Da Selenyj Jar. Il quadrivio insanguinato, Ermenegildo Moro

Edizioni Ugo Cavallotti / Ugo Mursia Editore, Milano, 1973/?

 

Selenyj Jar Il quadrivio insanguinato copertina[Mičurinsk]

Una sera, mentre la solita corvée guidata dal tenente Zannier e scortata dagli uomini della difesa vicina attendeva presso le cucine la distribuzione della brodaglia e del pane, un cuciniere russo – dopo averlo spolpato ben bene della carne – gettò oltre il reticolato che recingeva il campo un osso ancora caldo e fumante. Un nostro prigioniero della corvée, il fante napoletano De Vito, spinto dalla fame, si avvicinò al reticolato e sporgendo un braccio all'esterno, cercò di raccogliere quell'osso.

La sua manovra, però, fu vista e osservata dalla sentinella russa che vigilava da un'altana poco distante, e quella bestia in sembianze umane non ci pensò due volte: prese la mira e scaricò addosso al povero fante una raffca di mitra.

Il De Vito si accasciò colpito al ventre; tosto soccorso dai compagni, fu portato – con infinita pena – nel ricovero del comando di compagnia che, come si ricorderà il tenente Zannier e i suoi due aiutanti dividevano con quattro ufficiali ungheresi, di cui uno era medico.

E fu proprio questo medico – il dottor Koroj – che, alla incerta luce di alcuni mannelli di paglia bruciati dai colleghi presenti, suturò al povero De Vito il ventre, usando un normale ago da cucire e un filo estratto dalla fodera di una giubba.

L'operazione, naturalmente, venne compiuta senza anestetici e disinfezioni di sorta e, una volta conclusa, il ferito venne portato nel suo ricovero e affidato alla pietà dei compagni e alla misericordia di Dio: nessuno pensava che potesse cavarsela. Lo stesso tenente Zannier, che l'aveva fatto operare e che lo visitava ogni giorno, pur rimanendo stupito che il fante continuasse a vivere, non si faceva illusioni sulla sua guarigione; in quelle condizioni e con quella ferita era impossibile sopravvivere.

Di lì a poco anche il tenente Zannier fu colpito, come tutti, da tifo e non poté interessarsi della sorte del fante De Vito, e tanto meno lo poté in seguito, trasferito dall'uno all'altro campo dell'immensa Russia: non ci pensò più e lo ritenne morto.

Ma, di lì a circa tre anni, durante il lungo viaggio di ritorno in Patria, a Odessa, un militare si avvicinò al tenente chiedendogli se lo riconoscesse.

Alla risposta negativa dell'ufficiale, il fante calò i pantaloni e gli fece vedere una cicatrice rossa, a mezzaluna, sul ventre: era il De Vito, miracolosamente sopravvissuto alla terribile ferita, alla fame e agli stenti della prigionia.

 

 

 

Grazie a Claudio Provana per averci fornito questo brano del libro di Ermenegildo Moro.