Da Morire giorno per giorno, Gabriele Gherardini, Ugo Mursia Editore, Milano, 1966

 

Morire giorno per giorno copertinaLo chiamano convalescenziario, ma lo è solo agli effetti della natura; pini a non finire, aria balsamica, odore di terra vergine. Un gran villone a due piani, alcune casupole di legno che si affacciano nella radura verde, un doppio giro di reticolati interrotti da un gran cancello su un viottolo campestre.

Skit è tutto qui.

Ci sono arrivato il 14 di agosto [1943], lo stesso giorno in cui sono uscito dall’ospedale, dopo una marcia di tre ore per percorrere quattro chilometri.

Dall’ospedale mi hanno cacciato con infamia a causa del termometro, proprio quando si cominciava a stare un po’ meglio e a mangiucchiare qualche cosetta di più. Di uscire non volevo saperne, ma non avevo nulla a cui attaccarmi: la gamba funzionava alla meno peggio, la piaga al piede era guarita.

Rimaneva la debolezza, l’eterna debolezza, un malessere che mi prendeva a tratti, sempre all’improvviso, con un rifluire di vampate calde e gelide così intense da dovermi immediatamente coricare per non venir meno.

Eppoi c’erano i nervi, tutti a fior di pelle, ed erano certe frustate brucianti che, se non mi controllavo, correvo un brutto rischio.

Ma i russi le malattie nervose non le capiscono e, soprattutto esigono la febbre, la sola pietra di paragone, veritiera e credibile.

Così, poiché quello che si mangiava all’ospedale era, se non più abbondante, almeno un po’ meglio cucinato e vario che non al korpus [di Oranki], decisi senza scrupoli di procurarmi lo stato febbrile.

Non era una cosa difficile, la temperatura la provavano due volte al giorno – la mattina all’alba e la sera – e, strofinando il termometro sotto la coperta, non era difficile farlo salire.

La faccenda andò bene per più di un mese, ma un giorno una sistra russa, con una faccia da babbuino e una voce che faceva pensare al cigolio delle ruote, se ne accorse e successe uno scandalo.

Quando un russo si accorge di essere ingannato o preso in giro, non c’è nessuno che perde le staffe come lui.

Comparvi a gran giudizio alla presenza di Felimberg, un mediconzolo lituano o giù di lì, che me ne disse di cotte e di crude, per fortuna in idioma sovietico, così che ne capii ben poco; indi fui dimesso seduta stante dall’ospedale: davai Skit, a Skit. [...]

Un convalescenziario è un convalescenziario, non c’è dubbio, ma mi accorsi sin dal primo giorno che l’organizzazione, il sistema di vita, le condizioni igieniche erano più favorevoli ad affrettare la fine di gente male in gamba, che a guarirla. [...]

Chi è convalescente deve mangiare abbondantemente, credo che anche i russi riconoscano la veridicità di tal legge naturale.

Ebbene, nel convalescenziario di Skit si pativa la fame assai più che al campo 74 [di Oranki]. [...]

Un cucchiaio di miglio, carne non ne ho mai vista, qualche grammo di pesce, un cucchiaino di zucchero, il solito pane, e basta.

Riprendere le forze era impossibile, vivere era impossibile; era più facile finire nuovamente all’ospedale o nei sotterranei dei morti.