di Pina Garetto

 

La notte per gli insonni è una risorsa: mondi da scoprire, città da visitare, libri da leggere… In una di queste notti mi è capitata per le mani una poesia di Primo Levi. S’intitola Dateci, e la parte finale recita:

 

Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi,

che ci faccia sentire che esistiamo…

 

Per qualche strana assonanza d’idee  ho cominciato a pensare che se esistiamo è grazie a qualcun altro, a chi ci ha messo al mondo e a tutta quella serie di persone che stanno alla base dell’albero della vita di ogni singola famiglia.

 

Tutti noi siamo foglie e rami  sviluppati sulle radici di altre vite. Alcune radici le senti vive perché le hai vissute, ti hanno tramandato storie, fatti, esperienze sebbene non siano più presenti  e per altre senti un  vuoto da colmare,  un affetto incompiuto per  un’impronta indelebile, qualcosa che poteva essere e non è mai stato.

 

Francesco GarettoChissà se lì, in mezzo a voi, c’è qualcuno che può capirmi! Francesco, mio nonno paterno – classe 1916 – non  ha mai asciugato le mie lacrime, né mi ha rivolto sguardi teneri, o sentito il profumo della mia pelle. Una vita senza futuro, consumata a ventisette anni. Una  presenza attesa invano (tradita da una guerra assurda e persa in partenza), da  una giovane moglie e due figli in fasce!

 

L’ho cercato in uno di quei mondi  sommersi di cui sopra  e l’ho trovato tra le righe di  storie  tutte uguali. Tutte con lo stesso inizio e tutte con lo stesso epilogo! Storie tenere, altre dure, sofferte, alcune di condanna... ma tutte capaci di strapparti una lacrima, o un brivido, perché dentro ognuna di esse c’è il ricordo vivo di vite umili: giovani spighe di grano vinte dal gelo, dal tifo petecchiale nei lager russi; c’è il ricordo di  sogni coperti da una spessa coltre di neve e ghiaccio. 229mila uomini – tanti erano i soldati dell’Arm.I.R. – cresciuti in fretta sotto il peso delle armi, un’intera generazione mandata a morire dal delirio di onnipotenza di un pazzo visionario![1]

 

Sembra un evento remoto, eppure non è così. È una ferita mai cicatrizzata perché i protagonisti  sono ancora vivi. E vivi sono i figli e le speranze  per nuove tracce da seguire. Sulla scia di queste tracce  ho cercato un pezzo di radice del mio albero genealogico. Sono sempre stata ossessionata dai racconti di mia nonna a proposito di suo marito partito per la Russia e mai tornato.

 

Ho cercato ulteriori notizie, perché dentro di me ho sempre sentito il bisogno di non dimenticare quell’ideale di eroe che il mio immaginario infantile aveva costruito,   giorno dopo giorno, grazie ai racconti appassionati di mia nonna che mi ha aiutato a tenere vivo il ricordo e la speranza. La stessa donna che mi “obbligava” a guardare Portobello di Enzo Tortora ed in particolare la rubrica Dove sei. Ogni venerdì sera  mi diceva: “Ascolta se cercano tuo nonno o noi, la sua famiglia.”

Era convinta che qualche reduce potesse cercarla per portarle notizie riguardanti  suo marito. Notizie che fino ad allora lo Stato italiano non era riuscito a offrire. Ricordo vivamente i suoi occhi lucidi e la sua voce rotta quando guardava gli abbracci sofferti dei soldati che erano riusciti a tornare, a salvarsi dall’orrore. In quegli abbracci sognava d’esserci lei, insieme ai figli marchiati dallo Stato con la dicitura orfani di guerra.

 

Sarebbe felice e fiera di me, oggi, se sapesse che grazie a internet ho trovato delle risposte. Sono riuscita a risalire all’archivio dei decessi e dei dispersi dell’Arm.I.R., l’Armata Italiana in Russia, inviata dal governo fascista sul Fronte Orientale  durante la Seconda Guerra Mondiale. Adesso conosco la presunta  data di morte di mio nonno e il Tempio Sacrario di Cargnacco (UD) dove posso eventualmente portare un fiore.

 

C’è un mondo intero che pulsa intorno a questo periodo storico. Blog, associazioni, archivi, enti morali, saggi, lettere e un interminabile dedalo di percorsi da seguire a ritroso alla ricerca di memoria, onore, gloria e radici. Ho incontrato un disertore che ha invitato mio nonno a nascondersi, come lui, tra gli alti girasoli per voltare le spalle alla guerra e alla morte. Se lo avesse fatto, mio padre di un anno, e sua sorella di tre, avrebbero  giocato sulle sue ginocchia e forse, condotto un’infanzia meno dura e più stabile.

Ma io sono fiera della sua scelta, perché mi piace pensare che avesse un alto senso del dovere e amore verso la sua Patria.

 

Ho scoperto che ogni sera, nel nord-est italiano, c’è una campana che con dieci rintocchi dà voce ai caduti e dice: “Non vendicateci, ricordateci,  fateci vivere ancora, ci resta il nome!”

Nel mio piccolo voglio essere una cassa di risonanza di quei rintocchi. Nel mio piccolo, il ricordo sarà un impegno finché avrò memoria!    

 

 

Francesco Garetto era un fante del 53° Reggimento della Sforzesca. Come a tanti altri della sua Divisione, gli è stata assegnata – come data di scomparsa – il 25 gennaio 1943.

                                                                                                                 

                                                                                                                                                            

 



[1]Le operazioni delle Unità italiane al Fronte Russo (1941-1943), a cura dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, riporta 74.800 uomini – fra caduti e scomparsi – e oltre 29.000 feriti e congelati. Un articolo più recente del colonnello Massimo Multari riferisce 89.629 caduti e dispersi di Aeronautica, Esercito, Marina, Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale; tale cifra include, inoltre, più di mille militari italiani catturati e deportati dai Tedeschi dopo l’8 settembre 1943: i Russi – in avanzata vittoriosa verso ovest – giunsero ai lager nazisti e, invece di liberarne e rimpatriarne i prigionieri, li inviarono spesso nei campi sovietici come forza lavoro. Quei circa mille soldati italiani morirono in Russia, ma non erano necessariamente inquadrati fra le truppe che invasero l'ex Unione Sovietica a fianco dei Tedeschi.