Recensione di Patrizia Marchesini

 

Dimenticati all inferno copertinaAll’inizio dell’ottobre 1942 il brigadiere Dante Carnevale ha il comando interinale della Stazione dei Carabinieri di Venturina (in provincia di Livorno).

Quando, il 7 ottobre, gli comunicano che deve partire per il Fronte Russo si sente “gelare il sangue”. Ma gli ordini non si discutono.

Pertanto, mobilitato con la 56ª Sezione Motorizzata Carabinieri, il 24 novembre inizia quel viaggio che si concluderà solo il 28 marzo 1946...

 

Seguendo Dante, lo troviamo il 1° dicembre a Millerovo.

Si sposta a Medovo, e poi ancora a Bogomolov, un villaggio a una decina di chilometri dal Don, dove ha sede il Comando dell’82° Reggimento Fanteria della Divisione Torino.

Dante e gli altri quattro giovanissimi Carabinieri, come lui destinati a sostituire altrettanti colleghi che stanno per rientrare – decisamente festosi – in Patria, sono piuttosto mogi, scoraggiati da quell’immensità di neve e gelo, pieni di nostalgia.

Già il 17 dicembre, soltanto tredici giorni dopo l’arrivo a Bogomolov, la situazione appare preoccupante: si nota un via-vai insolito... che si intensifica progressivamente.

Il 19 dicembre Dante riceve ordine di lasciare la piccola caserma e di portare con sé solo l’indispensabile.

 

Inizia il ripiegamento, con il corollario che possiamo immaginare: gli uomini in marcia, i pochi automezzi stracarichi, ambiente e clima sfavorevoli.

Si procede a fatica, i viveri scarsi o nulli.

Dante e i quattro Carabinieri sono su un’auto-carretta, ma presto devono abbandonarla, dopo averla resa inutilizzabile.

L’appuntamento con il destino – o, meglio, con gli avversari sovietici – non si fa attendere: catturato dopo uno scontro di cui, a distanza di anni, non rammenta la durata, ma solo la frenesia e la disperazione impotente, fa la conoscenza con il nemico, un soldato mongolo con pochi scrupoli che non esita a sparare al prigioniero che, al momento della prima perquisizione, precede Dante.

Viene formata la colonna, cominciano le marce del davai: neve come cibo, freddo come compagnia, e la consapevolezza che rimanere indietro significa la fine: chi scorta la colonna uccide quanti non riescono a tenere il passo.

Il piede destro di Dante inizia a marcire e il dolore si fa a poco a poco intollerabile. Eppure procede, perché sa cosa succederebbe in caso contrario.

 

Poi, finalmente, il treno!

Di certo il trasporto ferroviario significa la fine delle sofferenze. Questo pensano i prigionieri, ma si ricredono in fretta.

I giorni che seguono trascorrono in condizioni disumane, tanto che i ghiaccioli di urina congelata vengono contesi dagli uomini impazziti per la sete.

Dopo circa un mese di questo andare tragico, il treno giunge alla meta: nel vagone di Dante solo dodici – su cinquantatré – sono i superstiti.

Il campo-ospedale in cui il brigadiere viene trasportato si trova a Vol’sk.

L’assistenza sanitaria e il vitto distribuito non sono adeguati a rimettere in sesto organismi così deperiti e i morti sono tanti.

In mezzo a un tale dramma e ai corpi innumerevoli che finiscono nelle fosse comuni, Dante è fortunato: se la cava con l’amputazione dell’alluce destro, naturalmente senza forma alcuna di anestesia... il dito gli viene reciso con un paio di forbici.

 

Passano i mesi e nel settembre 1943 il brigadiere Carnevale è trasferito a un campo di lavoro, sempre a Vol’sk.

In una fabbrica di materiali per l’edilizia ha il compito prima di raccogliere i prodotti di scarto in una grande buca predisposta da altri prigionieri, e poi di trasportare a braccia mattoni di otto chili l’uno, tre per volta.

Lo sforzo, per uomini così debilitati, è eccessivo e i soldati di scorta – credendo Dante e i suoi compagni dei lavativi – non lesinano le percosse.

 

Trascorre il Natale del 1943 e il brigadiere si ammala di tifo. La morte gli fa un cenno, e questo pare quasi una sorta di liberazione, perché l’esistenza è qualcosa di appena sostenibile. Ma sopravvive.

 

Dopo mesi in un campo riservato agli slab (cioè ai prigionieri più deboli), e dopo avere sperimentato il lavoro nei kolkhoz della zona, ormai alla fine del 1944 viene trasferito a un altro lager della medesima città di Vol’sk.

Qui i prigionieri sono impiegati in una cava di pietra, per fare il cemento.

Il turno di notte è massacrante... oltre alla fatica, si deve fare i conti con un freddo terribile.

Dante racconta di avere assistito a diversi casi di autolesionismo: alcuni prigionieri tedeschi non esitano a farsi maciullare un braccio, ponendolo tra due dei vagoncini utilizzati per il trasporto del materiale dalla cava alla fabbrica che produce il cemento.

Sono disposti ad affrontare tale grave mutilazione – che li accompagnerà per sempre – pur di avere un periodo di riposo.

Altri, invece del braccio, si procurano con metodi simili lesioni serissime a un piede.

Si ritengono favoriti dalla sorte quanti vengono temporaneamente esentati dal lavoro alla cava per svuotare le latrine pubbliche, nonostante l’incarico – lo si intuisce – sia nauseabondo.

 

Giunge il 1945.

A peggiorare le cose, i rapporti con i Tedeschi presenti nel campo si fanno via via sempre più difficili e i prigionieri italiani sono oggetto di prepotenze da parte degli ex alleati.

A fine estate, però, gli animi sono pieni di speranza... si fa un gran parlare di rimpatrio. Dante, come tutti, sogna il momento di riunirsi alla famiglia, e in modo particolare alla mamma.

Purtroppo, già in attesa di salire sul treno, un soldato sovietico lo accompagna di nuovo al campo: per lui, niente partenza...

Rimane solo, unico Italiano in mezzo a prigionieri di nazionalità diverse, trasferito a un nuovo campo che i prigionieri stessi – con il loro lavoro – dovrebbero impiantare.

Lo sconforto tocca livelli indicibili, ma le difficoltà contingenti – per esempio il dormire sotto tende di tela con le temperature del sopraggiunto inverno – richiedono ogni energia fisica e mentale residua.

 

Al termine del novembre 1945, però, accade quello che lo stesso Dante definisce un miracolo: è trasferito di nuovo, questa volta a Saratov, dove sono presenti prigionieri italiani. Con stupore e gioia, incontra un caro amico – Antonio Saletta – con cui ha condiviso parte della prigionia.

In seguito vede altri Italiani che aveva conosciuto a Vol’sk: è una sferzata psicologica positiva.

Saletta, grazie ai compiti svolti nel campo, riesce a procurargli cibo supplementare e lo riveste da capo a piedi, potendo accedere al magazzino-vestiario, in cui trova di tutto.

Per la prima volta il brigadiere Carnevale sperimenta una prigionia più a misura d’uomo: al lavoro sono gli stessi civili russi a dargli una mano qualora non riesca a portare a termine certe mansioni, troppo grevi per le sue condizioni fisiche.

 

Infine giunge il giorno del rimpatrio.

Il viaggio non è agevole e il cibo distribuito, una volta di più, non è sufficiente a sfamare quegli uomini.

Ma, a poco a poco, il treno arriva a Tarvisio. La tradotta è attesa da molti familiari di chi non ha mai fatto ritorno, perché si è sparsa la notizia che trasporta milleduecento prigionieri di Russia.

È il 28 marzo 1946 e le emozioni faticano a tradursi in parole...

 

Il ritorno comporta – per Dante – alcune amarezze.

Per prima cosa vi è lo scontro con una certa burocrazia fredda e ottusa; e, a mano a mano che il Treno Pontificio percorre l’Italia, il brigadiere si accorge di come il rientro di quel gruppo di prigionieri venga strumentalizzato a fini politici.

A Palermo, infine, trova ad attenderlo i suoi cari e l’incontro è struggente.

Quella notte – così gli racconteranno, perché ha rimosso certi ricordi – non riesce a sdraiarsi sul letto, con le lenzuola così bianche... teme di sporcarle.

 

Quando si presenta in servizio, come era successo subito dopo il suo arrivo in Patria, sperimenta una diffusa insensibilità nei confronti di ciò che ha vissuto negli ultimi anni.

Non cerca di ottenere un trattamento di favore, nonostante le condizioni di salute non ottimali e i malanni che sempre lo accompagnano. Non gode di alcun beneficio particolare.

Soprattutto gli spiace vedere, con il trascorrere del tempo, che i caduti e i dispersi al Fronte Russo vengono commemorati – dalle autorità – in occasioni rare, come se si debba perdere la memoria di quanto è avvenuto...

 

 

Dante Carnevale, Dimenticati all'inferno

(a cura di Girolamo Carnevale e Giuseppe Mariuz)

Ugo Mursia Editore,  Milano, 2009