di Patrizia Marchesini

 

 

Crespano del Grappa (TV) – 6 febbraio 2014

 

La casa rosa – di quel rosa di una volta – è accoccolata sotto il Monte Grappa.

Ci vivono Giovanni e Julia. Lui è un signore alto e taciturno, lei fa avanti e indietro con la cucina: le crespelle al radicchio trevigiano odorano di buono.

Mangiamo, e si parla di Russia.

Non può essere altrimenti, perché sia il papà di Giovanni sia quello di Julia furono al Fronte Orientale.

 

“Mio padre Angelo, classe 1915, – racconta Francesco, il fratello di Giovanni – era sottotenente, addetto alla farmacia dell’Ospedale di Riserva n. 2, a Stalino.

Aveva trovato sistemazione nell’isba di una famiglia di una certa cultura. Si intendevano bene, parlando in francese e latino.

Papà non ci ha mai detto molto della Russia. Descriveva i rapporti difficili con l’ospedale tedesco della città. Gli alleati avrebbero dovuto fornire e riassortire – come da accordi – i vari medicinali, ma non lo facevano con frequenza adeguata.

Così mio padre, essendo farmacista, mise a frutto i suoi studi e le sue competenze, ideando e realizzando vari preparati... pomate per il congelamento, sciroppi per la tosse, creme all’ossido di zinco[1] per favorire il cicatrizzarsi delle ferite.

Raccontava di una tisana alla digitale, che aveva un’azione regolatrice sul cuore.”

 

Angelo Chimenti - Sullo sfondo l'Ospedale di Riserva n. 2 di Stalino

 

Ospedale di Riserva n. 2, la farmacia - Chimenti è il secondo da sinistra

 

Poi i Russi attaccarono... iniziò la Seconda Battaglia Difensiva del Don e le truppe italiane furono costrette a ripiegare. Stalino si trovava nelle retrovie[2] e l’ospedale venne sgomberato. Partirono tutti, tranne Angelo e pochissimi altri. Il sottotenente Chimenti aveva infatti ricevuto l’incarico di rimanere con i feriti giudicati intrasportabili.

 

“Erano rimasti – prosegue Francesco – solo un camion e un’ambulanza, con i serbatoi vuoti. Strano ma vero, fu concluso un accordo con i partigiani sovietici che fornirono il carburante necessario in cambio di bevande alcoliche.

Non ce n’erano. Fu preparato un intruglio con alcol e polvere di carbone. Questa faceva precipitare il colore rosa dell’alcol. Il liquido, una volta filtrato, risultava trasparente e venne consegnato ai partigiani.

Mio padre ce la fece, arrivò a Dobbiaco il 30 marzo 1943.”

 

Foto scattate durante il viaggio di rimpatrio - A destra: Angelo Chimenti a Dobbiaco, primavera '1943

 

Fuori, un pastore maremmano si crogiola al sole. Un pony nero scuote di tanto in tanto la criniera per poi dedicarsi di nuovo all’erba del prato.

 

Julia serve il caffè: “Mio padre partì per la Russia nel luglio 1942, con il Corpo d’Armata alpino.

Era tenente del I Battaglione Artieri, composto di tre Compagnie.

La 1ª Compagnia – la sua – fu assegnata alla Divisione Julia.

Sede del battaglione era Podgornoe.

 

Giorgio Vagnini

 

Gli artieri costruivano strade e ponti, e si dedicavano alla relativa manutenzione e messa in sicurezza.

Nel novembre del ’42 morì la mamma di mio padre...”

 

A Giorgio Vagnini venne concessa, per questo motivo, una licenza. Rientrato in Italia, ebbe l’occasione di trascorrere qualche giorno con la moglie, che rimase incinta. Il tenente Vagnini – finita la licenza – rientrò al fronte senza mai sapere che sarebbe diventato papà. Di recente i due sposi, nell’ipotesi probabile di avere prima o poi un figlio, avevano fantasticato sul nome da dargli.

 

“Se fosse nato un maschio si sarebbe chiamato Armir. Se – invece – fosse nata una bimba, non c’erano dubbi: Julia era il nome perfetto. Julia, come la Divisione alpina. Sono nata io...

Mio padre era in Russia, di nuovo, poco prima di Natale. Il 25 dicembre 1942 si trovava a Valuiki. Da varie testimonianze sappiamo che fu ferito a una gamba nei primissimi giorni del ripiegamento.[3]

Sembra probabile la sua cattura a Ol’hovatka, il 20 gennaio ’43.

Oltre alla ferita – che di sicuro l’aveva debilitato – in seguito si ammalò di tifo petecchiale. Si spense ad Aleksin[4] il 1° aprile 1943.”

 

Un reduce – Silvio Ratti (Battaglione Sciatori Monte Cervino), a sua volta prigioniero ad Aleksin – dopo il rimpatrio raccontò che un mattino i prigionieri (fra cui lo stesso Ratti) andarono a lavorare – sembra fossero addetti al taglio degli alberi –, lasciando il tenente Vagnini in una delle baracche, malato di tifo. Al loro ritorno Giorgio Vagnini non c’era più...

Della sua permanenza in Russia rimangono alcune foto che aveva scattato: un mulino; una tenda sotto gli alberi, approntata durante le marce estive per raggiungere il fronte; due ragazze contro uno steccato, a Vorošilovgrad; una strada sterrata, a Rossoš’, su cui si allungano le ombre di muli e carrette; l’angolo di una stanza con la branda di Giorgio Vagnini... l’asciugamano – così candido – con le frange, ben piegato... la sveglia nel vano della finestra... la borraccia appesa a un piolo... la foto di una giovane donna – sicuramente la moglie – con i capelli scuri...

 

[Guarda le foto del tenente Giorgio Vagnini]

01luglio 1942 in viaggio verso il fronte russo 20140925 1384649876

 

Una foto, scattata da un collega, lo ritrae durante il viaggio verso l’Italia, in occasione di quell’ultima licenza.

Il profilo asciutto, la mano sinistra in tasca, l’indice destro puntato contro una parete di legno. Forse indicava qualcosa, forse era soltanto assorto.

A guardare quell’immagine, si ha l’impressione che Giorgio possa girarsi da un momento all’altro per dirci i suoi pensieri... oppure per guardarci in silenzio, con la speranza che io, tu, noi... mai e poi mai dimenticheremo lui e tutti gli altri.

 

 

 

 

Sono grata, ancora una volta, a Pierangela Marchi per la collaborazione preziosa; grazie a Julia Vagnini, e a Francesco e Giovanni Chimenti per avermi ospitata a Crespano del Grappa e per il materiale fornito, fra cui una lettera che testimonia i primi anni di vita dell'U.N.I.R.R..

 



[1] L’ossido di zinco è presente ancora oggi in molte creme utilizzate per combattere la dermatite da pannolino (in neonati e anziani) e prevenire le piaghe da decubito.

[2] La città era stata raggiunta nell’ottobre 1941 dalla Divisione Celere, in appoggio al XLIX Corpo d’Armata tedesco.

[3] Il Corpo d’Armata Alpino iniziò ad arretrare il 17 gennaio 1943: era già passato un mese dal momento in cui le Divisioni italiane di fanteria avevano cominciato a ritirarsi.

[4] Lager n. 53.