L’uomo e il cavallo. Un connubio consolidato fin dai tempi antichi, esaltato dalla letteratura e, più tardi, da cinema e televisione.

Bucefalo, Ronzinante, Brigliadoro.

Qualcuno – forse – ricorderà questi nomi.

Erano i cavalli di Alessandro Magno, Don Chisciotte e Orlando (l’eroe furioso di scolastica memoria).

Chi era un ragazzino negli anni ’70 avrà visto senza dubbio qualche puntata di Furia cavallo del West, e ne avrà canticchiato almeno una volta la sigla.

In anni più recenti, un regista del calibro di Steven Spielberg ha diretto War Horse, un film del 2011 (tratto dal romanzo omonimo di Michael Morpurgo) che racconta di un cavallo baio – Joey – e del suo giovane proprietario – Albert – durante il primo conflitto mondiale.

 

In pace o in battaglia, l’uomo e il cavallo hanno attraversato i secoli, spesso insieme.

Come Joey, anche Albino fece la guerra. Ma la sua è una storia vera.

Nato nel 1932, sebbene avesse problemi di vista a un occhio fu considerato abile per il fronte e seguì il Reggimento Savoia Cavalleria in Russia.

Albino c’era, quel 24 agosto 1942.

Lo montava il sergente maggiore Giuseppe Fantini, che non sopravvisse alla carica di Izbušenskij. Anche Albino venne ferito, ma riuscì a tornare in Italia.

Dopo la guerra, lui – destriero glorioso – fu acquistato da un contadino e finì a tirare un carretto.

Ma a Somma Lombarda il vecchio comandante del Reggimento – il colonnello Alessandro Bettoni – e il vecchio comandante del suo 2° Squadrone, il capitano Francesco Saverio De Leone, lo videro e lo riconobbero.

Insieme ad altri cavalli, Albino venne acquistato e offerto in dono a Savoia Cavalleria, che nel frattempo era stato trasferito da Milano – sua sede storica – a Merano. 

In mezzo ai carri armati poteva vivere sereno, e circondato dalle premure e dall’affetto riservati a un veterano. Aveva un box tutto per sé e un amico speciale, un asinello di nome Mariolino.

Poi...

 

[...] accadde un fatto che mise in subbuglio tutto il Reggimento: Albino si ammalò.

[...] Ricordo che mi informavo di Albino quasi ogni giorno, quando uscivo con Omar per la passeggiata sotto i meli di Maia Bassa.

Avevo dovuto ricorrere a mille astuzie per poter montare uno dei pochissimi cavalli rimasti alla scuderia ufficiali.

Era infatti quello il tempo in cui, a colpi di circolare, il Ministero stava freneticamente sloggiando dalle caserme di cavalleria gli ultimi quadrupedi sopravvissuti all’arrivo dei carri, con una serie di provvedimenti che contribuirono a far tramontare definitivamente la grande tradizione di Pinerolo [...].

Lo scalpitare di un cavallo destava ormai curiosità anche nei cavalieri, per i quali era quasi un avvenimento vedere il vice-comandante uscire in passeggiata sul suo grigio, o qualche subalterno lavorare in maneggio a ore impossibili, o il capitano Grignolo – olimpionico di Completo, di passaggio dopo qualche gara – fare una ripresina dimostrativa […].

 

La malattia di Albino, quindi, rappresentava per tutti una pena nella pena, quasi un accanimento della sorte.

La povera bestia non dava segno di soffrire; anzi, come si conveniva a un cavallo da guerra, teneva un atteggiamento dignitoso e, con l’unico occhio sano, guardava pacatamente il veterinario [...]; un veterinario che, per colmo di ironia, apparteneva al vicino reggimento di artiglieria da montagna, era avvezzo a trattare con i muli, e gli ronzava attorno sventolandogli sotto il naso la penna del cappello alpino.

A detta del veterinario la diagnosi era chiara: vecchiaia.

Albino, più che soffrire di un malanno preciso, era soggetto ai mille acciacchi, propri di quei vecchi che in gioventù non si sono risparmiati.

E lui, il reduce di Isbuscenskij, aveva fatto il galletto fino all’ultimo.

Ricordo che, solo un paio di mesi prima, durante le prove per la festa del Reggimento, si era esibito in una delle sue imprese: quando il trombettiere, al momento della commemorazione dei caduti, aveva suonato la carica, Albino era stato improvvisamente colto da un fremito e, piantato in asso l’inesperto palafreniere, era partito al galoppo traversando tutta la piazza d’armi e andandosi a infilare sotto gli enormi capannoni dove erano custoditi i nuovi Patton.

Fu quella la sua ultima sgroppata: il 21 ottobre, in barba alle punture del veterinario-artigliere, Albino morì e fu subito portato via per essere imbalsamato.

Il suo box rimase vuoto, intatto, con le pareti coperte delle foto del sergente maggiore Fantini (morto nella carica, in sella ad Albino) e delle letterine che gli scolari milanesi avevano scritto al celebre cavallo [...].

Mariolino fu preso da una tremenda crisi depressiva e fu trasferito nella scuderia degli altri cavalli. Il colonnello Luigi Mirelli di Teora – 62° comandante del Reggimento – fece stampare una partecipazione di lutto e la spedì agli amici.

I giornalisti arrivarono a frotte e a essi qualche anziano ufficiale raccontò la storia di Albino, con tutte le inesattezze ormai entrate nella leggenda (compresa quella secondo la quale il cavallo era stato ferito in guerra, oltre che a una gamba, a un occhio, mentre quell’occhio era sempre stato malato), epurandola tuttavia di alcuni particolari, come quello riguardante il servizio prestato da Albino, sequestrato, nella Repubblica di Salò; particolare che avrebbe permesso a qualche rappresentante della stampa di attribuire alla povera bestia un passato fascista del quale in realtà non era responsabile.

 

Albino, 1932 - 21.10.1960

 


 

La foto di Albino è stata gentilmente fornita dal signor Claudio Provana, che ringraziamo.

Il brano in corsivo è tratto dal volume di Lucio Lami, Isbuscenskij, l'ultima carica, Ugo Mursia Editore, Milano, 1970.

 

Forse non tutti sanno che War Horse – prima romanzo e poi film – ricalca la storia narrata in Albino cavallo d'Italia, baio maremmano cresciuto con il bambino che ne era il proprietario, requisito dal Regio Esercito per la guerra, e raggiunto al Fronte Russo dal ragazzo – ormai un giovane –, che si era arruolato per seguirne la sorte. Il libro, edito da Vallardi nel 1958, venne ri-pubblicato su Il Corriere dei Piccoli nel 1962.