Da L'aurora a occidente, Mario Bellini, Bompiani, Milano, 1984

 

La sparatoria era appena cessata e la colonna era ancora ferma. Ebbi il primo attacco di diarrea, conseguenza della neve che avevo ingerito per calmare la sete.

Raccomandai a Treves di non muoversi mentre mi portavo dietro la siepe. Mi allontanai di tre, quattro metri e per pochi secondi. Quando riscavalcai la siepe non lo trovai più.

Lo cercai nelle vicinanze e lo chiamai, supponendo che si fosse allontanato di pochi passi. Nulla.

Corsi avanti e indietro, ritornai nel punto dove ci eravamo separati.

Poi, sicuro che indietro non c'era, mi portai sempre più avanti, approfittando ancora del residuo chiarore del giorno.

Controllavo se fosse caduto in terra. Nulla.

Continuai a chiamarlo per nome. Fui afferrato dal panico. Non riuscivo a spiegarmi perché si fosse allontanato e come fosse sparito.

Risalii la colonna, metro per metro, pronunciando in continuazione il suo nome, ora con tono moderato, ora ad alta voce, fra zittii e proteste.

Giunsi fino a un costone dov'era in corso un violento combattimento. [...] Continuando nella ricerca di Treves, risalii anche il costone e mi cacciai nella zona dove incrociavano le raffiche di mitraglia e le salve di mortai degli opposti schieramenti.

A fianco di una piccola gobba a sinistra della strada era piazzata una mitragliatrice con un gruppo di soldati della Torino. Mi avvicinai e mi unii a loro. Cercai di dare una mano svolgendo i miei naturali compiti di ufficiale osservatore.

Qualche centinaio di metri più avanti si stavano scontrando carri armati russi e tedeschi. Il terreno era illuminato dalla luce dei bengala lanciati dagli opposti schieramenti. [...]

La nostra mitragliatrice cercava di neutralizzare quelle russe, le cui posizioni erano rivelate dai proiettili traccianti. Sugli stessi obiettivi era diretto anche il fuoco delle armi automatiche germaniche.

Gradualmente lo scontro fra le opposte forze diminuì di intensità.

I tedeschi, raccolti i feriti e radunati i materiali e le armi, riordinarono in fretta i reparti e ripresero la marcia attraverso il varco che erano riusciti ad aprire con il concorso dei reparti della Torino. La massa degli italiani serrò nuovamente sotto e invase la pista che si arrampicava sul costone a cavallo del quale si era aspramente combattuto.

Continuai nella ricerca di Treves. Non mi rassegnavo.

A volte mi sembrava di sentire una risposta al mio appello; erano invece allucinazioni. Salii e ridiscesi più volte anche quel costone. Poi decisi di riguadagnare la testa della colonna che stava marciando verso Arbusov.

Quando giunse alle prime case del paese, l'avanguardia fu investita dal fuoco dei russi che avevano occupato le colline circostanti.

I tedeschi occuparono il paese, che si stendeva parte in piano e in maggior parte lungo il pendio.

Rimase in mano al nemico un gruppo di case in cima alla salita, separato dal resto dell'abitato. [...]

La colonna, a grossi fiotti, stava occupando il vasto spiazzo che si stendeva prima dell'abitato. Al riverbero degli ultimi bagliori delle isbe in fiamme, osservai intorno a me la turba di uomini demoralizzati, esausti e provati dalle sofferenze di una marcia tormentata dal freddo, dalla fame e dai combattimenti.

Su questa massa, impossibilitata ancora una volta a trovare un riparo e un cibo, incombeva la terza notte all'addiaccio.