vasta testa di ponte sulla riva destra del Don, giungendo fino a Bol’šoj e a Jagodnyj. 

Il 24 agosto lasciammo Bol’šoj poiché in zona era sopraggiunto il Battaglione Val Chiese della Divisione Tridentina; raggiungemmo le posizioni assegnate, sulla destra di Jagodnyj. Alla nostra sinistra il villaggio era difeso dal 3° Reggimento bersaglieri. 

Noi, invece, eravamo di fronte a Bahmutkin. 

Ci furono un attacco sovietico e un successivo, furibondo contrattacco del 3° Reggimento Bersaglieri. Riuscivamo a vedere le varie fasi dello scontro. 

Poi avanzammo anche noi del Monte Cervino, partecipando al combattimento.

I Russi iniziarono a ritirarsi, grazie al contributo dei nostri mortai, e arretrarono su una nuova linea che distava 250-300 metri dal punto in cui erano partiti per conquistare la quota difesa dal 3° Reggimento Bersaglieri della Divisione Celere. 

La battaglia fu molto dura. Riuscimmo a respingere l’avversario che lasciò sul terreno parecchi morti. Uno spettacolo raccapricciante: corpi straziati, piedi recisi ancora nelle calzature. Per la prima volta assistevo allo spettacolo orribile della guerra vera... 

Alcuni fra i Sovietici deceduti indossavano – sopra la loro – la divisa estiva della fanteria italiana: mentre avanzavano, i reparti sovietici si erano impadroniti dei magazzini della Divisione Sforzesca  e si erano travestiti per ingannarci. 

Nei giorni seguenti – a causa del caldo – i corpi insepolti iniziarono a puzzare in modo tale che l’odore prevaleva su quello del nostro rancio. Così il capitano Lamberti ordinò di seppellirli. 

 

Successivamente ci dedicammo a fortificare la nuova linea di difesa con trincee, piccoli bunker e posti di vedetta, ottenuti a prezzo di un duro lavoro di piccone e pala. I Sovietici stavano facendo la stessa cosa, rinforzando la loro prima linea. 

Nella terra di nessuno era rimasto un camion della Divisione Sforzesca. La nostra intenzione era quella di farvi una sortita e impadronirci di materiale che sarebbe potuto esserci utile. 

I nostri avversari, però, ci precedettero: mentre stavamo ragionando su come procedere, sentimmo un boato... avevano riempito il camion di benzina e l’automezzo bruciò con una grande fiammata. 

 

Eravamo sempre molto guardinghi, soprattutto la notte, quando facevamo la guardia in buche scavate nel suolo, una ventina di metri oltre la prima linea. 

Nel buio i nostri avversari – attraverso gli altoparlanti – ci esortavano ad arrenderci. La propaganda sovietica prevedeva, inoltre, il lancio frequente di volantini muniti di lasciapassare.

 

 

07.Collage volantini propaganda sovietica

 

 

Anche la nostra propaganda sollecitava gli avversari a darsi prigionieri. In quel periodo quattro soldati russi si presentarono proprio all’altezza del nostro plotone: li sfamammo e regalammo loro le solite Milit, poi furono impiegati nella costruzione del bunker-comando della 1ª Compagnia, cui il capitano Lamberti stava lavorando personalmente. In seguito furono accompagnati nelle retrovie, perché di norma bisognava consegnare ai Tedeschi i prigionieri e i disertori. 

Il 29 agosto un colpo di mortaio colpì la trincea dove in quel momento si trovava il sottotenente Otello Ognibene che, in luglio, aveva accompagnato al Fronte Russo noi complementi; una scheggia gli recise la giugulare. Morì dissanguato. 

Il giorno successivo, lo ricordo bene, un altro colpo di mortaio esplose nelle vicinanze del capitano Egidio Biasi che – affiancato dal suo pastore tedesco – stava parlando con altri ufficiali. 

Il capitano Biasi era il comandante della nostra 80ª Compagnia Armi Accompagnamento. Investito dalle schegge, morì insieme al suo cane e a due ufficiali della Divisione Tridentina, giunta in zona da poco. 5

 

Un giorno Bizzarri, Fanti e io – i pistoiesi della Compagnia – ci arrischiammo a esplorare alcune isbe nella terra di nessuno, alla ricerca di frumento o patate. 

Ci imbattemmo in un campo minato ma – incuranti del pericolo – riuscimmo a proseguire incolumi. In una delle isbe trovammo i cadaveri di tre militari sovietici: uno di essi era seduto su una panca, con i pantaloni calati... La coscia destra era ferita e parzialmente fasciata. Lui teneva ancora in mano un rotolo di garza. Impressionati dallo spettacolo, uscimmo e fummo bersagliati da alcuni colpi di mortaio. Rientrammo, tra mille rischi, alle nostre posizioni. 

Quella stessa notte, purtroppo, una pattuglia del II Plotone – che stava ispezionando la zona oltre le linee del Monte Cervino – si addentrò senza rendersene conto nello stesso campo minato e due alpini morirono. 

Ricordo che in quel periodo presso il Battaglione si trovava Vanja, un ragazzino all’incirca dodicenne. Era stato adottato dai cucinieri, gli era stata fornita persino una divisa. 

Vanja si occupava del vettovagliamento e a tale scopo conduceva con destrezza una carretta trainata da un cavallo; noi gli eravamo tutti affezionati e cercavamo di aiutarlo. In seguito lo vidi di rado, anche se so che rimase con noi fino al ripiegamento... poi scomparve nella confusione di quei giorni drammatici. 

 

In relazione alla Prima Battaglia Difensiva del Don, sottolineo che a me hanno sempre dato noia quei commilitoni che criticavano la Divisione Sforzesca. La Divisione Cikai... ma perché? 

Innanzitutto, arrivati freschi-freschi dall’Italia si trovarono sbattuti sul Don, dopo avere percorso chilometri e chilometri a piedi. Non sono un oratore, ma ci tengo a precisare che – nonostante si sia parlato tanto del nostro Battaglione e degli alpini in generale – in Russia c’era anche la fanteria... E le Divisioni di fanteria combatterono, per quelle che erano le loro possibilità. 

Inoltre, in quel combattimento dell’agosto 1942 furono spazzati via anche un reggimento romeno e uno tedesco, non dimentichiamolo. 

 

L'autunno 1942 e l'arrivo a Rossoš'

 

Nei primi dieci giorni di ottobre giunse l’ordine di trasferimento. Erano stati quaranta giorni di tensione costante e di scambi continui di colpi di mortaio da ambo le parti. Il Battaglione, in questo periodo, aveva perso una ventina di uomini. Vi erano stati naturalmente anche diversi feriti. 

Il mio sollievo, al pensiero di lasciare la prima linea, era enorme. In modo avventato, mostrai la mia contentezza gettando una bomba a mano a circa quindici metri dalla nostra trincea. Esplose e gli sterpi circostanti si incendiarono. 

Il capitano Lamberti, udendo lo scoppio, uscì dal suo bunker e io temevo un suo rimprovero. Ma lui disse solo: “Spegnete il fuoco! 

 

Lasciammo Jagodnyj per sempre, giungendo a un villaggio sulla strada di Millerovo, dove sostammo qualche giorno. Fu l’occasione per fare un bagno e riuscimmo a liberarci – almeno per un poco – dai pidocchi. 

Il capitano Lamberti e il tenente Sacchi, però, non ci permisero di riposare troppo, anzi: ci dedicammo alla ginnastica presciistica. Con il sopraggiungere dell’inverno e della neve, il Battaglione avrebbe riacquistato la sua identità, compiendo con gli sci le operazioni di pattuglia e i trasferimenti previsti. 

A inizio novembre ci spostammo a Millerovo. La temperatura era intorno agli 0°. 

Il 6 novembre arrivammo a Rossoš’, durante una bufera di neve. 

Lo stabile assegnato alla 1ª Compagnia era una vecchia scuola, in mattoni e su due piani. L’edificio era libero sui quattro lati ed era sufficiente a ospitare noi e il materiale necessario. Le aule, con letti a castello in legno dotati di pagliericci, erano le nostre camerate. Il riscaldamento era assicurato da una stufa a legna.

La 2ª Compagnia era invece acquartierata in una costruzione non lontano dalla piazza della chiesa, nei pressi del cimitero militare italo-tedesco.

 

Ai primi di novembre il tenente colonnello D'Adda, comandante il Battaglione Monte Cervino, era andato in licenza per la nascita di un figlio. Il tenente Sacchi diventò il comandante della 1ª Compagnia per sostituire Lamberti, che – a sua volta – aveva preso il posto del tenente colonnello. A capo del mio I Plotone fu messo il sottotenente Gino Romanin. 

Devo aggiungere che D’Adda tornò in Russia, anche se – causa il precipitare degli eventi – non raggiunse il reparto... si fermò a Gomel’ ad aspettare i pochi superstiti del Battaglione. 

Lamberti, nel sostituire D’Adda, si dimostrò un buon comandante. L’ho visto in combattimento, era in gamba. Non posso dire che fosse severo o che si imponesse o ci punisse... però bisognava fare il proprio dovere, questo sì... E, se si voleva tornare a casa, era necessario combattere.

 

Novembre e i primi giorni di dicembre trascorsero tranquilli. Gli alpini delle tre Divisioni Tridentina, Julia e Cuneense lavoravano per rafforzare le rispettive posizioni con camminamenti e bunker sotterranei. 

Spesso ci capitava di incontrare gli alpini della Cuneense che dalla prima linea venivano a ritirare viveri e materiali diversi dai magazzini della sussistenza. 

Parlavano di ospiti femminili nei loro rifugi e noi credevamo che si riferissero a ragazze russe. Invece scoprimmo che le ospiti erano topi femmina! I topi erano numerosi e fastidiosissimi, ma tutti in qualche modo si erano abituati alla convivenza forzata. 

Noi, intanto, eravamo impegnati in pattugliamenti diurni e notturni, allo scopo di prevenire gli atti di sabotaggio a opera delle formazioni partigiane.

 

Pattuglia del Btg. Monte Cervino in Russia

 

Spesso, approfittando del periodo di calma relativa, l’intera Compagnia usciva con gli sci in aperta campagna. Nel rientrare si accendeva la competizione per raggiungere la scuola-caserma e non di rado io ero fra i primi.

 

Il trasferimento nel settore del II Corpo d'Armata: Ivanovka, Zelenyj Jar e Kriničnoe

 

Il 14 dicembre, però, abbandonammo Rossoš’: sul Don – nel settore del II Corpo d’Armata, a destra del Corpo d’Armata alpino – il momento era critico. Sostammo due giorni a Golubaja Kriniča e rimanemmo tre notti all’addiaccio. 

Arrivammo, poi, a Ivanovka. Era il 17 dicembre, il cielo si stava oscurando e la periferia est del paese era battuta dalle artiglierie sovietiche. 

Noi ci sistemammo in alcune isbe mezze distrutte a sud del villaggio e, dopo avere calzato gli sci, raggiungemmo una piccola piazza in cui avremmo dovuto trovare il Comando dell’89° Reggimento della Divisione Cosseria. 

C’era, invece, un solo camion, con il motore acceso. Era l’ultimo, tutti avevano lasciato Ivanovka. Rientrammo alle isbe occupate in precedenza e ci preparammo ad affrontare la notte, dopo avere stabilito i turni di guardia. 

Verso l’alba fummo svegliati da uno strano rumore. Uscimmo e vedemmo decine di fanti – parecchi dei quali disarmati – che si trascinavano con sguardo assente verso le retrovie. Qualcuno di loro disse, con voce fievole, che i Russi – ormai – erano vicinissimi. 

Erano della Cosseria e per alcuni giorni avevano cercato di opporsi agli attacchi delle Divisioni sovietiche. Vi erano riusciti finché l’avversario non aveva impiegato i T34. 

A questo punto eravamo rimasti solo noi del Monte Cervino, insieme a una Compagnia di fucilieri tedeschi con quattro carri armati e pochi cingolati, anch’essi in ritirata dal loro settore sul Don: spesso si sorvola sul fatto che pure il XXIV Corpo Corazzato germanico prese delle gran legnate.

 

In perlustrazione con gli sci

 

Si diceva che saremmo stati raggiunti da qualche reparto della Julia. E in effetti il 18 dicembre arrivò la 143ª Compagnia del Battaglione L'Aquila, seguita – nel giro di qualche giorno – dal 9° Reggimento della Divisione Julia, che si schierò nella stessa zona in cui ci trovavamo noi; l’8° Reggimento, invece, prese posizione dalle parti di Novaja Kalitva, nel punto di giunzione con la Cuneense.

 

Seconda metà di dicembre - La dislocazione del Btg. Monte Cervino

 

Intanto,  mentre speravamo nell’arrivo di rinforzi, passammo la giornata del 18 dicembre facendo ricognizioni, mentre sulla pista – anche se di rado – continuavano a transitare i resti della Cosseria. 

La mattina del 19 dicembre vi era un silenzio quasi irreale. 

Noi della 1ª Compagnia dovevamo disporci a sud di Ivanovka. Quel giorno Padre Leone, il nostro cappellano, distribuì scatolette e altre golosità prese dai magazzini della Divisione Cosseria. Sardine sott’olio, formaggio, zucchero... facemmo scorta, consapevoli che tutto quel ben di Dio, in seguito, se lo sarebbero goduto i Russi. 

Era già buio quando ci ordinarono di ripiegare. I Sovietici stavano entrando a Ivanovka. Si sentivano le loro grida: “Urrà, urrà...” 

In un primo momento l’ordine di arretrare era stato comunicato verbalmente e il tenente Sacchi – comandante la nostra Compagnia – discusse con altri ufficiali sull’opportunità di obbedire a tale ordine. Erano presenti i tre comandanti di plotone – Romanin, Durigon e Marini – e alla fine, pur con un po’ di nervosismo, si decise di rimandare indietro il portaordini e di attendere ordini scritti. 

Noi alpini, che avevamo attorniato i nostri ufficiali, riprendemmo posizione. A destra e a sinistra c’era il vuoto e il rischio di essere accerchiati era ormai molto concreto. 

Poi, arrivati questi benedetti ordini, ci sganciammo. Ricordo che i proiettili dei Sovietici sfrecciavano ovunque, li sentivo sibilare a lato della testa. 

Intanto il capitano Lamberti, preoccupato per il nostro ritardo nel ripiegare, ci era venuto incontro per mostrarci il percorso più sicuro. 

Io – che stavo proseguendo a forte andatura – raggiunsi quattro carri armati tedeschi, che erano in sosta temporanea dopo essersi allontanati dal paese; mi tolsi gli sci e un soldato tedesco mi aiutò a salire su uno dei carri. 

Dall’alto di quella posizione riuscivo a scorgere le isbe di Ivanovka in fiamme. 

Il capitano Lamberti si rivolse ai carristi tedeschi: “Sparate...”, disse brusco “Aiutate i miei alpini.” 

Era infuriato, e ne aveva motivo: a difendere Ivanovka era rimasto solo il Monte Cervino insieme a una Compagnia del Battaglione L’Aquila. 

La sparatoria sovietica, dopo cinque-sei colpi dei carri tedeschi, si esaurì ma sottolineo che avrebbero dovuto difendere fin da subito il nostro ripiegamento e, al contrario, se n’erano andati senza curarsi di noi. 

Io ero ancora sul carro armato: il Tedesco – visto che indossavo la tuta bianca – poiché era buio mi aveva scambiato per uno dei loro. Ma quando iniziò a parlare e io gli risposi in italiano, mi invitò a scendere. Rimisi di nuovo gli sci e, con il solito zaino pesante sulle spalle, ripresi la marcia da solo, finché raggiunsi la Compagnia. I miei commilitoni mi avevano dato per disperso. 

Noi del I Plotone trascorremmo la notte alla meno peggio, prendendo della paglia da alcuni pagliai e stendendovi sopra teli e coperte.

 

Il mattino successivo raggiungemmo Zelenyj Jar, una borgata con poche case e alcuni capannoni in legno. Era, soprattutto, un incrocio importante, con strade che da lì si ramificavano in ogni direzione. 

Ci sistemammo in un capannone mezzo diroccato. Durante la notte varie squadre si avvicendarono nei pattugliamenti. Era chiaro che i Sovietici stavano radunando nella zona di Ivanovka truppe e mezzi corazzati, in previsione di un attacco.

 

Pattuglia del Btg. Monte Cervino. Gli alpini indossano la mimetica - da essi denominata "finlandese" - il cui tessuto era più sottile di un lenzuolo

 

Infatti, all’alba del 21 dicembre, tale attacco si concentrò contro la 143ª Compagnia del Battaglione L’Aquila, che ci aveva raggiunti durante la notte. 

Fu una giornata dura, per difendere quota 204,6. 

E il 22 dicembre fu lo stesso. Quel giorno, addirittura, aerei tedeschi sganciarono per errore diverse bombe nei pressi della 108ª Compagnia del Battaglione L’Aquila e di sicuro qualche alpino perse la vita in questo modo assurdo. 

La nostra 1ª Compagnia venne coinvolta negli scontri, violenti e senza tregua, durante uno dei quali fu ferito alla mano destra il sottotenente Romanin, comandante il mio plotone: il mignolo e l’anulare ciondolavano, c’era molto sangue e io, strappando un lembo dalla mia mantellina bianca, provai a fasciarlo. Si avviò in basso, verso Zelenyj Jar. 6

Dettaglio del Foglio Matricolare di Osvaldo, che riportava erroneamente la sua morte, il 22.12.42. L'annotazione fu in seguito cancellata

 

Quel giorno, il 22 dicembre, vidi cadere anche il tenente Sacchi, colpito a morte. In quel momento l'ufficiale si trovava su un semovente tedesco insieme al sergente Della Mea, che venne ferito a sua volta. 7 Un altro sergente, di cui non ricordo il nome, mi ordinò di verificare se il tenente fosse ancora vivo. 

C’erano un sacco di Russi nascosti in quel punto e il sergente stesso, 8 realizzando in quale situazione ci trovassimo, si appiattì nella neve. 

Furono momenti concitati e fluidi... non aprimmo il fuoco nel timore di colpire i nostri commilitoni: infatti, nel frattempo, il caporal maggiore Pollero, insieme ad altri del I Plotone, nonostante arrivassero colpi da tutte le parti aveva circondato una decina di avversari. Questi alzarono le mani e si diressero verso di noi. 

Grazie al contrattacco del Battaglione L’Aquila e del Monte Cervino, i Sovietici – pochissimi furono i sopravvissuti – rientrarono a Ivanovka.

 

In quel momento di stasi relativa, il sergente e io ci alzammo, avvicinandoci al tenente Sacchi: era disteso a terra, con la carabina personale a tracolla, la pistola e il binocolo, lì accanto... era morto. 

Il caporal maggiore Pollero mi incaricò di scortare il gruppetto di prigionieri a Zelenyj Jar. Ero contento di allontanarmi da quell’inferno, ma provavo un certo nervosismo: rimasto solo con loro, non sapevo bene come si sarebbero comportati; invece si mostrarono tranquilli e parevano quasi soddisfatti di non dover più combattere. Fino a poco prima si erano difesi con accanimento. La guerra è così... 

Incontrai il capitano Lamberti che si stava avvicinando alla zona dove noi eravamo impegnati e gli consegnai i prigionieri. Insieme a lui vi erano il suo attendente – il caporale Claudio Isoardi – e il portaordini Raimondo Mino. Il capitano mi chiese notizie di Sacchi e io, pur sapendo che era morto, non ebbi il coraggio di dirglielo, sapendo quanto fossero amici: “È ferito gravemente.” Nell’udire il mio racconto, il portaordini Mino – sconvolto – puntò l’arma contro i prigionieri e lasciò partire un colpo. Per fortuna mancò il bersaglio.

 

Alpini della 1ª Compagnia del Monte Cervino trasportano la salma del tenente Carlo Sacchi

 

Nei pressi c’era un cavallo attaccato a una slitta, che Lamberti ordinò a me e a Raimondo Mino di consegnare a Zelenyj Jar, non ricordo bene per quale motivo. Ci avviammo e, nel tragitto, notammo i corpi di diversi alpini del Monte Cervino che quel giorno avevano perso la vita. 

Nel tornare indietro per ricongiungermi alla mia Compagnia vidi anche un certo numero di cadaveri di soldati russi. Io, che per tutta una serie di circostanze, ero rimasto privo di un’arma, ebbi modo di raccogliere un fucile sovietico munito di cannocchiale, e diversi caricatori. 

Quel giorno avevo perduto molti compagni di plotone... 

Trascorremmo l’ennesima notte al freddo, riparati dalla paglia. 

 

Nel primo pomeriggio del 24 dicembre lasciammo quelle posizioni e ci spostammo a Kriničnoe. Trovammo riparo in una chiesa semidistrutta. Passò la mezzanotte: era il Natale 1942, e gli aerei russi cominciarono a bombardare il villaggio. 

Spegnemmo i fuochi che avevamo acceso e restammo vigili e in allarme sino al mattino, senza poter riposare. Rimanemmo ancora qualche giorno in paese, impegnati in continue perlustrazioni della zona.

 

I Sovietici arrivano a Rossoš' – Inizia il ripiegamento

 

Poi, il 28 dicembre, rientrammo a Rossoš’.

Noi della 1ª Compagnia ci sistemammo di nuovo nella scuola-caserma, godendoci un po’ di tepore dopo quindici giorni di combattimenti, al freddo.

A Rossoš’ erano rientrati anche il Plotone Comando del sottotenente Carlo Vicentini e la 2ª Compagnia, mentre l’80ª Compagnia Armi Accompagnamento era rimasta a supporto dell’8° Reggimento della Julia.

Il 3 gennaio Padre Leone celebrò la Messa e, terminata la cerimonia, riferì che erano state concesse alcune ricompense al valor militare per i combattimenti di Ivanovka e Zelenyj Jar: al tenente Sacchi era andata la Medaglia d’Oro; Lamberti, promosso maggiore, aveva meritato la Medaglia d’Argento; il caporal maggiore Pollero era, invece, stato promosso sul campo, diventando sergente. 

I giorni successivi ci rimettemmo dagli strapazzi, nonostante la ripresa dei consueti pattugliamenti. Nel cimitero campale di Rossoš’ erano stati sepolti i nostri commilitoni deceduti negli scontri recenti di Ivanovka e Zelenyj Jar. 

Si mormorava che il Battaglione Monte Cervino sarebbe presto tornato in linea, ma non fu necessario partire, perché all’alba del 15 gennaio 1943 i carri sovietici raggiunsero Rossoš’. Scattò l’allarme generale per tutte le truppe che si trovavano in città. 

Noi ci sistemammo nei punti in cui si prevedeva il passaggio dei mezzi corazzati. Per fronteggiarli avevamo a disposizione bombe a mano, moschetti e un solo cannoncino anticarro da 47/32, il cui calibro era purtroppo inefficace sulle corazzature più spesse. 

Si percepiva un rumore di mitragliamento provenire dalla zona della stazione ferroviaria. La nostra pattuglia, spostatasi in un sentiero sul retro di alcune isbe, sentì lo sferragliare dei carri russi diretti al fiume Kalitva: di certo erano intenzionati a passare il corso d’acqua ghiacciato per poi dirigersi alla stazione. 

Così anche noi, con cautela, ci dirigemmo al Kalitva. 

Raggiuntolo, vedemmo un carro sovietico sprofondato per metà, il portellone della torretta era aperto. 

Noi della 1ª Compagnia decidemmo di scovare gli avversari che, di sicuro, si erano nascosti nelle isbe circostanti. Suddivisi in pattuglie, perlustrammo la zona. Una pattuglia entrò in un’isba: le donne, all’interno, assicurarono di essere sole. Nessuno prestò fede alle loro parole, e a ragione. Furono scoperti due soldati avversari, che aprirono il fuoco. Due alpini del Monte Cervino rimasero feriti, ma i Sovietici ebbero la peggio.

 

Nel pomeriggio sembrò tornare la calma. I carri armati si erano ritirati. Quella sera iniziai a tremare. Brividi di freddo, sudorazione... Nella camerata della scuola-caserma mi sistemai accanto alla stufa, ma nulla sembrava riscaldarmi. Il sergente Pollero mi convocò per assegnarmi il turno di guardia ma, vedendo in che stato ero, chiamò l’addetto al punto di medicazione, che giunse con il termometro: avevo 39° di febbre. 

Era il momento peggiore per ammalarsi. Più tardi, così mi disse l’addetto, sarebbe venuto il dottor Lincio a visitare feriti e ammalati. Impensabile il ricovero nell’ospedale di Rossoš’: con quanto era successo si stava procedendo alla sua evacuazione. Giunse il tenente medico, diagnosticò una grave forma bronchiale e mi diede due pasticche, suggerendo di stare coperto e al caldo. Seguii il consiglio e indossai, in aggiunta, gli indumenti intimi che mia madre aveva spedito dall’Italia e che erano arrivati pochi giorni prima. Steso sul pagliericcio, tentai di dormire.

 

All’improvviso una forte esplosione squassò l’edificio. I vetri delle finestre andarono in pezzi: un’auto, proveniente dalla stazione a forte andatura, dopo avere evitato alcune mine anticarro posizionate sulla strada, ne aveva fatta scoppiare una nelle vicinanze della scuola-caserma. Due degli occupanti morirono, l’autista e l’ufficiale al suo fianco erano feriti. Uno dei due sopravvissuti – forse l’ufficiale – gridava: “Non ci vedo più, non ci vedo più!” 

Anche i due alpini di guardia all’entrata della scuola-caserma persero la vita, straziati dalle schegge. Non fosse stato per la febbre alta per cui mi avevano esentato dal turno, sarei potuto essere uno di loro. 

La notte tra il 15 e il 16 gennaio si rivelò insonne per tutti. Gli alpini della 1ª Compagnia furono impegnati nei consueti pattugliamenti, mentre io – che su consiglio del sergente Pollero ero salito al piano di sopra in cerca di maggiore tranquillità – non riuscii a dormire, tormentato dal febbrone. In quella stanza, adibita a magazzino, vi erano un tavolo e – sopra – una penna, alcune carte e una bottiglietta di cognac. In giro, vario materiale: sci, racchette da neve, e i pacchi A.P.E., che – dal Natale – non erano stati ancora distribuiti perché in quel periodo eravamo in linea con la Julia. Da quanto so contenevano poche cose. Una penna, la fotografia del Duce, un quaderno, carta da lettere, cartoline militari da scrivere... sciocchezze del genere. 

Sul far del giorno nella stanza entrò un alpino, afferrò la bottiglietta di cognac e la penna, mi guardò e, senza dire nulla, uscì quasi di corsa. Mi allarmai e, anche se indebolito, presi il moschetto, una coperta e scesi al piano inferiore. Lasciai lo zaino con la mia roba, pensando che sarei tornato a prenderlo in seguito. 

Al pianterreno, nessuno. La Compagnia aveva abbandonato la scuola. Si erano dimenticati della mia presenza nella stanza-magazzino. 

Sbirciando la strada principale, a sinistra, verso il Kalitva, scorsi alcuni soldati russi in avvicinamento. Ero solo, fatta eccezione per i due alpini di guardia, morti e tuttora sistemati nell’atrio perché non vi era stato il tempo di dare loro sepoltura. 

Scoraggiato e con il terrore di cadere prigioniero, uscii dall’edificio attraverso una porta laterale che dava su uno spiazzo retrostante. In una viuzza scorsi degli alpini, non del mio Battaglione, ma comunque degli alpini. Li raggiunsi e m’incamminai con loro. Arrivati in una piazza, 9 vidi i miei compagni, facilmente riconoscibili perché vestiti di bianco. Ritrovai Carino Fanti e Bizzarri. 

Il sergente Pollero, 10 sapendo che ero malato, mi suggerì di andare al Comando di Battaglione, per farmi visitare di nuovo dal dottor Lincio. Seguii una slitta carica di materiale che, secondo Pollero, si stava dirigendo proprio al Comando. 

Nel frattempo i carri armati sovietici, ripresentatisi in città, iniziarono a sparare sulla piazza, gremita di nostri soldati – rivedo ancora quei momenti, e gli uomini feriti – ma continuai per la mia strada.

 

Raggiunta l’isba dove si era sistemato il Plotone Comando, riconobbi Lamberti – con il suo colbacco bianco – e altri ufficiali, fra cui il dottor Lincio. 

Resosi conto che non stavo ancora bene, mi suggerì di salire su un camion che trasportava tre feriti e in procinto di partire, in direzione dell’ospedale più vicino. 

Mentre stavo per montare sull’automezzo, arrivò un ufficiale: “Dove vai, alpino?” 

“Il dottore mi ha detto di salire sul camion. Sono ammalato.” 

“Torna alla tua Compagnia.” 

Obbedii, ma per fortuna il dottor Lincio notò quanto stava succedendo e intervenne per spiegare la situazione. Quella fu la mia salvezza. 

Ripresi posto sul camion. Dietro l’automezzo vi era un’auto-carretta, che trainava una cucina da campo. Il motore era acceso. Rimanemmo fermi almeno un’ora e noi quattro, a bordo del camion, stavamo lì senza dire una parola, con il timore che arrivassero i carri armati. Poi, finalmente, ci muovemmo; l’autista era affiancato da un sergente maggiore. Saranno state le dieci, le undici del mattino del 16 gennaio. 

Dopo neppure cinquecento metri, i carri armati russi ci presero di mira e alcune granate esplosero davanti e dietro il camion. L’auto-carretta che ci seguiva fu colpita e si fracassò a sinistra della pista. 

L’autista del nostro camion procedette velocissimo in mezzo agli scoppi. Ci salvammo, non so bene come.

 

Il ripiegamento prosegue...

 

Nei giorni successivi, molti morirono. Molti... Io, invece, fui fortunato: passai da Valuiki poco prima del posizionamento dei Russi sulle alture intorno alla città. Il nostro camion ne raggiunse la periferia est nel tardo pomeriggio. Nonostante si fosse solo al 16 gennaio c’era già gente che prendeva roba, che la spostava, che la portava via... Presso un magazzino di sussistenza il sottufficiale e l’autista ritirarono alcune di quelle marmellate solide, a mattonella, ne distribuirono due a testa, e poi ripartimmo. Verso ovest. Da una collina sulla destra esplosero alcuni colpi... pensai che le forze sovietiche fossero in avvicinamento e in procinto di occupare Valuiki. 11 Oltrepassata un’altura, scendemmo e ci trovammo nei guai. Il camion era finito in una cunetta piuttosto profonda e, sprovvisto di catene, non riusciva a proseguire. 

Noi quattro passeggeri – di certo non in gran forma – insieme al sergente maggiore tentammo senza successo di rimettere il mezzo in carreggiata. Cercammo qualche palo che facesse da leva, ma nella steppa gelata non vi era nulla che potesse esserci utile. 

Poco prima di entrare in città avevamo superato una decina di cavalieri italiani che, montando a pelo, conducevano alcuni cavalli a mano. 12 In quel momento, con il camion bloccato, sentimmo un rumore di mitraglia provenire da Valuiki e quei cavalli ci raggiunsero al galoppo, spaventati. Certuni erano feriti e si allontanarono nella steppa, con nitriti di terrore. I cavalli incolumi, invece, si fermarono vicino al nostro gruppetto. 

Sarei voluto balzare in groppa a uno di quei quadrupedi per andarmene, ma non mi riuscì. Stavo perdendo la testa. Mi incamminai a piedi, da solo, preso dalla paura: dalla collina si scorgeva tutta la città, e i Sovietici che la stavano attaccando non avrebbero tardato molto a perlustrarne i dintorni. Dovevo andare via, a tutti i costi. La febbre mi provocava brividi alternati a fortissime sudorazioni e di sicuro non avrei resistito a lungo, marciando nella neve. Sentii lo scoppiettio di un motore: erano i miei compagni di viaggio. Non so come fossero riusciti a fare ripartire il camion. Magari avevano utilizzato i cavalli per rimetterlo in pista. 

Il sergente maggiore mi apostrofò, ironico: “Dove credevi di andare, per conto tuo?” Così mi fecero risalire. E via, verso ovest.

 

La notte fra il 16 e il 17 gennaio avremmo voluto far sosta in un villaggio, ma alcuni spari ci convinsero a riprendere il percorso quasi subito. Giunti a Belgorod nella tarda mattinata del 17, vi rimanemmo sino al 19 mattina. Avevamo trovato un’isba con qualche alpino del nostro Battaglione; chiedemmo notizie del dottor Lincio, a sua volta in ripiegamento con alcuni feriti, ma non se ne sapeva nulla. 

Da lì, io e un altro – della 2ª Compagnia – fummo trasportati a Har’kov con un camion tedesco. Non ricordo chi fosse quel soldato che viaggiò insieme a me. Si stava zitti. Eravamo un po’ smarriti, angosciati. Io sempre con la febbre.

All’Ospedale di Riserva n. 8 di Har’kov mi sistemarono in una camerata dove altri avevano problemi ben più seri: a quello nel letto di fronte al mio avevano amputato tutte e due le gambe sotto il ginocchio. Io avevo gli alluci blè, non so se fosse un principio di congelamento, da un pezzo non mi ero tolto i calzettoni. Dopo alcuni giorni si sentì bombardare: l’aviazione russa mirava alla stazione ferroviaria; il personale ospedaliero era inquieto...

 

Rientro in Italia

 

Partii in treno il 23 gennaio, quando si presentò la necessità di liberare il più possibile le camerate per accogliere i feriti e i congelati che via via stavano raggiungendo la struttura. Ci attendeva un treno ospedale di lusso... [ride, n.d.r.] In realtà si trattava di semplici vagoni-merci con letti a castello provvisti di pagliericci e coperte, e riscaldati da una stufa a carbone. Passammo da Poltava, dove la tradotta fece sosta per scaricare i feriti deceduti nel frattempo.  Riprendemmo il viaggio raggiungendo Leopoli, in Polonia. Ci fermammo due giorni e ci fecero la disinfestazione. Alcune donne erano adibite a questo incarico... ci pennellavano dappertutto per eliminare i pidocchi. A seguire, il bagno, mentre i nostri indumenti subirono il trattamento previsto per essere ripuliti. 

Ripartimmo, passando poi da Vienna, Monaco, Innsbruck. Può darsi che sul treno ci fosse qualcun altro del mio Battaglione, ma io non vidi nessuno di mia conoscenza. Giunsi all’Ospedale Militare di Rimini il 1° febbraio. Ricordo che, prima, il treno fermò a Bologna, in un binario abbastanza... periferico e isolato, perché la gente non vedesse come eravamo ridotti.

 

Dopo tredici giorni fui dimesso e mi diedero un mese di convalescenza. Tornai a Maresca... in famiglia erano molto felici di riavermi a casa anche se mia madre era un po’ allarmata: facevo degli incubi, la notte, e mi alzavo, oppure urlavo. Poi dovetti ripresentarmi prima ad Aosta e, dopo, al reparto di provenienza che era l’11° Reggimento Alpini. Inquadrato di nuovo nel Battaglione Bolzano, mi mandarono a Vipiteno. Lì si trovavano altri reduci, non solo del Fronte Russo, ma anche del Fronte Jugoslavo. A Prati di Vipiteno eravamo quindici alpini, incaricati di fare la guardia alla centrale elettrica. Non c’era nessuno, però, del Monte Cervino e solo parecchi anni dopo la guerra – durante alcune commemorazioni e incontri a Cervinia – ebbi modo di sapere cosa fosse successo a tanti del mio Battaglione.

 

Dopo l'8 settembre... Prigioniero dei Tedeschi

 

Mi presero il 9 settembre. Io e gli altri cademmo in una retata. L’ufficiale tedesco ci ordinò di non opporre resistenza e di consegnare le armi. Suggerì che prendessimo gli zaini e la nostra roba; raggiungemmo Vipiteno, nella cui piazza – sorvegliata da militari tedeschi – erano già riunite alcune centinaia di soldati italiani. Una signora fu testimone di quanto avvenne e scrisse due biglietti ai miei genitori, per rassicurarli e per trasmettere loro un mio messaggio, che le avevo affidato verbalmente prima di essere deportato.

 

 

I biglietti recapitati alla famiglia di Osvaldo per testimoniarne la cattura da parte dei Tedeschi

 

Trascorsi circa un mese nella Prussia Orientale. Il campo era costituito da grandi capannoni privi di servizi, con tavolacci nudi, senza pagliericcio né coperte. Pochi giorni dopo l’arrivo ci radunarono in un grande spiazzo, dove un ufficiale del nuovo Governo fascista cercò di convincerci ad aderire alla R.S.I.: solo un soldato si fece avanti. Tutti noi eravamo stanchi della guerra. Poi fecero un censimento dei prigionieri, ci rasarono i capelli, ci fotografarono sia di profilo, sia di fronte, tenendo – in questo caso – all’altezza del petto una tavoletta con il nostro numero identificativo. Con uno stampo dipinsero un triangolo rosso sul retro della giacca da prigionieri.

 

In seguito, come IMI 13 lavorai a Mühlberg, non lontano da Berlino, e a Zschopau, 14 presso lo stabilimento Auto Union DKW. Venti mesi con dodici ore di lavoro al giorno. Terminato il turno, si rientrava al campo, situato in vecchio ristorante su due livelli, e distante circa un chilometro e mezzo dalla fabbrica. Condizioni senz’altro dure, umiliazioni e offese a non finire: più volte, rientrando dal lavoro, trovammo le coperte ammucchiate all’esterno, sotto la pioggia. Soprattutto soffrimmo tanta tanta fame; per fortuna c’era un vecchio operaio tedesco: lavorava nel mio stesso reparto, al mio fianco, e talora mi nascondeva una fetta di pane – sottile come un’ostia – nella scatola del calibro. Stava molto attento perché temeva di essere visto dal capo-officina. 

Quest’ultimo controllava il lavoro e veniva spesso allo stabilimento in divisa da nazista. Era molto severo e sprezzante. A me e agli altri Italiani ripeteva: “Tu, Badoglio, tu kaputt.”

 

Fummo liberati dagli Americani l’8 maggio 1945, il giorno in cui – in Europa – terminò ufficialmente la Seconda Guerra Mondiale. Venne issata la bandiera statunitense, poi arrivarono i Sovietici e la bandiera fu... sostituita. 

Essendo la Sassonia nella zona assegnata ai Sovietici, fummo trasferiti dagli Americani a Göppingen, vicino a Stoccarda, in un campo di raccolta per prigionieri italiani; lì trascorsi il periodo dal 20 maggio a inizio luglio. Arrivai a casa il 7 luglio 1945.

 

Il dopoguerra, ricordando commilitoni e ufficiali

 

La vita è continuata, qui a Maresca. Ho fatto tante cose e ho continuato a praticare sport fino a pochi anni fa.

 

Osvaldo Bartolomei - Ottobre 2013

 

Sui miei giorni al Fronte Russo – durante i quali spesso affrontammo scontri molto duri – ho scritto una testimonianza, inserita nel libro di Aleardo Ceol, uno storico che ha raccolto testimonianze anche da altri reduci del Battaglione Monte Cervino. All’inizio non ero molto propenso, ma lui venne a trovarmi qui, a Maresca, e mi convinse. 15

Noi sopravvissuti abbiamo avuto fortuna: dopo un’esperienza – certamente tragica – siamo tornati alle nostre famiglie e ai nostri affetti. Ma quanto dolore per migliaia di genitori e familiari! 

L’angoscia maggiore fu quella patita dai congiunti dei dispersi, in attesa per anni di riabbracciare il loro caro o, quantomeno, di avere notizie che ne chiarissero la sorte. In moltissimi casi, purtroppo, tale speranza andò delusa. 

Il mio pensiero va sempre agli eroici caduti in terra di Russia.

 

[Leggi l'Albo d'Oro dei caduti e dispersi del Battaglione Monte Cervino.]

 

Un ricordo affettuoso e particolare ai miei compagni e amici di Maresca, tutti scomparsi in quei giorni al Fronte Orientale: Pierluigi Bizzarri (classe 1922, di cui ho già parlato nel mio racconto), Ausilio Vivarelli (classe 1922, 8° Reggimento, Divisione Julia), Loriano Fronzaroli (classe 1922, 90° Reggimento, Divisione Cosseria), Bruno Biondi (classe 1920, anch’esso del 90° Reggimento) e Adriano Petrolini (classe 1922, della Sussistenza, Intendenza 8ª Armata). 

 

Vorrei menzionare anche gli ufficiali del Battaglione Monte Cervino che conobbi al Fronte Russo: il tenente colonnello Mario D’Adda, i capitani Giuseppe Lamberti ed Egidio Biasi, il tenente cappellano Attilio Casagrande, il tenente medico Domenico Lincio, il tenente Carlo Sacchi, i sottotenenti Otello Ognibene, Lido Durigon, Gianpiero Marini e Gino Romanin. 16

Infine non posso non citare il dottor Enrico Reginato, Medaglia d’Oro al Valor Militare: durante i lunghi anni trascorsi nei lager sovietici, non solo moltissimi prigionieri, ma anche soldati e civili russi beneficiarono della sua assistenza medica.

Ebbi occasione di conoscerlo a Cervinia, negli anni ’60-’70 e ho una foto insieme a lui.

 

I due diavoli bianchi, Carlo Vicentini (a sinistra) e Osvaldo Bartolomei (a destra), sotto il portico della chiesetta di Cervinia

 

A Cervinia incontrai anche il sottotenente Carlo Vicentini, comandante – al Fronte Orientale – il Plotone Comando. Due Medaglie di Bronzo al Valor Militare. Validissimo scrittore: il suo libro – Noi soli vivi – racconta la sofferta esperienza della prigionia. 17

Dopo il rimpatrio il suo impegno nei confronti di quanti parteciparono alla Campagna di Russia è stato enorme. Unico ufficiale ancora vivente del glorioso Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino.

Ci sarebbe ancora tanto da dire, su di lui...

 

Cervinia - La chiesetta dedicata al Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino 

 

Le foto del dopoguerra

 

 

  • Anni 60: raduno a Cervinia con D'Adda e alpini sciatori (Scuola Mil. Aosta)
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  • Bolzano - Anni 90: reduci con il Comandante la 1ª Compagnia del Monte Cervino
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  • Cervinia - 1979: a destra Giuseppe Pollero, reduce di prigionia
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  • Cervinia - 1986: a sinistra Enrico Reginato (generale in pensione), a destra Osvaldo Bartolomei
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  • Raduno reduci a Cervinia: Osvaldo indossa la giacca a vento che portava al Fronte Russo
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  • La giacca a vento della divisa invernale di Osvaldo, ora conservata presso un museo privato
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Fine

 

 

 

Forse non tutti sanno che il capitano Giuseppe Lamberti scrisse una poesia... potete leggerla qui.

 

 

Le immagini a corredo dell'intervista sono state gentilmente fornite da Osvaldo Bartolomei e provengono dal suo archivio personale, nonché dai volumi di Aleardo Ceol, Luigi Emilio Longo e Luciano Viazzi.

 

 

Ulteriori dettagli sulla morte del capitano Egidio Biasi (80ª Compagnia Armi Accompagnamento) e sugli ufficiali della Tridentina che persero la vita insieme a lui sono disponibili qui. Si veda la testimonianza del tenente Arturo Vita (46ª Compagnia del Battaglione Tirano) in relazione agli eventi del 30 agosto 1942.