Da Ritrovato dopo 40 anni

Diario della Campagna di Russia 1942-43 del bersagliere Silvio D’Aloiso

Grafiche Quadrifoglio, Foggia, 1996

 

Diario DAloiso copertinaComunque, ci inoltrammo nell’autunno [...]. Ormai l’estate era soltanto un pallido ricordo e l’inverno si affacciava lugubre all’orizzonte.

In previsione di questo – e sulla scorta di quello precedente, dagli anziani già vissuto in questa terra – ci vennero distribuiti indumenti invernali sostanzialmente adatti al clima veniente: cappotto g.v. rivestito all’interno con pelliccia di pecora; transilvano (gilet) di pelle di montone; due paia di calze di lana, due maglioni e due mutande lunghe di lana, e non di cotone come di norma; un passamontagna di lana al quale io vi aggiunsi una fodera con pelo di pecora, e scarpe nuove di cuoio al posto delle quali sarebbero stati più idonei i valenchi di feltro (stivali), come l’avevano russi e tedeschi.

Tutto sommato e onestamente, riconosco che ci avevano bene equipaggiati e devo purtroppo dissentire dai soliti denigratori per la scarsità di tali provvedimenti.

Semmai dovessi recriminare lo farei per la inadeguatezza delle scarpe di cuoio – ripeto – e per la foggia scura della nostra divisa che sulla neve d’inverno ci rese facile bersaglio.

Altro rilievo che muoverò è il mancato ricambio della giacca e dei pantaloni, che per me erano sempre quelli avuti ad Aquila due anni prima e in uso sia per la festa che per le esercitazioni, per la città, per la campagna e ora anche per la guerra.

E poi l’esiguità e l’inidoneità dell’armamento, ma questo è un discorso a parte che non ha nulla a che vedere con la bontà dell’equipaggiamento invernale ricevuto in quel novembre.

In ogni caso fummo equipaggiati per tempo e quando – sul finire di ottobre, primi di novembre – la temperatura precipitò vertiginosamente sotto lo zero annunciando con largo anticipo l’inverno, noi – almeno dal lato-vestiario – eravamo ben predisposti ad affrontare i rigori del suo micidiale clima.

[...] l’8 novembre, giorno del mio compleanno, cadde la prima neve. Non conoscendo la realtà dell’inverno russo immaginavo che quella neve si sarebbe subito sciolta e invece quei pochi centimetri presto divennero compatti e, solidificandosi, ammantarono prematuramente di bianco ogni cosa esposta all’aperto. [...]

 

Ma in quei giorni d’inizio novembre un fatto curioso attirò la mia attenzione [...].

Infatti ci mobilitarono per trebbiare il grano sull’aia di un kolkos... con i covoni, ancora intatti, sepolti di neve.

Fatto veramente insolito, anormale, e dettato da persone – oltreché inesperte – non sane di mente e quindi ridicole. In Italia, e certamente anche qui in Russia e in tutto il mondo, il grano si trebbia quando paglia e spighe, cotte dal sole estivo, sono facili a tranciarsi e a granularsi; ma, umide e congelate dal freddo, è assolutamente impensabile che tale operazione possa realizzarsi.

Evidentemente qualche nostro alto ufficiale fraintendeva, per campagna di guerra, quella del grano... e così ci mandarono a trebbiare grano sotto la neve.

E garantisco che fu uno spettacolo davvero eccezionale e divertente.

Forse questa idea doveva essere un espediente per tenerci attivi e non farci annoiare in quel remoto villaggio della steppa ormai sotto la neve.

Fatto sta che, insieme ad alcuni civili russi, ci condussero al vicino kolkos al di là della strada e qui, dopo aver dissepolto dalla neve i grossi covoni ormai marciti e rifornito di carburante e oleati i relativi macchinari, la giostra – cigolante nei congegni e faticosamente ingoiando spighe, ebbe inizio... mentre noi tutti intorno ci adoperavamo divertiti per l’insolito spettacolo.

Naturalmente, invece di uscire grano, veniva fuori acqua perché trebbiavano grano ma anche neve, e v’era perciò di che ridere.


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