A sinistra, Luisa Fusar Poli - A destra Carlo Vicentini 

 

Via XX Settembre, a Roma, è strana: i numeri civici non sono – come di consueto – suddivisi in pari e dispari (tutti i numeri pari su un lato, e tutti i dispari sull’altro), ma osservano un ordine sequenziale che, sul momento, può disorientare.

Proprio in Via XX Settembre, lo scorso 7 ottobre, Carlo Vicentini ha tenuto una conferenza.

Nato a Bolzano nel 1917, inizia ad amare e capire la montagna grazie agli insegnamenti del padre.

È il lavoro del padre, portalettere, a rendere necessario – nel 1931 – il trasferimento della famiglia a Roma.

Alcune escursioni appenniniche non appagano molto Carlo Vicentini, che si avvicina all’atletica leggera.

La montagna ha, in ogni caso, parte importante nella sua vita: frequenta – dopo la laurea – la Scuola Centrale Militare di Aosta e, a metà del ’41, viene nominato sergente.

Prosegue la formazione militare presso la Scuola Allievi Ufficiali di Complemento Alpini di Bassano, conseguendo il grado di sottotenente.

Il 23 aprile 1942, poiché ritiene la vita di caserma un po’ noiosa, firma la richiesta per essere assegnato al Fronte Russo, dove arriva nel giugno dello stesso anno, come ufficiale comandante il Plotone Comando del Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino.

 

Parla rimanendo in piedi, il dottor Vicentini: ama il contatto con i suoi ascoltatori e non gradisce stare seduto, forse perché gli sembrerebbe di mettersi troppo in cattedra.

Parla, e descrive l’affiatamento con la popolazione ucraina e russa, contrapposto ai rapporti piuttosto difficili con l’alleato tedesco che aveva un modo di comportarsi senza dubbio diverso rispetto a quello degli Italiani.

La condotta delle nostre truppe avrà ripercussioni positive durante il ripiegamento e nei primissimi giorni delle marce del davai, quando le donne dei villaggi cercarono di dare aiuto ai nostri soldati.

 

Paragona i due comandanti del Monte Cervino: ironizza un pochino nei confronti del tenente colonnello Mario D’Adda (che, a suo dire, nell’ambito della Prima Battaglia Difensiva del Don rimase sempre ben lontano dalle postazioni della prima linea e che, nell’autunno 1942, usufruì di una licenza forse troppo lunga per la nascita del figlio... tanto che gli alpini del Battaglione malignavano sul fatto che fosse D’Adda stesso ad allattare il neonato) e definisce il capitano Giuseppe Lamberti un najone tremendo. Lamberti, però, aveva il merito di mettersi al medesimo livello dei suoi uomini, che lo adoravano e – quando ve ne fu bisogno – diedero il massimo sotto la sua guida.

Il capitano Lamberti era apprezzato anche perché era ufficiale piuttosto noncurante riguardo a certe formalità: non vi erano conseguenze spiacevoli se, per esempio, la divisa non era in ordine.

Aveva in animo l’idea di rimodernare l’esercito dall’interno e di cambiare certe impostazioni obsolete risalenti alla Grande Guerra.

Durante la prigionia aderì alla propaganda sovietica e divenne una figura controversa: come accenna Carlo Vicentini, certe scelte ebbero in seguito effetti pesanti sulla vita dell’ufficiale.

 

Il discorso prosegue sottolineando l’assurdità di un settore – quello assegnato alla nostra Armata – troppo lungo (circa 270 chilometri) e la disparità di forze tra Sovietici e Italiani, soprattutto se si considerano i punti in cui l’Armata Rossa esercitò la maggiore pressione per provocare – riuscendovi – la rottura in settori specifici del fronte tenuto dalle nostre Unità.

È in questa fase (siamo al 17-18 dicembre 1942) che si inquadra il periodo del Monte Cervino – prima con il cosiddetto gruppo d’intervento della Julia, e poi con l’intera Divisione alpina suddetta – nel settore in precedenza assegnato al II Corpo d’Armata italiano.

 

Carlo Vicentini racconta l’entrata a sorpresa – all’alba del 15 gennaio 1943 – di una ventina di carri armati sovietici nella città di Rossoš’ (sede del Comando di Corpo d’Armata alpino), dove il Battaglione Alpini Sciatori Monte Cervino si trovava in quei giorni, in attesa di rientrare in linea.

Tratteggia con parole efficaci la difesa disperata della città a opera degli elementi ivi dislocati e, nello specifico, la posa di mine anticarro tedesche da parte degli alpini del Monte Cervino.

 

La prigionia cominciò, per il dottor Vicentini, il 19 gennaio 1943...

Gli inizi furono drammatici: di scorta ai nostri prigionieri, in quella prima fase, erano soldati dell’Armata Rossa, che consideravano gli Italiani come nemici su cui sfogare rabbia e tensioni.

Poi le cose cambiarono: i catturati passarono dalle mani dell’esercito sovietico a quelle della polizia dell’NKVD e dei partigiani, un po’ meno inclini a violenze sommarie.

I primi mesi nei campi furono terribili, ma Carlo Vicentini sembra volere alleggerire la narrazione e non indugiare su episodi troppo tragici, spiegando che le condizioni di vita dei nostri prigionieri migliorarono quando – dall’alto – ci si rese conto del contributo che tale mano d’opera gratuita poteva dare nel ricostruire quanto in Unione Sovietica era stato distrutto dalla guerra.

Verso la fine del ’43 gli ufficiali italiani – e con essi anche Carlo Vicentini – furono radunati (a parte poche eccezioni) nel campo n. 160 di Suzdal’.

 

La prigionia nei lager staliniani vide pressioni psicologiche enormi.

Gli interrogatori frequenti – spesso si svolgevano di notte – prevedevano domande infinite (non solo sulla famiglia, ma anche sui vicini di casa, su parenti e amici e sulle rispettive attività), nonché ricatti e minacce costanti di non rivedere più l’Italia.

Il prigioniero Carlo Vicentini svolse attività diverse. Fece parte di una brigata imbianchini e venne impiegato a togliere erbacce da campi coltivati a carote.

Fu uomo-cavallo, addetto al traino di una slitta su cui erano trasportati tronchi pesantissimi, combustibile necessario per riscaldare il campo di prigionia

Spiega cosa fosse la norma (cioè gli obiettivi minimi di lavoro previsti per ricevere una certa quantità di cibo giornaliero) e scherza sul fatto che – in una fabbrica di cuscinetti dove lavorò come operaio insieme ad altri Italiani – i nostri prigionieri superavano regolarmente tale norma al punto che i prigionieri medesimi venivano spesso invitati a fare una pausa, a fumarsi una sigaretta... per non mettere troppo in cattiva luce gli operai sovietici.

Tuttavia nei campi riservati alla truppa, per esempio in quelli in cui i prigionieri erano adibiti alla coltivazione del cotone, la norma era cosa terribile.

 

Il dottor Vicentini rientrò in Italia nell’estate del 1946.

Gli verranno conferite due Medaglie di Bronzo al Valor Militare.

È autore di alcuni libri – Noi soli vivi (un libro sulla prigionia che consiglio vivamente), Il sacrificio della Julia in Russia, Rapporto sui prigionieri italiani in Russia (quest’ultimo scritto insieme a un altro reduce, Paolo Resta) – nonché dei saggi Chi sono i dispersi e Le perdite della Divisione alpina Cuneense sul Fronte Russo, e di un testo sulle difficoltà di interpretazione e traslitterazione della documentazione russa riguardante i prigionieri di guerra italiani.

È stato Presidente Nazionale U.N.I.R.R. dal 2004 al 2007. 

 


 

La conferenza si è svolta presso la Sala Convegni del Circolo Ufficiali delle Forze Armate d’Italia, nell’ambito dei Mercoledì del Nastro Azzurro.

Erano presenti – oltre ad autorità militari, docenti di storia, studenti universitari, e un folto pubblico – il generale Carlo Maria Magnani (presidente dell’Istituto Nazionale del Nastro Azzurro), il dottor Stefano Pighini (presidente della Federazione di Roma del Nastro Azzurro) e Tommaso Gramiccia, ideatore e responsabile dei Mercoledì del Nastro Azzurro. Il generale Massimo Coltrinari (Istituto Alti Studi della Difesa) ha illustrato gli eventi principali della Campagna di Russia.

Invitata anche la Presidente Nazionale U.N.I.R.R. – Luisa Fusar Poli – che ha presenziato insieme a Patrizia Marchesini, non volendo perdere questa occasione per fare sentire tutto il nostro affetto a un reduce che tanto ha dato all’U.N.I.R.R.: Luisa Fusar Poli, al termine della conferenza, gli ha espresso profonda gratitudine.