Da Noi soli vivi – Quando settantamila italiani passarono il Don, Carlo Vicentini, Ugo Mursia Editore, Milano, 1997

 

Noi soli vivi copertinaMezz'ora dopo eravamo a Tarvisio e a mezzanotte entravamo in stazione di Udine.

Il marciapiede era un tappeto compatto di volti tesi, di occhi scrutanti. Appena lo sferragliare delle ruote e il lamento dei freni fu cessato, da quel mare di gente si alzò un clamore che mi turbò, non era un applauso di benvenuto ma un grido angosciato.

Cognomi, nomi di reparti, di battaglioni, venivano chiamati, cercati, invocati; centinaia di mani sollevavano fotografie di sorridenti giovani ventenni, orgogliosi sotto l'ala del loro cappello alpino; visi che era inutile cercare nella nostra memoria perché essa ricordava solo facce distrutte dalla fatica e dalla sofferenza, solo occhi pieni di disperazione o allucinati per la fame.

Tra tutta quella folla, solo una decina di famiglie poterono riabbracciare il loro ragazzo, per tutte le altre rimaneva pertinace, e purtroppo illusoria, la speranza.

Il Friuli e la Carnia, ma anche l'Abruzzo (il Battaglione L'Aquila apparteneva alla Julia), generosissime contrade che avevano già pianto a migliaia i loro figli caduti in Albania, ne avrebbero atteso invano altri diecimila, morti in terra di Russia.

Le nostre sconsolanti risposte erano sempre le stesse: Mi dispiace, non ho mai avuto occasione di incontrarlo.

La partenza da Udine verso casa fu terribilmente mesta e pochi di noi avevano le ciglia asciutte; a colmare la misura, nel risalire sui vagoni, mi accorsi che qualcuno aveva scritto sulle loro fiancate, a grossi caratteri con il gesso: NOI SOLI VIVI.

Al cospetto di tutta quella gente, ebbi vergogna della mia, della nostra sfacciata fortuna. [...]

A Bologna solerti ferrovieri cancellarono le scritte sui vagoni, ma subito qualcuno s'incaricò di ripeterle: gli italiani dovevano sapere la verità.

Furono necessarie altre ventiquattr'ore per coprire il tragitto fino a Roma, transitando a passo d'uomo sugli innumerevoli ponti provvisori, evitando gallerie crollate, aspettando incroci perché la linea funzionava a binario unico.

Quando il treno si fermò a Roma Termini, c'era una folla silenziosa, priva di slancio. Non si vedeva una divisa, né una bandiera. [...]

Il governo, le autorità militari, il Comune, l'Italia ufficiale insomma, faceva finta di non sapere che dalla Russia erano rientrati i suoi prigionieri.

Probabilmente erano una presenza imbarazzante.

Alla testata della pensilina trovai mio padre che questa volta non ebbe scrupolo di abbracciarmi commosso, e così mio fratello.

Dietro loro, al braccio di Liliana, che non si era stufata di aspettarmi, scorsi mia madre... piccolina, esile, timorosa. Ci gettammo l'uno contro l'altro in una stretta quasi isterica, soffocante, liberatoria.

Lei mai immaginava, e in quel momento non sapeva, che trascurando di firmare la lettera di Tarvisio aveva avvelenato le ultime ore di un viaggio e un momento che io avevo atteso e sognato per milletrecento notti.