Da Una tragedia in bene, Sergio Malavasi

Giovanni e Remo Sogari, a cura di – Stampa a cura di Color Service, Carpi, gennaio 2016

 

 

Una tragedia in bene è la trascrizione dell'intervista a Sergio Malavasi, realizzata dal nipote Giovanni Sogari nel 1999. Sergio – purtroppo deceduto – fu al Fronte Orientale con la 103ª Compagnia Telegrafisti e Marconisti della Divisione Celere. Il brano che segue descrive il suo arrivo a Modena, dopo gli anni trascorsi nei campi di prigionia sovietici...

 

 

 

 

Una tragedia in bene copertinaE il tragitto anche a venire a casa... siamo arrivati a Pescantina, in provincia di Verona, dopo si telefonava, perché ad esempio da Verona a Carpi non c’era più il treno che faceva, perché sul Po non c’era il ponte e non funzionava più, sicché hanno telefonato alla Croce Rossa ed è venuto un furgone per caricarci e venire a casa. [...] dopo tanti anni che sei via non sapevo nulla, in prigionia non avevamo mai ricevuto posta e mai scritto per fare sapere che eravamo vivi... A casa non sapevano niente. E dopo aver sentito tutto quello che era successo, della guerra, dei bombardamenti, bruciato le case, avevamo un po’ di timore di arrivare a casa.

 

A noi ci hanno portato a Modena, ci hanno scaricato in centro, e poi – erano in quattro di Modena, io di Carpi – ci siamo messi a sedere sotto il portico che era domenica sera alle 9, avevamo paura ad andare a casa. 

Io poi addirittura non avevo nessun mezzo, perché il pullman non funzionava, il treno non funzionava e allora sono andato poi a casa di un mio amico. Sono andato a casa di un mio amico, che questo qui, i suoi familiari, sua madre riscuoteva la pensione da morto, perché lui era stato dichiarato morto. 

Perché quando c’è stata la fuga con i carrarmati, lui è caduto in terra e il carrarmato ci è passato sopra e l’ha ferito solamente, era disteso in terra, la neve dove passava il carrarmato era soffice perché era tutto rotto dai cingoli, gli ha preso solo un palmo del piede e poi si è salvato. 

E lo ho accompagnato a casa io. 

Lui è rimasto fuori e io sono andato dentro, alle 9 e 30 di sera. Le 9 e 30 di sera, era una casa di campagna vicina al cimitero San Cataldo, che la casa esiste ancora di fronte al cimitero di San Cataldo. Esiste ancora. 

Questa casa era accesa, la luce accesa, c’era una vecchietta e un vecchietto. Allora io ho picchiato il vetro. 

“Chi è, chi è?” e allora io gli dico: “Sono un prigioniero che viene dalla Russia”.

“Ma da bòun, da bòun?”, ha cominciato a dire “Da bòun? Che il nostro fiol l’è mort, che il me fiol l’è mort là, vegna dénter, vegna dénter.” 

Avevo anche un zainetto che avevo conservato e sono andato dentro a convincerla che suo figlio era fuori. Era fuori. 

So fiol l’è minga mort, vostro figlio non è mica morto, è vivo, perché eravamo assieme”.

Allora quando sente così lui non riesce più a stare fuori, salta dentro. Te figurati. Aveva tre fratelli, era domenica sera, erano fuori tutti e tre perché erano giovani. Uno è venuto a casa alle 10 e 30, chletr’ a undz’or [l’altro alle undici], l’altro a mezzanotte, aprivano la porta e trovavano noi in casa, che la madre ci ha fatto il gnocco fritto di sera, tagliato un salame. Abbiamo mangiato qualcosa così.