Da Mani sante – Vita ospedaliera di guerra al fronte russo (1942-'43)

Ina Moretti, Edizioni Camilliane, Torino, 2008

 

Mani sante copertinaIl due ottobre, al rapporto serale, il Direttore lanciò la geniale idea di far sorgere, in un terreno prossimo al Centro chirurgico [di Vorošilovgrad], un cimitero di guerra ove raccogliere le salme dei caduti, proponendosi di portarlo a termine per il due novembre.

Pareva un azzardo poter pensare che un’opera tanto importante potesse essere almeno bene avviata in un solo mese, tanto più che si era parlato di sistemazione assai decorosa.

Il giorno seguente cominciarono i lavori e vidi impiantare un cantiere in un campo pieno di sassi e di erbe secche. Osservai di giorno in giorno il progredire di tracciati di viali, delle fondamenta del motivo architettonico del monumento e del muro di cinta, che presto vidi crescere e divenire una mole di archi e un regolare recinto.

Alla sera, al consueto rapporto, prendevo cognizione di quei progressi dagli stessi artefici che ne riferivano dettagliatamente al Direttore, alla presenza di tutto il personale. Gli ufficiali medici che si erano improvvisati tecnici, gli ingegneri del Genio, i cappellani militari addetti al recupero delle salme, esponevano uno per uno la loro attività giornaliera con la laconicità dei rapporti militari.

Quanto lavoro era condensato in quelle brevi espressioni e nell’aridità delle cifre!

Tutti tacevano sulle difficoltà incontrate, tutti erano sostenuti dalla austera disciplina del dovere, alimentati dal fuoco di un sentimento, fonte inesauribile di forze: la venerazione per coloro che avevano offerto la loro vita, cadendo sui campi di battaglia. [...]

Contribuirono all’opera, oltre coloro che ne ebbero speciale incarico, anche medici e soldati del Centro chirurgico dell’Ottava Armata. Essi tolsero giornalmente qualche ora al riposo, per impiegarla nei lavori del nuovo camposanto.

Aiutarono a rimuovere la terra, si impegnarono nei lavori di falegnami, fabbri e verniciatori. In un capannone un artista raffinato – l’architetto Casalegno, tenente del Genio, nostro ricoverato – installò il suo studio e in pochi giorni concretò il progetto del monumento e l’abbozzo per l’altorilievo del paliotto dell’altare, che eseguì poi in breve tempo.

Il monumento era stato ideato con grande genialità, in maniera che pur essendo di facile esecuzione si raggiungesse una vera maestosità di linea, essendo costituito da un muraglione di mattoni, con triplice ordine di archi [...].

Tale mole architettonica, maestosa nella linea e semplice nella materia, come i romani acquedotti, riusciva imponente e per il suo orientamento le luci dell’alba e del tramonto la invadevano in modo assai suggestivo.

I suoi archi, dorati dalle prime luci del giorno, incorniciavano al tramonto le luminosità durature proprie di quel nordico cielo [...].

[...] L’altorilievo che ornava l’altare era ispirato al motto biblico: Ritorneranno, scritto con grandi lettere dorate su un fondo di marmo nero ai piedi dell’altare.

Su questo si innalzava una enorme croce e due, più basse, sorgevano ai lati, tutte e tre con assi di copertura, congiungenti la sommità con le estremità laterali, come quelle caratteristiche delle nostre Alpi. Dello stesso tipo quelle delle tombe.

A mano a mano che l’ottobre avanzava, il monumento si elevava, progrediva la costruzione del muro di cinta, si aprivano i viali tra le tombe abbinate e circondate da riquadri in muratura. [...]

Ricordo [...] che una notte fui costretta a passare per quel campo e ne riportai un’impressione di misticismo e di elevazione spirituale, anziché di opprimente tristezza. Cessato era il fervore del lavoro e la luce argentea della luna piena dava un aspetto di poesia a ogni cosa.

Il monumento era arrivato a poco più della metà della sua altezza e sul terreno, di cui solo in una piccola parte si delineavano i tumuli recenti contrassegnati da croci, si vedeva un ammasso di utensili, carriole e mucchi di terra, e materiale da costruzione. Tutto era invaso dall’azzurrognola luce lunare.

Perfino un gruppo di bare, presso l’ingresso, che erano state trasportate nella giornata da luoghi lontani, non faceva triste impressione; come in un’ultima parata, quei feretri attendevano allineati l’ultima espressione della vita collettiva: una dignitosa sepoltura. [...]

 

Come per magia, il cimitero fu compiuto in un mese. Il due novembre ci fu la cerimonia inaugurale. Fu semplice, nella sua solennità, e talmente commovente che non so davvero ridire.

Al tramonto di una limpidissima giornata, in una gloria di luci, in mistico silenzio, rappresentanze militari e personale del Centro chirurgico si riunirono nei viali del nuovo cimitero. [...]

Il cappellano militare Padre Salsa, mutilato della Grande Guerra, benedì il sacro luogo e celebrò un rito funebre. [...]

Intanto i nostri aerei volteggiavano sul cimitero, gettando fiori sulle tombe. [...]

 

Lentamente le autorità uscirono, soffermandosi presso il cancello e, dopo un minuto di raccoglimento, salutarono militarmente lasciando in silenzio il sacro recinto. E, dopo di loro, tutti lasciarono i loro posti per aggirarsi tra i viali. Anche le Sorelle [crocerossine] si trattennero in preghiera fra quelle tombe.

Si attenuarono intanto le luminosità infocate del tramonto, impallidirono i riflessi dorati, avanzarono le ombre della sera.

A mano a mano che gli azzurri cupi di queste si sovrapponevano alle trasparenze giallo pallide dell’ultimo chiarore solare, si vedevano brillare le prime stelle.

Solo sull’orizzonte, sotto un velame di vapori violacei, si mantennero a lungo pennellate rossastre.

A un tratto, come per incanto, gli archi del muraglione si incendiarono di bagliori di luce di torce, che illuminarono il luogo, dimodoché si poté rimanere sino a tarda sera fra quelle tombe.

Ognuno aveva nomi da ritrovare [...].

[...] Nel profondo del mio animo, nella solennità del momento, prendeva a poco a poco il sopravvento il pensiero per le famiglie di quei caduti, specie per le loro donne. Quante avrebbero voluto trovarsi al mio posto per averli potuti assistere [...]! Avrei voluto poter dire loro in quel momento: “No, non sono abbandonati, i vostri cari. Questo è un pezzo della loro Patria.”

 


 

 

Guarda la galleria-immagini dedicata al cimitero campale di Vorošilovgrad...

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