Da Varvarovka alzo zero, Ottobono Terzi, Longanesi, Milano, 1974

 

Varvarovka alzo zero copertinaI partigiani si avvicinano correndo con i mitra puntati su di noi. Ci strappano le pistole e ci perquisiscono sommariamente, buttando nella neve le nostre bombe a mano.

Resistere sarebbe pura follia. Puntandoci i mitra nella schiena ci spingono guidandoci verso una capanna di paglia poco distante, dove entriamo.

Siamo prigionieri, ormai.

La capanna è abbastanza grande. [...]

Nello sfondo scuro [...] intravediamo, con nostra grande sorpresa, una decina di soldati italiani, per lo più alpini o artiglieri, rattrappiti dal freddo, che sonnecchiano o parlano sottovoce. Dopo averci rinchiusi nella capanna, i partigiani si allontanano, lasciando di guardia, all'esterno, uno di loro. [...]

Le prime ore [...] trascorrono con lentezza esasperante. Il partigiano ucraino che monta di sentinella armato di mitra cammina davanti all'isba con passo uguale.

I prigionieri sono affranti dalla stanchezza, dal sonno, dalla fame e dal gelo. Parlano fra loro, con grande nostalgia, delle case lontane, dove li attendono i loro cari, che forse non rivedranno mai più. Alcuni piangono silenziosamente, rannicchiati in un angolo, quasi vergognandosi della loro debolezza. Io, intanto, nascondo il mio orologio e un anello in una tasca interna, nell'eventualità che mi possano essere utili in futuro. Non so rassegnarmi alla prigionia e comincio a pensare al modo di uscirne. [...]

Il tempo si è fatto decisamente brutto. Nevica.

Sono quasi le due del pomeriggio e calcolo che non siano passate più di sei ore dalla nostra cattura, quando una donna ucraina ci porta del pane un secchio pieno d'acqua.

"Russkij Kupjanka, da, da!" ci risponde la buona donna e così noi comprendiamo che i soldati sovietici sono partiti verso quella località, mentre i partigiani sono rimasti nel villaggio.

Mi accorgo che la sentinella che ci sorveglia si è ritirata nell'isba vicina, forse per mangiare o per sottrarsi all'insopportabile temperatura esterna.

In questo momento decido di tentare la sorte e di uscire dalla capanna. Informo i compagni di prigionia della mia decisione e li metto a parte del progetto che ho concepito.

Dapprima mi prendono per pazzo e mi ricordano che siamo sprovvisti del tutto di armi, di cibo, di carte topografiche e che il nostro fisico e il nostro morale sono stati duramente provati dai combattimenti terribili e dalle massacranti marce forzate [...].

I più mi rispondono che preferiscono la prigionia certa a una avventura rischiosa e incerta, come può esserlo l'evasione da me ideata e proposta.

Discutiamo a lungo e alla fine riesco a convincerli che l'evasione è l'unica via di salvezza per tutti noi. Decidiamo di uscire dalla capanna uno dopo l'altro, a intervalli di qualche minuto. Io uscirò per primo, perché è giusto che, in caso di reazione armata da parte nemica, nessun altro se non io, che ho proposto l'evasione, debba pagare con la vita il fallimento del tentativo.

archimede mischi 20130220 1513986964Il tenente Archimede MischiDopo di me usciranno i soldati e il tenente Mischi.

Ci promettiamo che chi di noi tornerà vivo in patria riferirà quanto è successo e racconterà la terribile notte di Varvarovka.

 

Apro il cancelletto ed esco.

Non vedo alcun partigiano, né sentinelle intorno.

Un passo dietro l'latro percorro, rigido, lentamente, l'unica strada che attraversa il villaggio, guardandomi intorno, conscio che da un momento all'altro potrò essere colpito alle spalle [...]. Mi sembra già di sentire il cigolio di una porta che si apre e, nella schiena, la raffica di mitra che mi stende a terra, ma proseguo deciso.

Il giorno è ancora chiaro e, nonostante nevichi, niente mi nasconde alla vista dei partigiani che sono nelle isbe.

Cammino sempre al centro della strada.

A un tratto, dietro i piccoli vetri di una casa vicina, scorgo con grande stupore il volto del maggiore Turati, visto l'ultima volta a Varvarovka... il quale, riconosciutomi, mi fa un cenno di saluto e di incoraggiamento a proseguire il cammino. [...]

Raggiungo così le ultime case del villaggio e mi dirigo verso uno stagno gelato, coperto di erbe palustri, che mi appare davanti.

I soldati che mi hanno seguito non sono stati disturbati e mi raggiungono.

Ci acquattiamo tutti tra la folta vegetazione palustre, mentre le ultime luci svaniscono e attendiamo Mischi e gli altri [...].

La neve gelata, portata dal vento, ci taglia la faccia e ci fa rabbrividire nelle nostre divise inzuppate.

La notte si approssima tragica, ma il tenente Mischi e gli altri soldati non si vedono ancora.

Li attendiamo a lungo, invano. Che cosa può essere accaduto?

Sono usciti dalla capanna e sono stati subito fermati dai nostri guardiani? Oppure li hanno ripresi i partigiani che custodivano il maggiore Turati?

O forse non hanno nemmeno potuto uscire dalla capanna, per l'improvviso ritorno della sentinella e dei partigiani?

Purtroppo queste domande non avranno mai risposta. [...]

La forzata immobilità mentre nevica ci fa sentire ancor più pungente il freddo.

Altro tempo trascorre e nessuno si vede. Decidiamo infine di riprendere la marcia verso le colline, dove qualche ora prima abbiamo veduto passare soldati italiani diretti verso nord.

 

 

Il tenente Archimede Mischi, citato nel racconto, risulta ancora oggi scomparso...