Recensione di Patrizia Marchesini

 

 

Noi moriamo a Stalingrado copertinaErano settantasette. Se gli Italiani della Campagna di Russia trovano, di solito, poco spazio nei giornali, nelle trasmissioni televisive, nella memoria collettiva dell’Italia, di quei settantasette non si parla mai, o quasi. Molte persone non ne conoscono neppure la storia, nascosta tra le mille pieghe di una Storia tanto più grande.

Ci ha pensato Alfio Caruso, ad accendere l’occhio di bue su quei nostri soldati, finiti – per tutta una serie di circostanze – a Stalingrado.

Settantaquattro di quei settantasette erano autieri del 127º Autoreparto, guidati dal sottotenente Walter Poli, e del 248º Autoreparto, guidati dal sottotenente Guido Giusberti.

Vennero incaricati di portare soldati tedeschi e materiale vario (soprattutto munizioni) a Stalingrado, dove giunsero a metà novembre 1942.

Gli autieri, prima di fare ritorno alle nostre linee, dovevano riempire i camion di legna, in previsione dell’inverno. Per questo si fermarono in zona.

Il 19 novembre 1942 i Sovietici scatenarono l’offensiva che portò alla rottura del fronte nel settore tenuto dai Romeni (a sud dell’8ª Armata italiana) e all’accerchiamento della 6ª Armata di Paulus, che dall’estate premeva per conquistare la città... gli autieri italiani rimasero così assediati insieme ai Tedeschi.

Gli altri tre di quei settantasette erano Giuseppe Nardi, Livio Cattaneo e, probabilmente, Ugo Machetto.

Giuseppe Nardi era sergente maggiore del 117º, lo stesso autoreparto di Bruno Zavagli, autore del libro Solo un pugno di neve. Nardi, la cui madre era Tedesca, apparteneva a una famiglia senese, proprietaria di un resort di lusso. A fine estate ’42, conoscendo il tedesco, chiese di essere assegnato a un’unità germanica in qualità d’interprete, con la speranza di imparare anche un po’ di russo che gli sarebbe potuto tornare utile per il lavoro in albergo. Finì così a Karpovka, località nelle retrovie di Stalingrado.

Livio Cattaneo, invece, era un medico ventisettenne, assegnato all’Ospedale da Campo n. 251. I combattimenti di Stalingrado decisero il suo destino: nella città in rovina volavano spesso schegge di ogni tipo e crebbe la percentuale di ferite agli occhi. La Sanità germanica chiese agli Italiani l’invio di oculisti. Cattaneo, appunto, aveva conseguito la specializzazione oculistica. Orfano dei genitori e non ancora sposato, venne scelto per l’incarico e mandato in un ospedale della zona di Stalingrado, insieme a un infermiere, Ugo Machetto, quale assistente sanitario.

Di quei settantasette, caduti prigionieri dei Sovietici quando i Tedeschi – infine – si arresero, solo due tornarono. Un autiere del 248º, Vincenzo Furini, e il sottotenente alla guida degli autieri del 127º, Walter Poli.

Caruso ha scritto un libro che per metà è resoconto storico e per metà è ricordo di quei settantasette. Un ricordo reso struggente dalla citazione di numerosi brani delle lettere mandate dagli autieri alle rispettive famiglie: disagi, rischi... tutto era minimizzato, e si assicurava che il rientro nelle linee italiane sarebbe di certo avvenuto a breve. Caruso ha avuto un aiuto fondamentale nel ricostruire la vicenda da Gianni Puschiavo, figlio di Mariano – detto Bruno – uno degli autieri del 248º. Gianni ha dedicato la sua vita alla ricerca, a cercare di comprendere cosa fosse successo al padre e agli altri autieri scomparsi a Stalingrado, di cui non esistevano neppure liste complete. Ha fatto di tutto – e anche molto di più – affinché quei nostri soldati non fossero soltanto militi ignoti, spariti nella bufera degli eventi.

Noi moriamo a Stalingrado è un libro che si legge d’un fiato, con l’ansia di sapere, nonostante si intuisca che la fine non può essere che tragica.

Un libro di cui riporto – doverosamente e non senza rammarico – alcune righe, tratte dalla testimonianza di Giovanna Bolis, figlia di Cesarino Bolis, un altro degli autieri del 248º Autoreparto: “Dai racconti di un cugino, ritengo che mio padre fosse una brava persona, affettuosa e gentile. [...] Il capitano Nervi disse che papà era un gran lavoratore. In fondo anche il suo destino fu deciso da questa voglia di non tirarsi indietro: sempre Nervi disse che papà aveva l’autocarro fuori uso, tuttavia si era dichiarato disponibile a partire. Non gli piaceva l’inchiostro nero o blu, usava il verde per scrivere. Una lettera ha tutte le righe cancellate, chissà cosa contenevano. [...] Qualche anno addietro ho partecipato a una riunione dell’U.N.I.R.R.: stavano organizzando una visita ai luoghi dove i nostri cari hanno combattuto e sono morti. Verso la fine io chiesi se era prevista una puntata anche a Stalingrado e il responsabile mi rispose: no, lì non ci sono Italiani morti. Io non ebbi il coraggio di replicare. Andai fuori a piangere.”

 

 

Alfio Caruso, Noi moriamo a Stalingrado, TEA – Tascabili degli Editori Associati, Longanesi & C., Milano, 2006