Da La fame dei vinti, Luigi Venturini, Paolo Gaspari Editore, Udine, 2003

 

La fame dei vinti copertinaMattino del 17 ottobre [1945]. Ha nevicato tutta la notte e fa molto freddo.

Dopo la zuppa del mattino e l'appello, un sottufficiale delle guardie avverte tutti gli italiani, compresi gli ultimi arrivati, di preparare le proprie cose e radunarsi nel piazzale centrale; coloro che non possono camminare, saranno portati in barella dai compagni.

Ora siamo quasi trecento italiani. Il comandante russo del campo fa l'appello. Inquadrati per quattro, veniamo accompagnati da una cinquantina di soldati armati verso la stazione ove, su un binario morto, sosta un convoglio di una dozzina di vagoni bestiame carichi di prigionieri [...].

Siccome i nostri vagoni non sono ancora arrivati, la scorta ci ferma un po' distanti dalla tradotta. Nonostante ciò, incomincia a distanza un fitto scambio di informazioni tra i due gruppi. Sappiamo così che costoro sono tutti italiani che provengono dal Kazachistan, dal basso Volga e dai confini della Mongolia e che molti sono in viaggio da venti giorni.

Tutti affermano che sono in viaggio per l'Italia. Le informazioni dei compagni che provengono dall'Asia rafforzano in noi la speranza del rimpatrio, ma nessuno esulta date le esperienze deludenti già vissute. [...]

Nel frattempo sono arrivati una decina di vagoni [...]. La scorta ci divide subito in gruppi di quaranta e ci fa salire su quel treno a lungo sognato. [...]

 

Dopo pochi minuti, con un sibilo accompagnato da un violento strappo, il lungo treno parte con tutte le porte aperte e con noi spettatori che guardiamo aspirando la prima aria di libertà. [...]

 

Su questa tradotta di 1.100 sopravvissuti succedono cose incredibili perché dopo una decina di giorni i viveri finiscono. Più tardi si scopre che le guardie li vendono ai civili in cambio di vodka e rubli. Viaggiamo per giorni al freddo, assaltando durante le soste negli scali treni carichi di patate e barbabietole che tentiamo di cuocere appendendone i pezzi infilati in un filo di ferro lungo il fianco della stufa. Le guardie lasciano fare [...].

Così rispunta la fame, la tremenda fame che non ha pazienza e, mentre noi ingoiamo tuberi mezzi crudi e acqua di dubbia potabilità, improvvisa scoppia la dissenteria che trasforma i vagoni nei letamai del '43.

Con la sporcizia rispuntano i pidocchi, gli ammalati si aggravano per la denutrizione e il freddo.

Scarichiamo i cadaveri lungo gli interminabili binari.

Per sopravvivere siamo costretti a barattare il nostro povero vestiario con il cibo. Io stesso devo vendere la giacca e due pezze da piedi nuove, per un po' di pane e ora soffro molto il freddo. [...]

 

Tra sofferenze di ogni tipo attraversiamo la Repubblica Russa, la Russia Bianca, la Polonia e parte della Germania, fino a raggiungere la zona americana di Francoforte sull'Oder, il primo dicembre 1945. Sono 43 giorni che viaggiamo.