Bassiano Baron Toaldo

 

 

Nella primavera del 1940 la guerra era nell’aria... il IX Battaglione Pontieri era dotato di barche e camion nuovi di zecca, senza sapere di preciso come e dove sarebbe stato impiegato. Poi arrivò il 10 giugno e il battaglione mosse verso il confine francese. Fra quegli uomini c’era anche Bassiano Baron Toaldo, classe 1919. In ogni conflitto ci sono degli entusiasti, ma lui non partì volentieri. Dopo pochi giorni la Francia firmò l’armistizio[1] e il battaglione scese da Aosta a Chivasso, per portarsi – in seguito – nei pressi di Pavia e del fiume Oglio, destinato a manovre ed esercitazioni notturne. Era di notte, infatti, che di solito ci si serviva dei pontieri.

Il battaglione si spostò, poi, a Bassano del Grappa, sul Brenta. Molti pontieri erano veneti e speravano fosse possibile ottenere qualche licenza in più e fare una scappata a casa di tanto in tanto.

Giunse l’ordine di partenza per il Fronte Jugoslavo. Come in Francia, anche in Jugoslavia i Tedeschi conclusero la faccenda in fretta. “Erano bravi, a far la guerra.”, commenta Bassiano “Il coraggio non gli mancava.”

Non vi fu occasione di avvalersi dei pontieri. Le loro barche rimasero ormeggiate sul mare...

 

Molvena, 13 maggio 2014

 

Il IX Battaglione Pontieri partì per il Fronte Russo nel luglio 1941, con il C.S.I.R.: quali erano le sue emozioni in quei giorni, pensando di andare in un luogo così lontano da Molvena?[2]

C’era la guerra e la propaganda era forte. Si veniva informati della partenza con un anticipo di dieci-quindici giorni e sapevo che sarei dovuto andare anch’io. Gli ufficiali dicevano che sarebbe stata una passeggiata e che nel giro di due o tre mesi i Russi sarebbero stati sconfitti. Addirittura, una volta finito tutto, qualcuno pensava di rimanere lì, a lavorare. La Fiat, per esempio, iniziò a dislocare la sua attività nelle retrovie del fronte. Con queste premesse, e considerata la povertà che c’era in Italia, si partiva tutto sommato volentieri.

Il mio Battaglione era formato da tre Compagnie, ma non ricordo a quale fossi assegnato. Ognuna era costituita da circa cento pontieri: per costruire un ponte era necessario il lavoro di molte persone.

 

Viaggiammo sempre in treno. All’arrivo cominciammo ad avanzare, ogni giorno, per quattro-cinque mesi. Non attraversammo tutta l’Ucraina, ma andammo avanti un bel po’. Non ricordo grosse difficoltà, nel primo periodo. I Tedeschi conquistavano terreno, facevano molti prigionieri, e questo sembrava confermare che, come in Francia e in Jugoslavia, anche in Russia le cose si sarebbero risolte a loro favore e in tempi brevi.

 

Noi, al seguito dei reparti germanici, eravamo stupiti da quanto vedevamo. Le strade asfaltate terminavano non appena si usciva dai centri abitati più importanti. Le abitazioni nei villaggi erano casupole piuttosto misere.

 

Rispetto alla fanteria eravamo fortunati, perché ci spostavamo in camion.

La colonna di ognuna delle nostre Compagnie era lunga un chilometro.

Passammo alcuni fiumi... ricordo il Nistro[3] e il Dnepr. Noi avanzavamo più lentamente ed eravamo sempre indietro di 30-50 chilometri rispetto ai pontieri germanici.

Comunque, a mano a mano che si andava avanti si rese necessario anche il nostro intervento: per rallentare l’avanzata dei Tedeschi e dei loro alleati, i Russi – arretrando – distruggevano i ponti. Noi dovevamo ricostruirli utilizzando i materiali portati dall’Italia.

Prima si realizzava il cosiddetto ponte d’assalto per il passaggio delle truppe: reggeva fino a dieci tonnellate; in seguito si procedeva alla costruzione del ponte pesante, in merito al quale ricevemmo istruzioni e direttive. Con il ponte d’assalto, invece, eravamo più esperti perché ci eravamo già esercitati in Italia.

Passaggio di truppe su ponte costruito da Pontieri italianiIl lavoro era tanto, e faticoso; all’interno della Compagnia vi erano incarichi precisi.

In primo luogo era necessario posizionare le barche... c’era gente che veniva dalle parti di Venezia o che viveva sul mare ed era abile, sotto questo aspetto.

Ma nel Genio Pontieri furono arruolati anche uomini, come me, che non avevano alcuna pratica in tal senso. Io non sapevo neppure nuotare.

Potrebbe apparire assurdo, ma bisogna ricordare che per costruire un ponte occorrevano anche persone che portassero travi e tavole di legno, per poi fissarle bene sulle barche.

Io ero addetto al trasporto delle tavole di legno. Sempre di corsa. Sempre.

Il mio tenente, in alcune occasioni, mi ordinò di prendere posto sulle barche. Io non sapevo niente, di queste cose. In ogni barca salivano quattordici uomini. Il mio compito era quello di gettare l’ancora per fermare la barca tre metri prima di arrivare al ponte; poi dovevo scendere dall’imbarcazione e frenarne ulteriormente l’avanzata.

 

Il ponte sul Nistro fu realizzato dai Tedeschi. Anche quello sul Dnepr l’avevano iniziato i Tedeschi. I Sovietici, però, l’avevano mitragliato e distrutto. Bisogna dire che i nostri avversari non erano molto bravi nelle incursioni aeree. Le loro bombe a volte cadevano anche sugli edifici delle città circostanti. Inoltre i velivoli sovietici erano ostacolati dalla contraerei tedesca, che era provvista di fari potentissimi per illuminare gli apparecchi nemici e bersagliarli con maggiore facilità. Tuttavia, nel caso del ponte sul Dnepr i Sovietici riuscirono a colpirlo e così toccò a noi realizzarne un altro. Lì il fiume era ampio 800 metri.

 

Ricordo che i Tedeschi avevano creato una testa di ponte sulla riva opposta, quella tenuta dai nostri nemici: quasi duecento volontari avevano attraversato il fiume di notte, utilizzando una barca a motore silenziosa... quei soldati furono molto coraggiosi. Attaccarono le casematte sovietiche con le bombe a mano.

 

Due sere prima di iniziare la costruzione del nuovo ponte, il capitano volle verificare quale fosse la posizione migliore. Per fare ciò occorreva utilizzare una barca ed erano necessari cinque soldati; due di quelli che dormivano nella mia stessa tenda – uno veniva da Asiago e l’altro da Pedescala – erano  davvero temerari e ambivano a ricevere un encomio solenne. Decisero di offrirsi per questo incarico e convinsero anche me.

Il capitano decise di ricostruire il ponte a una distanza di trecento metri da quello realizzato in precedenza dai Tedeschi. Serviva, infatti, uno spazio adeguato sull’altra sponda per consentire lo sbarco dei camion.

Pontieri italiani al lavoro sul DneprLa costruzione del ponte d’assalto ebbe inizio all’incirca alle nove di sera e terminò all’alba. A un certo punto ce la vedemmo brutta. Ricordo che eravamo nella parte centrale del ponte, accucciati. Io ero incaricato di allineare le tavole di legno sul trave.

Verso mezzanotte arrivò un aereo russo e fece qualche giro di ricognizione sopra la città, divisa in due dal corso del Dnepr. L’aereo, nel sorvolare il fiume, sganciò un razzo che scese piano piano, rischiarando la notte... c’era più luce che durante il giorno. Ma per fortuna non fui colpito.

All’alba i Sovietici iniziarono a sparare anche con le artiglierie; verso le sei, le sette di mattina i reparti tedeschi iniziarono ad attraversare il ponte.

 

In seguito esso fu danneggiato: andarono distrutti circa cinquanta metri. Noi lo ricostruimmo. Fu danneggiato di nuovo. Lo ricostruimmo ancora. Ma il materiale iniziava a scarseggiare; si decise, così, di togliere – durante la notte – circa venti-trenta metri dalla parte centrale, e di ricostruirlo prima che arrivasse l’alba. I Sovietici, in questo modo, non sparavano più su di esso e riuscimmo a salvarlo per un po’ di tempo. Ma alla fine fu distrutto completamente.

 

I Tedeschi, intanto, avevano circondato la città, facendo molti prigionieri. In otto giorni Dnepropetrovsk fu conquistata.[4]

 

Fu in questa occasione che i Tedeschi le concessero un’onorificenza?

Erano così contenti per la costruzione del ponte che mi diedero una Croce di Guerra.

Due settimane dopo avere accerchiato la città arrivarono dei giornalisti, per scrivere articoli e scattare fotografie. Non si pensi che questi signori si buttassero in prima linea... aspettavano che tutto fosse finito [ride, n.d.r.]. C’era, però, ancora un carro armato sovietico in circolazione: sbucava da una galleria costruita dai nostri avversari. I Tedeschi non riuscivano a distruggerlo. Usciva, sparava, e tornava a nascondersi. Rischiava di fare molte vittime. Scapparono tutti, e anch’io mi allontanai.

Giunto a un chilometro dal ponte, mi resi conto che avevo dimenticato il fucile e fui costretto a tornare indietro per riprenderlo. Quello stesso giorno, il carro fu poi neutralizzato dai Tedeschi.

 

Un ricordo del primo inverno in Russia.

Lo trascorremmo in massima parte a Stalino... Dormivamo nelle scuole, requisite per il nostro reparto. Certo, il freddo si faceva sentire, in special modo durante i turni di guardia, ma tutto sommato non me la passavo male. L’unico timore erano gli aerei avversari, ma come ho già detto i Russi – in quanto ad aviazione – non erano messi molto bene e le loro incursioni provocarono pochi morti.

 

Prima di Natale, però, arrivò l’ordine di spostarsi a Grišino.

Non si trattava più di fare ponti. Dovevamo combattere e ci diedero le armi. Indossammo tutto quello che si poteva per difenderci dalle basse temperature. Saremmo dovuti partire il giorno successivo, alle tre del pomeriggio. Ero preoccupato al pensiero di lasciare la nostra sistemazione, abbastanza confortevole. Poi il capitano mi mandò a chiamare: “Guarda, Baron, che Gerosa vuole andare volontario. Vuoi prendere tu il suo posto?”

Gerosa era nei cucinieri... non bisogna dimenticare che – per ogni soldato in linea – ce n’erano tre impegnati nei vari servizi. Accettai.

Vi furono combattimenti aspri. Gli Italiani attaccarono, avanzando circa quindici chilometri; poi i Sovietici contrattaccarono, riguadagnando una decina di chilometri. L’intervento di pochi carri armati tedeschi risolse le cose a nostro favore.

C’era uno di Lusiana[5]  – si chiamava Villanova – che venne ferito durante gli scontri. La pallottola gli era entrata in bocca senza rompere i denti ed era uscita da un’altra parte del capo. Passò un’autoambulanza tedesca e, vedendo questo nostro soldato a terra, si fermò per dargli aiuto. Il personale di Sanità tedesco scese dal mezzo e prelevò due-tre litri di sangue a un prigioniero russo per fare una trasfusione al nostro militare. Villanova, portato all’ospedale, si salvò e riuscì a tornare a casa. Saranno sette-otto anni, che è deceduto. Il mio amico Gerosa da Pedescala, invece, è morto là.[6]

 

Dopo essere stati a Grišino, ci spostammo a fare la guardia a un altro ponte, vicino a Rykovo. Anch’esso era opera dei pontieri italiani e si temeva che i partigiani lo facessero saltare. In occasione di un turno di guardia presso tale ponte, ebbi un malore. Non so se fu per colpa del freddo, o per il fatto che avevo appena mangiato. So che ai miei compagni sembravo morto, tanto che volevano seppellirmi. Invece io li sentivo parlare e mi rendevo conto di tutto, ma non riuscivo a rispondere. Per fortuna uno di loro riuscì a procurarsi un po’ di latte, provò a farmelo bere e piano piano mi ripresi.

 

Un’altra volta ricordo che dovevo fare un bisogno e, per il freddo, non fui più capace di tirare su i pantaloni e rivestirmi. I compagni mi portarono subito all’interno di una casa. Lì faceva caldo e ben presto le mie condizioni migliorarono.

 

Vi furono episodi significativi durante la primavera e l’estate 1942?

Posso solo dire che molte persone hanno gonfiato il loro contributo alla Campagna di Russia... Penso a certi ufficiali...  Sono tutti capaci di combattere con le gambe sotto un tavolo!

Luglio 1942 - Le Voloire attraversano il Donec a LuganskajaRicordo quando vedemmo per la prima volta gli alpini del Monte Cervino, con gli sci e le loro attrezzature. Ci chiedemmo a cosa sarebbe servita tutta quella roba. Si fermarono presso la casa in cui montavamo di guardia ed ebbi modo di parlare con loro. Alcuni di essi erano persone che stavano scontando una pena in galera. Firmarono per venire volontari in Russia e vennero scarcerati.[7] Le ciacole[8] fra militari dicevano che, durante uno scontro, quelli del Monte Cervino avessero preso agli avversari un fucile mitragliatore e che il giorno dopo una pattuglia fosse tornata sul posto per recuperare anche le munizioni. Quel gruppetto di pochi elementi – così si diceva – pareva fosse stato catturato e poi liberato. I Russi li avevano avvertiti: “Dite ai vostri comandanti che, se mandano qui altri alpini, li faremo tutti prigionieri.”[9]

Inoltre, per quanto riguarda gli alpini, devo ammettere che mi infastidiva il comportamento di alcuni di loro, che portavano via le risorse di cibo alla popolazione. Avevano fame... va bene, potevano prendere una gallina, non era necessario ammazzarle tutte. Oppure rubavano dieci uova, ne mangiavano cinque e le altre le buttavano. Certo, non voglio dire che tutti agissero in maniera simile, ci mancherebbe, ma perché sprecare il cibo in quel modo, quando le donne, i bambini e i vecchi russi vivevano così miseramente?

 

Dicevano sempre che i complementi sarebbero arrivati dall’Italia per darci il cambio. E alla fine arrivarono davvero. Mi spostai a Kantemirovka, insieme a chi doveva rimpatriare.

Allora era una cittadina abbastanza grande, più o meno come Marostica. Vi erano magazzini italiani di ogni genere. Alcune persone ne approfittavano per fare commerci e guadagnarci qualcosa. Di questo mi ero già reso conto nei mesi passati. Siccome noi pontieri ci spostavamo abbastanza, era facile notare certi traffici nelle retrovie.

A Kantemirovka dormivamo presso le famiglie russe, nella nostra isba eravamo in quattro. Avevamo già riconsegnato le armi e a quel punto ero dotato solo di una rivoltella. A un certo punto – eravamo a circa trenta chilometri dalla prima linea – non giunsero più informazioni sui combattimenti in corso.[10] Ricordo che avevamo appena finito di giocare a carte, in attesa della tradotta che ci avrebbe riportati a casa.

Stavamo mangiando dei cetrioli sott’aceto... e io non avevo su neppure le fasce,[11]  quando una delle donne russe che viveva in quella casa uscì in strada. Rientrò, tutta sconvolta: “Italiani, scappate. Arrivano i Russi!”[12]

Pensai fosse matta. Dalla prima linea non venivano rumori. Sembrava tutto calmo.

Due di noi uscirono per controllare la situazione e rientrarono, dicendo che dovevamo scappare. Mi ritrovai da solo, perché gli altri se ne andarono, lasciando gli zaini e prendendo soltanto la maschera anti-gas.

Bisognava fare in fretta e dovevo arrotolarmi le famose fasce. Decisi anch’io di lasciare lo zaino, appesantito da tre o quattro borracce colme di olio di girasole: avrei voluto portarlo a casa... in Italia non era ancora conosciuto, mentre in Russia era molto diffuso.

 

Quando uscii, pareva la fine del mondo. I camion italiani venivano giù, lungo la strada, come mucchi di ciliegie. La gente scappava dagli ospedali.

Sapevo che agli incroci erano posizionati paletti con cartelli indicatori – utili, per esempio, a raggiungere il campo di aviazione e altri luoghi importanti – ma era facile confondersi a causa della neve.

Era necessario stare attenti, e ci voleva anche fortuna per non finire dritti contro i Russi. So che quelli che si diressero per errore verso il campo di aviazione furono catturati tutti.

Furono per lo più quelli arrivati al fronte di recente a sbagliare direzione, perché non conoscevano ancora bene la zona.

Notai un camion tedesco di medie dimensioni. Cercai di salire e, quando i Tedeschi a bordo videro la mia Croce di Guerra meritata nel 1941, mi caricarono subito: “Kameraden, vieni con noi.”

Ad altri due soldati italiani – non so di quale reparto fossero – non fu permesso salire e vennero lasciati lì.

I nostri alleati non ci potevano più vedere e avevano cambiato atteggiamento nei nostri confronti.

Sul mezzo tedesco percorsi pochi chilometri. Poi, trovando di volta in volta un passaggio su qualche camion, venni indietro, a poco a poco, finché arrivai sul Dnepr, dove eravamo stati nel ’41.

Io non credo a quelli che raccontano di avere fatto tutto il ripiegamento a piedi. Sarebbe stato impossibile, per le distanze da percorrere e nelle condizioni in cui ci trovavamo.

 

Però è risaputo che molti reparti ripiegarono soprattutto a piedi, marciando e combattendo contro i Sovietici che cercavano di chiudere l’accerchiamento... Vi fu un momento in cui temette che non sarebbe riuscito a tornare a casa?

Cercai sempre di avere buoni pensieri. Altri, invece, no. Certi si impressionavano molto se una granata scoppiava vicino a loro. Non si facevano niente, ma continuavano a pensare a cosa sarebbe potuto succedere. Al contrario, io ero fatalista. Ero consapevole delle condizioni in cui ci trovavamo, ma mi dicevo: “Se la va, la va.”

Ho avuto fortuna... penso a quelli dei complementi che erano giunti a darci il cambio. O a quelli che, a Kantemirovka, presero la direzione sbagliata e furono uccisi o catturati dai Russi.

 

Il viaggio di ritorno.

Dal Dnepr ci muovemmo in treno. Eravamo in trenta o quaranta per ogni vagone bestiame. Tutti mescolati e non suddivisi per reparti. Il treno faceva sosta ogni notte, verso le dieci o le undici, per la distribuzione del cibo. Di solito si fermava in un punto in cui si era riparati dalla boscaglia. Scendevamo a turno, in quattro o cinque, e ognuno portava cinque o sei gavette, in modo da ritirare il pasto anche per altri dello stesso vagone. Il rancio veniva distribuito in una carrozza a parte.

Capitava, però, che la tradotta si muovesse prima che ciascuno di noi avesse avuto la possibilità di prendere qualcosa, e allora tutti correvano per la paura di rimanere a terra. Solo chi era veloce riusciva ad aggrapparsi a un qualche appiglio e a proseguire il viaggio. Una volta rimasi appeso anch’io fuori del vagone per circa cinquanta chilometri. Chi non ce la faceva rimaneva là, e non sapevamo cosa gli sarebbe accaduto.

A dire il vero, pensavamo poco al mangiare, ci preoccupava più che altro il pensiero di non riuscire a tornare a casa. Il viaggio durò quindici giorni.

Arrivammo nella zona di Gomel’ e ci fermammo. Dissero che dovevamo fare la disinfezione. In effetti in Russia avevamo preso i pidocchi. Ne eravamo pieni. Dopo tutto il freddo che avevamo patito, ci fecero una doccia gelata!

Poi – non saprei dire quando – ripartimmo per l’Italia. Ci furono molti ritardi, anche perché i Tedeschi – per mandare rinforzi – avevano bisogno di tutte le linee ferroviarie possibili.

Arrivai a Vipiteno tra marzo e aprile, dove restammo per fare la contumacia. Lì incontrai di nuovo alcuni della mia Compagnia.

 

Penso che – se non ci fossero stati gli Americani – i Russi non sarebbero riusciti a vincere. A parte gli aiuti materiali forniti all’Unione Sovietica, gli Alleati molto spesso facevano incursioni aeree in Germania, distruggendo stabilimenti che producevano quanto serviva ai Tedeschi per portare avanti la guerra.

 

Quando riuscì a rivedere i suoi familiari?

Dopo la contumacia mi diedero un mese di licenza e così tornai a casa.

 

E dopo?

Rientrai al Reggimento Pontieri, a Verona. Siccome gli Americani avevano bombardato il carcere militare di Gaeta, alcuni detenuti furono mandati a Peschiera, dove si trovava un altro carcere militare. Io fui assegnato a fare la guardia proprio lì, a Peschiera. Dopo l’8 settembre 1943 i Tedeschi rinchiusero anche noi – soldati di guardia – dentro le mura della prigione. Non avevamo idea di cosa sarebbe successo ed eravamo indecisi sul da farsi. Io e altri tre compagni, due da Schio ed uno da San Donà di Piave, dormivamo  in uno stanzone affacciato sul Mincio: pensammo di gettarci nel fiume e di attraversarlo a nuoto. Avevo paura ma, incoraggiato da uno di quei soldati, mi buttai anch’io. Raggiunta l’altra riva, riuscimmo a evitare i Tedeschi e scappammo attraverso i campi di granoturco.

Durante la fuga incontrammo un altro soldato, proprio di Molvena, il mio paese. Rimanemmo sempre lontani dalle strade e dormimmo nei casolari o nelle stalle. Dopo quattro giorni arrivai a casa.

Non mi unii ai partigiani, non me la sentii. Ritenevo che facessero una vita molto dura e, nonostante il rischio di essere preso e mandato in Germania, decisi di rimanere con la mia famiglia. Poi, finalmente, la guerra finì.

 

In mezzo a tanti ricordi sicuramente drammatici legati alla sua permanenza al Fronte Orientale, ce n’è uno piacevole?

Ripenso al 1941, al mio amico Gerosa di Pedescala, quello che poi morì. Ripenso a quando attraversammo i Carpazi ed eravamo tormentati dalle zanzare. Per montare di guardia dovevamo usare dei veli per proteggerci. Alcuni soldati grandi e grossi – che venivano da Asiago – presero la malaria. Li rimandarono in Italia, a Rimini. A dire il vero non sono ricordi molto piacevoli. Però avevo degli amici, si dormiva sotto la tenda... Zanzare a parte, non era male. Stare con gli amici era una bella cosa.

 

Quando partimmo per il Fronte Orientale, si credeva che la vittoria sarebbe stata facile. Qui lavoro non ce n’era e io pensavo che – dopo – sarei potuto rimanere in Russia, dove c’era tanta terra. Anche il freddo non mi faceva paura e non l’ho mai sofferto molto. Ricordo quelle calzature strane che ci davano per montare di guardia... ci andavi dentro con tutti gli scarponi... Proteggevano abbastanza dal gelo, anche se bisogna ammettere che non erano molto comode. Potevi morire in piedi, con delle robe così.

 

 1949 - Bassiano Baron Toaldo, a sinistra, con il cognato

 

Fonti iconografiche

Le prime due immagini relative ai Pontieri sono tratte da La tragedia italiana sul Fronte Russo (1941-1943), Presentazione e coordinamento di Pier Luigi Bertinaria - Fotografie, documenti, testimonianze raccolte da Bruno Ghigi, Bruno Ghigi Editore; la terza, invece, è presa da Le operazioni delle Unità italiane al Fronte Russo (1941-1943), a cura dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito.

 

  

Ringrazio Pia Zolin che mi ha dato la possibilità di incontrare la famiglia Baron Toaldo. Un ringraziamento, di cuore, a Bassiano e al figlio Luciano per l'accoglienza cordialissima e... per le ciliegie! Infine, sono davvero grata a Laura, nipote di Bassiano, per la collaborazione preziosa e puntuale.

 



[1] La Francia firmò l’armistizio il 22 giugno 1940, nei pressi di Compiegne. Hitler scelse tale località poiché proprio lì era stato firmato l’armistizio del 1918 che aveva posto fine al primo conflitto mondiale.  Compiegne aveva per il Führer e per i Tedeschi una forte valenza simbolica. Addirittura, per disposizione di Hitler, il vagone ferroviario utilizzato nel 1918 – simbolo della resa tedesca – fu prelevato dal museo in cui era stato posto e venne allestito affinché le nuove trattative potessero avervi luogo.

[2] Molvena si trova in provincia di Vicenza.

[3] Dnestr.

[4] I combattimenti nella zona del Dnepr si protrassero per circa un mese ed ebbero termine a fine settembre 1941. Si veda Le operazioni delle Unità italiane al Fronte Russo (1941-1943), a cura dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito.

[5] Comune in provincia di Vicenza.

[6] Nella banca-dati del sito U.N.I.R.R. il geniere Antonio Gerosa – classe 1919, della Valdastico (VI) – risulta deceduto il 21 febbraio 1942 e sepolto, all’epoca, nel cimitero militare italiano di Snamenovka. Nel 1992 Onorcaduti procedette all’esumazione degli inumati a Snamenovka. I resti di Antonio Gerosa riposano ora nel cimitero comunale di Valdastico. I combattimenti cui accenna Bassiano Baron Toaldo sono relativi all’offensiva sovietica di Izjum: iniziata nell’ultima decade del gennaio 1942, sconvolse lo schieramento della 17ª Armata tedesca, a sud-est di Har’kov. I Sovietici riuscirono a creare un saliente profondo un centinaio – e ampio un’ottantina – di chilometri. Poiché i Tedeschi non furono in grado di fermare l’offensiva, anche a causa delle condizioni meteorologiche, e poiché la linea ferroviaria Dnepropetrovsk-Stalino era fortemente minacciata, i nostri alleati chiesero al generale Messe di contribuire alla difesa. Venne così inviato nella zona il Gruppo Tattico Musinu (dal nome del colonnello che lo comandava), che includeva anche il I e il IX Battaglione Pontieri. I due battaglioni furono ritirati dalla linea a fine febbraio e il Gruppo Musinu venne sostituito in un primo tempo da un secondo Gruppo Tattico e, a metà aprile, da un Raggruppamento Tattico agli ordini del colonnello Guglielmo Barbò. Tale Raggruppamento – composto dagli Squadroni dei Lancieri di Novara, appiedati, dal Battaglione Sciatori Monte Cervino e da altri reparti e forte, complessivamente, di 1.700 uomini – operò sul fiume Samara. Alla fine di maggio il saliente di Izjum venne eliminato. Le fasi finali di quella che viene ricordata come Battaglia di Har’kov portarono alla cattura di circa 240.000 soldati sovietici. 

[7] Secondo Carlo Vicentini, all’epoca sottotenente del Plotone Comando del Monte Cervino, erano solo tre gli alpini che provenivano dal carcere militare di Gaeta; il battaglione – come racconta nel suo libro Noi soli vivi – aveva però collezionato un certo numero di indisciplinati e pianta-grane, trasferiti da altri reggimenti (si veda pagina 212 del volume citato). Quelli del Monte Cervino erano tutti dotati di grande abilità con gli sci. Il battaglione era formato da circa 600 alpini ed era senza dubbio un reparto d’elite, cui era stato fornito un duro addestramento specifico.

[8] Chiacchiere, dicerie.

[9] Il Battaglione Sciatori Monte Cervino fu il primo reparto alpino a giungere al Fronte Russo, nel febbraio 1942. Le Divisioni Cuneense, Julia e Tridentina lasciarono l’Italia a partire dal  luglio di quello stesso anno.

[10] Bassiano si riferisce all’attacco nel settore di fronte tenuto dal II Corpo d’Armata.

[11] Le fasce gambiere – più volte criticate dai reduci – facevano parte del corredo dei soldati italiani.

[12] Alcuni carri armati sovietici raggiunsero la città di Kantemirovka il 19 dicembre 1942.