Recensione di Patrizia Marchesini

 

Vaiano (Prato), 12/9/2011

Caro Babbo, le tue lettere la cara Mamma le ha conservate tutte come tu le raccomandavi. [...]

Sono sicuro che il bene che mi volevi si è rafforzato negli anni e tuttora me ne vuoi tanto.

Posso assicurarti che anche la buona Mamma mi ha voluto tanto bene [...].

Il 29 agosto 2011 sono arrivato a Simovskij.

Ti ho ritrovato... mi hai preso la mano... [...] mi hai raccontato molte cose...

io ti ho detto tutto di me [...].

 

Il babbo disperso in Russia copertinaCon queste parole struggenti si conclude il libro di Giorgio Lavorini, a riprova che talora si può anche iniziare dalla fine. Una fine che il titolo annuncia senza mezzi termini: il sergente Armando Lavorini, classe 1910, I Battaglione, 54° Reggimento Fanteria della Divisione Sforzesca, dal Fronte Orientale non tornò.

Le sue lettere e cartoline, che la moglie Dilvia ha custodito (come il marito desiderava) e che il figlio Giorgio presenta, coprono un arco temporale che va da fine marzo al 16 agosto 1942, quando Armando scrisse per l’ultima volta rinnovando le rassicurazioni sul proprio stato di salute.[1]

Ma la Prima Battaglia Difensiva del Don sarebbe iniziata di lì a pochi giorni e i Sovietici già nella notte tra il 16 e il 17 agosto sondarono il delicato punto di sutura tra i due Reggimenti di Fanteria della Sforzesca.

 

Non ce la fece, Armando... Nonostante le molte ricerche portate avanti – negli anni – dal figlio Giorgio, del sergente Lavorini – così come di tanti altri – non si conosce la sorte. Rimangono, appunto, le sue lettere.

Permeate dalla nostalgia dei suoi cari, intrise di tenerezza per il suo bambino[2] e, a volte, di una passione pudica e trattenuta, di quei tempi.[3]

Tenaci nel ripetere che sperava presto di tornare a casa e nel volere tranquillizzare la moglie sulla sua situazione.

Lettere che parlano del quotidiano, a volte rabbiose nei confronti di chi aveva trovato il modo di rimanere in Italia.[4]

Non è stato facile proseguirne la lettura a mano a mano che la loro data correva inesorabile verso quel 21 agosto, sapendo che i progetti, le promesse, il domani sarebbero stati presto interrotti.

Così come non è stato facile leggere la corrispondenza di Dilvia tornata – poi – al mittente dall’ufficio di Posta Militare 69, quello della Sforzesca.

Righe e parole da cui – nonostante il tentativo di apparire serena – a poco a poco trapelano angoscia e smarrimento:

 

11/9/42

Carissimo Armando

Sono ormai trascorsi 15 giorni che non ricevo tue notizie e non posso fare a meno di confessarti quanto sia triste e malinconica un po penso sarà la posta che ritarda così un po certo ti so senza carta ma poi sai quando non si riceve avrai provato prima a me che tutti i pensieri cattivi vengono a mente [...]

Armando mi preoccupo perché da poi che ti trovavi in certi posti avevo avuto notizie regolare come se tu fossi stato vicino quando mi metto a pensare dico fra me sarà certamente la posta perché te non siei di stare tanto senza scrivere [...].

 

Dilvia aveva ragione: Armando non era tipo da lasciare moglie e figlio – i suoi tesori – senza notizie così a lungo. L’ultima lettera tornata al mittente è del 23 settembre e in essa Dilvia ammette

 

[...] non potrei pensare se questa mia speranza fosse vana e come consolarmi?

 

Il Telegramma di Stato che annunciava la scomparsa venne consegnato alla moglie di Armando solo il 6 ottobre 1942, per tardiva segnalazione.

Come scrive Giorgio Lavorini nella prefazione, da quel momento la vita si trasformò in ricerca continua “poiché la parola disperso è qualcosa che non finisce mai [...].”

 

Il carteggio di Armando e Dilvia, e la successiva parte dedicata alla documentazione raccolta e alle ricerche sono preceduti da tre capitoli a cura di Riccardo Maffei, che prende in esame il coinvolgimento italiano negli eventi del Fronte Orientale e analizza in modo dettagliato la corrispondenza dei due coniugi, correlandola alle vicende della Divisione Sforzesca durante la Prima Battaglia Difensiva del Don.

 

Un libro che è emblema della sofferenza di tante famiglie, accomunate dall’attesa, dalla tenerezza, dal ricordo.

 

Vaiano (Prato), 12/9/2011

 

[...] Ho riportato anche la terra di Simovskij, prelevata in un campo di girasoli...

Quella terra l’ho messa in alcuni vasetti... Uno è accanto alla MAMMA [...].

Uno a ciascuno dei miei tre figli. Uno per me e mia moglie.

Ora la mia casa è completa. Caro BABBO, sei qui con me.

Il tuo “caro piccolo”

Giorgio

 
 

Giorgio Lavorini-Riccardo Maffei, Il babbo disperso in Russia – 21 agosto 1942,

Edizioni Vannini, 2014
 
 
 
Leggi un brano del libro.
 
 


[1][...] e con tutto questo, levata la lontananza da te [...] telo giuro meglio non potrei stare ora sono tre giorni che siamo ariposo non faciamo niente maggiare e dormire lavasi e scrivere al mio tesoro […]. (Lettera del 16.08.42)

[2] Giorgio Lavorini aveva quindici mesi quando il padre fu dichiarato scomparso.

[3][...] baci bacini baci bacioni sulla tua cara boca da me tanto desiderata. (Lettera del 18.06.42) E ancora: [...] baci baci bacini baci bacioni alla dove sai baci baci. (Lettera del 22.06.42) Oppure: [...] baci baci come sai te vero amore [...]. (Lettera dell’11.07.42)

[4][...] civole pazienza pasera anche questo poco tempo e poi ritorneremo alla nostra vita di prima più felici perché abiamo compiuto il nostro dovere [...] e alli imboscati cisputeremo in faccia quei disgraziati che si trovano a divertirsi ache a montecatini e tutti gli altri posti io li vorei anche solo 8 giorni qui [...]. (Lettera del 16.08.42)