Da La guerra al Fronte Russo, Giovanni Messe, Ugo Mursia Editore, Milano, 2005

 

La guerra al Fronte Russo copertina[...] approfittando di un periodo di calma assoluta nel settore italiano e sapendo che la nuova grande offensiva, con la nostra partecipazione, avrebbe avuto inizio soltanto in luglio, chiesi e ottenni di venire in Italia per alcuni giorni.

Il comando supremo mi convocò a Roma per il giorno 30 [maggio 1942] e al mio arrivo il generale Magli, addetto al comando supremo stesso, mi comunicò che mi avrebbe accompagnato a Palazzo Venezia perché il capo del governo voleva vedermi [...].

In quei giorni il maresciallo Cavallero era ammalato ma, in seguito a un suo invito, mi recai subito a trovarlo nella sua abitazione.

Al capo di stato maggiore generale feci una dettagliata relazione verbale sulla situazione lasciata, in Russia, e in modo particolare sulle condizioni del CSIR. Sugli stessi argomenti avevo anche lasciato una relazione scritta negli uffici del comando supremo.

Si venne quindi a parlare dell'8ª Armata che era già in movimento per raggiungere il fronte russo.

Espressi a Cavallero il mio risentimento per essere stato lasciato completamente all'oscuro sui preparativi e sull'invio dell'armata, mentre avrei potuto dare utili suggerimenti, in base alla ricca esperienza di un anno di campagna.

Ricordai al capo di stato maggiore generale che era rimasta senza replica la mia proposta, avanzata durante il trascorso inverno, di rinforzare il CSIR con due Divisioni che, nella ripresa operativa di primavera, avrebbero potuto scavalcare la Pasubio e la Torino le quali, piuttosto stanche e logore, si sarebbero potute riordinare nelle retrovie.

Aggiunsi testualmente: "Meglio ancora se la Pasubio e la Torino potranno rimpatriare alla fine delle operazioni estivo-autunnali. Uomini che hanno passato un inverno di Russia soltanto con grande difficoltà potranno superarne un secondo."

Cavallero rispose con il suo consueto ottimismo, inteso a rimuovere, in mancanza di solidi argomenti, le resistenze altrui:

"Prima dell'inverno tutti i militari che entro il 31 dicembre compiranno un anno di permanenza in Russia saranno avvicendati."

"Sarebbe già qualche cosa", replicai "ma l'avvicendamento individuale non risolverebbe integralmente il problema, mentre determinerebbe in ogni caso una grave crisi nelle grandi unità. La mia proposta mirava, oltretutto, a mantenere in Russia un solo corpo d'armata, sia pure rinforzato, giacché io sono sempre convinto che l'invio di un'intera armata al fronte orientale costituisca un grave errore."

Cavallero, che fino a quel momento mi aveva seguito con attenzione e aveva risposto con calma alle mie argomentazioni, mostrò a questo punto di non gradire la mia insistenza e tagliò corto: "Le decisioni sono state prese dal Duce sulla base di considerazioni politiche ed è inutile discuterle."

Per la verità debbo aggiungere che fin d'allora ebbi l'impressione, confermatami molto tempo dopo dalla lettura dei documenti, che Cavallero fosse personalmente poco convinto dell'opportunità dell'invio dell'armata in Russia [...].

Ma egli, uomo di grande intelligenza e d'intuito pronto e sicuro, rapidissimo nell'afferrare il lato essenziale di ogni questione, si era evidentemente limitato a qualche timido tentativo per sostenere il suo punto di vista.

Quando si accorse che Mussolini era deciso a inviare l'armata ripiegò, come era sua abitudine, sulle proprie posizioni, dimenticando che sulle spalle del capo di stato maggiore generale venivano a pesare gravi e precise responsabilità personali.

 

Il mattino del 2 giugno il generale mi accompagnò a Palazzo Venezia. Mussolini, nel ricevermi, si mostrò piuttosto riservato. Il colloquio fu brevissimo. [...]

Mentre mi congedava gli chiesi di potergli parlare da solo e con maggiore calma [...]. Annotò il mio recapito e, rientrando all'albergo, trovai già l'invito a recarmi da lui per le ore 18 dello stesso giorno.

Questa volta Mussolini mi accolse con tono cordiale, in strano contrasto con il riservato e misurato comportamento del mattino. [...]

Con maggior slancio [...] Mussolini mi ripeté l'elogio del CSIR, aggiungendo: "Voi, poi, vi siete fatto rispettare dai tedeschi ed essi vi stimano. Anche per questo si era pensato di lasciarvi al comando dell'8ª Armata. Mi sembrava la soluzione più logica, dopo le prove che avete già dato. Ma poi non si è potuto."

Mi spiegò che si era "dovuto" impiegare il generale Gariboldi, da tempo disponibile per un comando d'armata.

Non ritenni opportuno entrare in tale argomento personale, accennando invece alla mia sorpresa per essere stato tenuto all'oscuro sull'approntamento della nuova unità per la Russia. [...]

"Mi permetto di ripetere a Voi quello che ho già detto al Capo di S.M. Generale: è un grave errore mandare un'intera armata al fronte russo. Se fossi stato interpellato lo avrei sconsigliato, come già lo scorso anno sconsigliai l'invio di un secondo corpo d'armata."

Mussolini mi guardò un po' sorpreso e con molta calma rispose: "Non possiamo essere da meno della Slovacchia e di altri Stati minori. Io debbo essere al fianco del Führer in Russia, come il Führer fu al mio fianco nella guerra contro la Grecia e come lo è tuttora in Africa. Il destino dell'Italia è intimamente legato a quello della Germania."

"Io sono convinto" ribattei " che un'armata di oltre 200.000 uomini si troverà molto a disagio in Russia. Le grandi difficoltà che il CSIR ha dovuto superare con i suoi 60.000 uomini si moltiplicheranno all'infinito. Il nostro scarso e antiquato armamento, la mancanza assoluta di mezzi corazzati idonei, la grande insufficienza degli automezzi, i gravi problemi dei trasporti e dei rifornimenti, resi più difficili dall'incomprensione e dall'irriducibile egoismo dei tedeschi, creeranno all'armata problemi veramente insolubili."

"Ma il comando tedesco ha promesso che agevolerà in tutti i modi l'armata italiana, della quale – quasi certamente – farà parte anche una divisione corazzata tedesca. I tedeschi hanno firmato con noi nuovi e precisi accordi, in occasione dell'invio dell'armata, e li rispetteranno."

"I tedeschi, finora, non hanno mai rispettato le convenzioni firmate tra i due governi, specialmente per ciò che si riferisce ai rifornimenti e al numero dei treni per i bisogni del CSIR. È stata una lotta continua, di tutti i giorni, per ottenere dagli alleati il rispetto degli impegni assunti. Non bisogna dimenticare che si deve a un vero miracolo se il CSIR non è stato schiacciato e stritolato in quella terribile guerra di giganti. [...] L'aver mantenuto il nostro posto con dignità, nonostante tutto, ci è costato sacrifici enormi dei quali forse in Italia non tutti si sono resi completamente conto. Anche dello stesso tremendo inverno russo si è parlato con una certa leggerezza, in Italia. Senza dubbio Voi vi preoccupate più ancora di me di non veder compromesso il buon nome del soldato italiano. Ma io temo che l'invio di un'armata, che manca dei mezzi adatti, accrescendo di tanto la nostra responsabilità, metterà a dura prova la buona fama che ci siamo fatta."

"Caro Messe, al tavolo della pace peseranno molto più i 200.000 dell'armata che i 60.000 del CSIR."

[...] Nel congedarmi, Mussolini mi disse che egli riceveva numerose lettere dai soldati del CSIR e dalle loro famiglie e che in tutte vi erano espressioni di simpatia e di affetto per me, soprattutto per le cure che portavo ai miei soldati. Quindi, improvvisamente: "Ditemi: che cosa posso fare per voi?"

"Duce, proprio ieri sera un Vostro vicino collaboratore che io vedevo per la prima volta, parlandomi di Voi vi ha attribuito questa frase: «Messe è uno dei pochi che non mi ha mai chiesto nulla.» Non so se abbiate pronunciato questa frase. A me, comunque, ha fatto molto piacere."

E Mussolini, con molta energia: "L'ho detta, ed è la verità."

"E allora perché volete che vi chieda qualche cosa proprio adesso? Vi ringrazio, ma non ho bisogno di nulla."

E Mussolini, con voce ferma: "Me ne ricorderò. Scrivetemi e ditemi sempre tutto."

E mi congedò.