Da L'aurora a occidente, Mario Bellini, Bompiani, Milano, 1984

 

Da un silenzio ovattato si passò di colpo all'uragano. Centinaia di tuoni intrecciati e sovrapposti percossero le mie orecchie. Grosse granate esplosero intorno all'osservatorio. La terra tremò come scossa dal terremoto.

Le vampe, i boati e il fumo trasformarono [il caposaldo] Olimpo in un vulcano.

Su un fronte di una trentina di chilometri, da Krasnogorovka ad Abrossimovo, il terreno ribolliva. L'osservatorio era l'obiettivo di due Batterie che mi scaraventavano addosso otto granate ogni trenta secondi.

Di corsa cercai di raggiungere il bunker per telefonare. Dovetti interrompere la corsa con un tuffo nel fondo del camminamento: i sibili mi avevano avvertito delle imminenti esplosioni, Ripresi la corsa e arrivai al rifugio.

Azionai il telefono che mi collegava con il Comando di Battaglione.

"Stanno attaccando Krasnogorovka, Ogolev e Abrossimovo. Entrate in azione." mi disse, convulso, il maggiore Tedeschi.

Chiamai il colonnello di Reggimento e mi feci passare il colonnello Matiotti: "Signor colonnello, l'attacco nemico è cominciato. Date attuazione ai programmi. [...]"

Lasciai Braida ai telefoni. "Ragazzi... a turno, quando si spezzano i fili del telefono, uscite e ripararli.", dissi agli altri.

Tornai al posto d'osservazione. Il movimento dei Russi sopra il letto ghiacciato del Don era intenso. Avanzavano in massa, preceduti dal fuoco lacerante dei mortai e da quello fittissimo delle armi automatiche. L'artiglieria nemica continuava a martellare dappertutto

Finalmente cominciò anche la nostra artiglieria. Sentii passare i proiettili sulla mia testa; prima ancora di vederli esplodere, ne intuii il calibro. [...]

L'azione della nostra artiglieria fu integrata da un bombardamento effettuato da tre squadriglie di nostri aerei che, comparsi all'improvviso nel cielo del berretto frigio, colpirono i concentramenti di truppe sulla riva sinistra e lungo gli accessi dal Don alle nostre posizioni. [...]

 

Ebbe inizio l'ultima fase di quella giornata. Stavano calando le ombre del crepuscolo. Scacciavo con violenza la tentazione di ricordare quello che era successo in quelle ore. Continuavo a fumare sigarette. Non avevo mangiato nulla, Non c'era stato tempo nemmeno per una tazza di caffè. [...]

Dal caposaldo X le camicie nere avanzarono tra le macerie di Ogolev; qui ritrovarono asserragliati in un bunker i superstiti del caposaldo al comando del tenente Cicero, che stavano resistendo dal mattino. Sembrò una favola, ma quell'11 dicembre era un giorno fausto per i soldati italiani, anche se i successi erano costati perdite dolorose.

Le camicie nere snidarono i russi isba per isba, trincea per trincea. Trovarono cataste di cadaveri. Alle quindici, quando il sole era appena tramontato, Ogolev fu riconquistata. Il nostro fuoco aveva ricacciato i Russi oltre il fiume. La situazione, dopo dieci ore, era ristabilita. [...]

 

Su tutta la zona del berretto frigio scese un silenzio magico. Radunai gli uomini nel rifugio. Ci sedemmo. Nessuno parlò. [...]

A dieci ore di orgasmo seguiva il rilassamento. In quella giornata ero stato vittorioso ma non provavo alcun sentimento di trionfo. Anzi, al contrario la soddisfazione era sopraffatta dalla paura che la vittoria non si ripetesse e cedesse il posto alla sconfitta.

Niente dà un senso di effimero come la vittoria. [...]

Quel giorno non avevo mai pensato alla morte, avevo ignorato la paura e il rischio. Avevo operato, argomentato, suggerito, deciso con assoluta semplicità e naturalezza; niente era stato complicato. Mi ero sentito come un atleta perfettamente addestrato, che in gara non sbaglia una mossa. Un automatismo ludico.

Mi costa fatica confessarlo, ma in tutta la giornata non avevo pensato mai con sentimento di pietà o di tristezza a coloro che morivano.