Da Non prendere freddo, Luciano Vigo, Gianni Iuculano Editore, Pavia, 2000

 

Non prendere freddo copertinaEra stata Phoelia a definirla così, con una sua originale interpretazione di cose che non conosceva, il giorno in cui le mie carezze si stavano facendo troppo audaci. Si scostò, ma non bruscamente, anzi, con dolcezza; mi prese le mani nelle sue e: “Non così, ti prego, non con me. Si vede che sei stato nella casa dove tutto è permesso.”

Ed effettivamente c’ero già stato una prima volta con Bruno. Si trovava in una delle solite casette a un solo piano, con un piccolo giardino e, se non fosse stato per il carabiniere che montava di guardia davanti alla porta, nulla lasciava intuire la funzione alla quale era stata adibita.

All’interno, tre soli locali; una cucina, una sala arredata con un divano, qualche sedia e poltroncina, un tavolino, e un mobile che reggeva un grosso fonografo a tromba, tendine bianche alle finestre, qualche innocente quadretto alle pareti, assolutamente niente di osceno e di pornografico: insomma, un salotto buono.

Infine una camera, piccola, con un letto a una piazza, una sedia, e un cassettone sul quale poggiava un vaso con un gran fascio di rose.

Anche le inquiline, due in tutto, non avevano né l’aspetto né i modi di professioniste: vestite di tutto punto e con discreta eleganza, senza trucco, servivano il tè, offrivano biscotti e sigarette; facevano suonare in continuazione il fonografo e invitavano l’ospite a ballare: a lasciarle fare avrebbero soltanto ballato, per tutto il tempo.

Bisognava insistere, gentilmente, per indurle a trasferirsi nella camera da letto, e il sistema migliore era di imboccarne la porta mentre si continuava a ballare.

Là dentro, poi, tutto si svolgeva nel buio più fitto e nel modo più normale e pulito, come se si fosse trattato di donne per bene.

Infatti, fino a pochi mesi prima, erano state due donne per bene: la più giovane, Tanja, era una studentessa universitaria iscritta alla facoltà di chimica; figlia unica, aveva perso entrambi i genitori quando la loro casa era stata distrutta da un bombardamento di artiglieria. Rimasta sola e senza mezzi, abituata com’era a una vita relativamente agiata, non aveva saputo rassegnarsi a fare qualche lavoro umile, a cercare un modo onesto per sopravvivere.

L’altra, Ljuba, una bella donna di ventisette anni, bruna, snella, ben fatta, attraente: un tipo che in un paese non comunista sarebbe appartenuto alla buona borghesia. Era vedova: il marito, ufficiale di carriera, era caduto negli ultimi combattimenti intorno a Rykovo, lasciandola sola con una bambina di pochi mesi. Anche per Ljuba, la prostituzione aveva costituito l’unica estrema risorsa.

In fondo si ritenevano abbastanza fortunate per essere state reclutate dal Comando italiano e destinate alla casa riservata agli ufficiali: erano ben nutrite, curate e protette; la casa era gestita da un sottotenente di cavalleria che, nella sua qualità di ufficiale addetto alla mensa del Comando della base, aveva tra i suoi compiti istituzionali anche questa funzione.

L’orario di lavoro era limitato: la casa apriva nel tardo pomeriggio e chiudeva alla mezzanotte. Era poco frequentata, praticamente solo da ufficiali di passaggio, dato che quelli di stanza a Rykovo si erano tutti accasati per conto proprio.

Poteva capitare che, per tutta la serata, gli ospiti fossero non di più di due, o addirittura uno soltanto.

La prima volta che ci andammo, Bruno e io, vi trovammo un ufficiale superiore della milizia, un seniore: stava ballando con Tanja.

Ci sedemmo sul divano, poi Ljuba invitò me a ballare. Tanja piantò in asso il seniore nel bel mezzo della danza, con una frase che, in russo, significava: “Tu non buono”, si rivolse a Bruno con un ti dobre, e si mise a ballare con lui, con la massima noncuranza e nessun rispetto per la gerarchia.

Per fortuna il seniore era un uomo di spirito e cedette il campo, con buona grazia, dicendo: “In questo posto la gioventù fa grado.”

L’ultima volta che vi tornai, da solo, Ljuba – che normalmente non era certamente allegra – mi apparve più triste del solito: non parlava, ballava lentamente, muovendosi appena; poi appoggiò il capo sulla mia spalla e si mise a piangere, adagio, sommessamente.

Cercai di farle dire il motivo di quelle lacrime e alla fine fu Tanja che me lo spiegò.

La bambina di Ljuba, già da tempo ammalata, il giorno prima era morta.

E tuttavia Ljuba quella sera, la sera dopo, era ancora lì, nella casa dove tutto è permesso: non c’era un altro posto al mondo dove potesse andare.

Restai con lei fin dopo la mezzanotte, poi volle che uscissimo assieme e che portassi con me le rose che mi aveva regalato.

Ci sedemmo su di una panchina, nel giardino, e vi rimanemmo a lungo, in silenzio, a guardare le stelle e a pensare.

Tanja e Ljuba: due giovani donne tra le tante alle quali la guerra riservò una sorte crudele; molti mesi più tardi, a Roma, un collega ufficiale rimpatriato dopo di me mi raccontò che – quando la Divisione si era mossa da Rykovo per riprendere l’avanzata verso il Don – il Comando aveva deciso di portare al seguito le due donne. La camionetta che le trasportava era caduta in un’imboscata e i partigiani ne avevano ammazzato tutti gli occupanti: l’autiere, il carabiniere di scorta e le due donne.

 

 

Luciano Vigo usa parole delicate per un tema su cui la memorialistica spesso sorvola. Di rado mi è capitato di leggere qualcosa di altrettanto triste. Povere belle donne, innamorate d'amore e della vita... le ragazze dell'est... La canzone di Claudio Baglioni, sebbene faccia riferimento a un periodo storico successivo, mi sembra tocchi corde per certi versi analoghe. Forse tale parallelismo può risultare inappropriato, ma credo che Tanja, Ljuba e le ragazze dell'est di Baglioni – pur con i dovuti distinguo – condividano molto più di quanto possa apparire al primo sguardo: una malinconia sconfinata, l'andare avanti – nonostante tutte le offese della vita – e la musica, come balsamo inesauribile dell'anima: Tanja, Ljuba e le ragazze dell'est ballano, ballano, ballano... per gridare l'allegria che non c'è, chiudendo – fuori dagli occhi e dal cuore – la solita neve e la realtà...

Patrizia Marchesini