Da Ritirata in Russia, Stefano Dotti, Arti Grafiche Cappelli, Rocca San Casciano, 1956

 

Nelle prime ore del pomeriggio ci appostavamo a duecento metri dalla balka che avevamo lasciato. Avevo messo Cremisi sulla destra, da dove sospettavo che sarebbero venuti gli attacchi nemici risalendo la valle di Arbusow, da oltre Losowje.

Di fronte avevo il paese. [...] Avevamo avuto l'armamento promesso e ce l'aveva portato il tenente tedesco.

Aveva ripreso a nevicare e con la neve dal nord veniva un vento gelido che ci turbinava attorno. Gli uomini erano immersi nella neve, sotto la coperta, da cui vedevano attraverso una fessura sugli occhi. A volte si alzavano e sbattevano la coperta piena di neve, agitando violentemente le membra intirizzite.

Vi era una slitta, nei paraggi, con un mulo. Non sembrava avere proprietario e la bestia abbandonata stava ferma, il capo penzoloni, mentre le neve le saliva oltre lo zoccolo.

Le diverse tracce – che attorno al paese indicavano dove era passato l'uomo e le sagome nere dove esso era caduto lottando – erano scomparse.

Macchie oscure di fumo si alzavano dalle isbe, ove la paglia del tetto – ardendo – era precipitata. I pali delle isbe, rosi dalle fiamme, spiccavano sul fondo bianco della steppa. [...]

Nel pomeriggio inoltrato ebbe inizio l'azione dei russi, col bombardamento delle artiglierie. [...] Un bombardamento così spietato mai l'avevamo sopportato, neppure nelle linee del fronte. Erano grappoli di colpi che tempestavano di continuo il paese, la palude, le mie posizioni, e la balka alle mie spalle, dove stazionava la colonna.

Anche i cannoni dei carri armati sparavano di continuo e le loro granate ci arrivavano addosso con un sibilo violento, mentre lo scoppio sembrava il ringhio di un cagnaccio. Nel mezzo degli schianti si alzavano i lamenti degli uomini colpiti. Chi non ne rimaneva morto, veniva portato in una casetta sul bordo della strada; l'unica che esistesse da quelle parti. [...]

 

Venne innanzi la sera e gli uomini tacevano sotto l'incubo dell'offesa nemica. Sapevano che sarebbe venuta e e vivevano quei momenti che preludono la lotta. [...]

Una granata sfasciò la slitta del mulo abbandonato, ma esso non si mosse. La neve gli arrivava alle ginocchia.

Faceva sempre più freddo e nevicava. [...] Vallini e Doria erano con me, anche se sapevo che la granata odia gli uomini raggruppati... "Ma tu sei vecchio, Vallini, e tu Doria sei il mio attendente. Non voglio lasciarvi soli."

Avevamo i piedi avvolti in un sacco a pelo vomitato dalla slitta andata a pezzi, ma dovevo a brevi intervalli uscire per vedere gli uomini e rendermi conto di quanto avveniva.

 

Molti fatti avvennero alla mia Compagnia, quella notte, da quando sentimmo che giù al paese i Russi stavano conquistandolo, contro quegli elementi nostri che vi erano rimasti.

Agli Urrah, Stalin! facevano riscontro i Savoia!, ma – mentre i primi aumentavano sempre più di intensità – i secondi andavano sempre più diminuendo.

Poi cessarono del tutto e allora i nemici presero ad attaccarci. E ci avrebbero attaccato a lungo, quella notte.

Di quella notte, però, non desidero parlare, anche se il ricordo rinverdisce in me, e ho in me il volto di quegli uomini che ora giacciono morti nella palude di Arbusow.

Quei volti stanno composti come li vidi morire, né io – comandante della Compagnia sacrificata – vorrò turbarli.

Sono volti che si placarono dopo una grande prova e quando ebbero superato la prova. Si placarono nella morte, perché la morte per essi fu la liberazione; essi che combattevano per la vita dei loro amici.

Erano le prime ore del giorno quando radunai i miei pochi superstiti. Vidi però che eravamo ridotti a pochi, troppo pochi per poter ancora fermare i Russi che, sul far del giorno, poche ore dopo, sarebbero ritornati.