Recensione di Patrizia Marchesini

 

Dal Fronte del Don ai lager sovietici copertinaGiuseppe Bassi lascia l’Italia la notte fra l’8 e il 9 febbraio 1942, insieme al 120° Reggimento Artiglieria Motorizzato da destinarsi alla Divisione Celere.

Il giovane sottotenente, classe 1919, è convinto – per quello che è stato sino a ora l’andamento del conflitto – che la Germania sconfiggerà in tempi brevi l’Unione Sovietica. Cresciuto nel clima politico dell’epoca, gli è parso “giusto e naturale” arruolarsi.

 

Il viaggio in tradotta e le soste, il freddo e la neve, il percorso in camion e le distruzioni della guerra, i contatti con la gente ucraina e il primo caduto,[1] l’avanzata estiva e i combattimenti di Serafimovič, la Prima Battaglia Difensiva del Don e il caposaldo di Jagodnyj, la licenza autunnale per gli esami universitari e il ritorno al  fronte[2] – seppure ben dettagliati – sono quasi una lunga introduzione... la corsa verso una meta.

Il racconto di Giuseppe Bassi in questi primi capitoli fluisce così come il paesaggio che osserviamo all’esterno dei finestrini di un treno: alberi, casolari, strade, un temporale, la nebbia sospesa sui campi, un tramonto di fuoco, il bucato steso che impazzisce nel vento... guardiamo tutto, ben sapendo – tuttavia – quale è il punto di arrivo, e aspettandolo.

E l’Autore, infine, ci porta a destinazione: dopo le battaglie del 17 e 18 dicembre 1942 e l’inizio del ripiegamento, drammatico e necessario,[3] e dopo la deviazione su Makarov e l’avere agganciato le colonne delle nostre Divisioni Torino e Pasubio e della 298ª Divisione tedesca, Giuseppe Bassi e parte del 120° Reggimento giungono nella piana di Popovka e poi ad Arbuzovka, la famosa valle della morte.

Lì, il 24 dicembre 1942, il giovane ufficiale viene catturato. Come lui stesso scrive, il passaggio dalla libertà alla prigionia è tragico, umiliante e rapido.

 

Inizia – così – una nuova esistenza, fatta prima di marce indicibili (ma che pure in qualche modo vanno raccontate), e poi di trasporti ferroviari che rubano ogni parvenza di umanità,[4] con il solo conforto di pochi amici fidati, come Guido Martelli.[5]

Sono giorni in cui la fame è un artiglio feroce, e pochi sono gli espedienti per combatterla: chi descrive manicaretti nei minimi particolari, chi recita La vispa Teresa...

 

La sera del 9 gennaio Giuseppe Bassi arriva a Tambov e ne ha un assaggio breve e tristemente efficace; il 20 gennaio 1943 è di nuovo in treno. Raggiungerà Oranki sei giorni dopo.

L’Autore indugia sulle quantità di cibo – irrisorie e inadeguate, per organismi che già tanto hanno patito –, sul ciai (una sorta di the che i prigionieri usano per lavarsi il viso), sulla diarrea, sulla convivenza difficile con i Romeni.

In questo universo – nel quale ogni giorno è una conquista – spicca la figura del dottor Enrico Reginato[6] che ha per tutti una parola gentile e un incoraggiamento.

Il racconto somiglia sempre più a una sorta di diario, preciso e puntuale.

Inizia, a fine febbraio, l’attività politica rivolta ai prigionieri.

L’Autore non risparmia nulla a chi – attratto da tale propaganda – scrive fesserie,[7] come l’articolo riguardante l’igiene del prigioniero pubblicato sul giornale murale del campo (Il risveglio d’Italia), che risulta quasi una beffa in virtù delle condizioni in cui i prigionieri stessi devono vivere.

A Oranki arrivano prima un gruppo di ufficiali da Tambov e, in seguito, duecentonovantasei ufficiali da Hrenovoe (conosciuta dai più come Krinovaja).

I racconti di questi sopravvissuti mostrano spiragli di orrore e sono fonte di nuove angosce: soprattutto a Hrenovoe si è sperimentata una fame tale da condurre alla pazzia, spingendo i prigionieri a cibarsi dei propri compagni morti.

Sono episodi che lasciano increduli, non fosse che essi ricorrono in tutte le testimonianze dei (pochi) superstiti.

 

E poi... il tifo. Nel marzo 1943 a Oranki muoiono in tantissimi.

Ma anche chi non viene contagiato risente di quei mesi duri.[8]

Il tempo passa, scandito dall’orologio (che Giuseppe Bassi è riuscito a salvare dalle numerose perquisizioni) e dai decessi, da vari lavori – soggetti alla norma, cioè al raggiungimento di determinati obiettivi per ricevere un po’ di cibo in più – e dai numeri de L’Alba, il giornale per i prigionieri di guerra italiani realizzato grazie agli stessi prigionieri, e i cui articoli – sebbene abbiano il vantaggio di fornire una qualche informazione in merito a quanto accade nel mondo – risentono in modo evidente della propaganda politica.

 

Il 30  novembre 1943, Giuseppe Bassi e gli altri ufficiali italiani che si trovano a Oranki raggiungono Suzdal’ dopo quattro giorni di treno e, soprattutto, dopo avere subito una requisizione attentissima da parte sovietica: sono spariti, in questo modo, scritti e fotografie di amici deceduti, coltelli e cucchiai e – in modo particolare – gli elenchi mesti e compilati con pazienza che riportavano i nominativi di chi era morto...

Prosegue la cronaca minuziosa dell’Autore: al campo 160 di Suzdal’ – un ex monastero nella regione di Vladimir – la vita è un po’ più facile, ma è gravata da una propaganda politica opprimente. Nel campo diviene abbastanza netto il divario fra chi sceglie di aderirvi, e gli altri... tacciati in modo sbrigativo di essere fascisti.

 

L’estate 1944 vede l’organizzazione – a Suzdal’ – di un torneo di calcio “le cui squadre avrebbero preso il nome dalle dieci Divisioni dell’ARMIR e sarebbero state formate dagli ufficiali che ne avevano fatto parte.”[9]

Il torneo è vinto dalla squadra della Divisione Torino, che si aggiudica il premio: una coppa in legno di betulla scolpita da un prigioniero.

I mesi si srotolano verso il 1945... l’Autore riferisce mille episodi, tutti importanti, tutti significativi nel descrivere vita e atmosfera nel campo: dai calzini in lana ricevuti per il ventiseiesimo compleanno – realizzati a cura di alcuni prigionieri e grazie a indumenti in lana, più che consumati e disfatti per recuperare il filo possibile – all’arrivo della luce elettrica nel campo.

 

Poi – l’8 maggio 1945 – tramite un altoparlante i prigionieri apprendono che la guerra è finita e che verranno rimpatriati.

Giuseppe Bassi attenderà un altro anno. Da Suzdal’ – il 27 aprile 1946 – gli ufficiali italiani partono, diretti a Odessa.

Il viaggio di ritorno – non solo verso l’Italia, ma verso una vita vera e nuova... più consapevole – presenta diverse peripezie.

Ma alla fine – un sogno accarezzato a lungo – il 7 luglio Giuseppe Bassi varca il confine al Tarvisio.

Qui il racconto si ferma, quasi attonito, in punta di piedi.

 

Un racconto – corredato da numerosi disegni dell’Autore – che è denuncia ferma e pacata delle condizioni in cui vissero – ma soprattutto morirono – i prigionieri italiani nei lager dell’ex Unione Sovietica.

 

Una testimonianza che – sebbene edita nell’autunno 2015 – fu stesa durante l’estate 1947 da Giuseppe Bassi insieme all’amico di tante vicissitudini, Guido Martelli, a sua volta sopravvissuto.

Nella cornice serena e balneare di Riccione – dove il padre di Guido aveva invitato Giuseppe Bassi – quegli anni tormentati presero forma e consistenza sulla carta.

La vita, poi, riprese il proprio corso ma senza mai dimenticare per un istante cosa era stato.

 

 

Giuseppe Bassi, Dal fronte del Don ai lager sovietici – 42 mesi di prigionia nei campi di Tambov, Oranki, Suzdal, Vladimir, Odessa, S. Valentino

Ars et Religio, Bertato, Villa del Conte (PD), 2015

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[1] L’artigliere Giovanni Colferai fu il primo caduto del I Gruppo del 120° Reggimento. Morì – secondo il racconto dell’autore, assegnato al Comando del medesimo Gruppo – il 21 maggio 1942. Il Ministero della Difesa riporta, come data di decesso, il 29.05.1942. Sepolto nel cimitero militare tedesco di Šahhtersk (Bedaki Katik), i suoi resti furono esumati negli anni ’90 e ora riposano nel cimitero comunale di Sospirolo (BL).

[2] A inizio dicembre 1942.

[3] “Alle ore 18.30 del 19 dicembre, mentre si stabilivano i turni per la guardia all’osservatorio, il comandante di Gruppo – maggiore Casana – ricevette l’ordine di ripiegamento su posizioni preordinate nei dintorni di Mescoff, per difendere la città. Tutti ignoravamo che in quella stessa sera i carri armati russi, che scorrazzavano nella steppa, avevano già bloccato tutte le strade a sud di Mescoff ed erano praticamente padroni della città, mentre noi fin dai primi di dicembre eravamo privi di carburante per automezzi e trattori.” Dal fronte del Don ai lager sovietici – 42 mesi di prigionia nei campi di Tambov, Oranki, Suzdal, Vladimir, Odessa, S. Valentino, pagina 67.

[4] “Chiusi per diversi giorni in un vagone, in queste condizioni, la vita diventava insopportabile: ci si irritava per un nonnulla, non si tolleravano le osservazioni, i violenti spadroneggiavano, i deboli subivano ed i malvagi pretendevano di farla da padroni.” Opera citata, pagina 92.

[5] Altro ufficiale del 120° Reggimento Artiglieria.

[6] L’ufficiale medico era assegnato al Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino. Prigioniero sin dalla fine di aprile 1942, rientrò in Italia solo nel 1954. Ha scritto 12 anni di prigionia nell’U.R.S.S., sulla sua lunga e drammatica permanenza nei lager sovietici.

[7] Opera citata, pagina 112.

[8] “Pippo Turola, che conservava uno sguardo vivacissimo in una faccia ossuta e smunta, al bagno sembrava uno scheletro ambulante. Anche l’amico Guido Martelli, che non aveva avuto il tifo, quando passeggiava gesticolava stranamente, sembrava assorto, quasi assente da tutto quel mondo di miseria che ci circondava. Da alcuni giorni, ogni mattina, appena si alzava, se non veniva preso dalla stanchezza, ripeteva più volte con una calcolata progressione aritmetica i tre gradini all’ingresso del nostro corpus, abbozzando anche qualche flessione. [...] qualche amico, preoccupato, mi confidava che Guido gesticolava quasi come un matto [...]. Col mio orologio, ogni tanto, controllavamo le pulsazioni al polso che difficilmente andavano oltre le quarantacinque, cinquanta. Quando non eravamo costretti ad andare al lavoro, ognuno faceva i movimenti strettamente necessari allo scopo di non consumare calorie e la maggior parte dei prigionieri passava il tempo restando in posizione orizzontale sul proprio giaciglio.” Opera citata, pagina 132.

[9] Opera citata, pagina 198.