Da Non prendere freddo, Luciano Vigo, Gianni Iuculano Editore, Pavia, 2000

 

Non prendere freddo copertina[Febbraio 1942, n.d.r.]

Qualche giorno dopo, al rientro da un giro d'ispezione attorno al caposaldo, fui colto da violenti dolori addominali e relativo febbrone. I dolori persistevano anche nei giorni successivi e l'ufficiale medico non riusciva a diagnosticarne la causa, poiché non erano localizzati, bensì interessavano sia il ventre che la schiena e i reni [...].

Finalmente l'ufficiale medico decise di inviarmi in ospedale. I miei ragazzi mi coricarono su di un pagliericcio sistemato dentro un carro agricolo munito di pattini e trainato da un cavalluccio russo; mi sommersero sotto un cumulo di coperte e così, in piena notte per evitare incontri con pattuglie nemiche, mi trasportarono all'ospedale da campo a Rykovo.

 

Il mattino stesso il comandante dell'ospedaletto, un giovane tenente medico, mi visitò, mi palpò, mi fece un bel po' di male, esitò tra una diagnosi di coliche renali e una di coliche intestinali e infine optò per una colecistite. Mi prescrisse qualche medicinale e la dieta lattea.

Quest'ultima prescrizione mi rallegrò alquanto, poiché mi piace molto il latte e da parecchi mesi, ormai, non avevo più potuto berne, data la scarsità di mucche superstiti in zona di combattimento. Ma il latte di cui disponeva l'ospedale era latte in polvere diluito nell'acqua. [...]

Dopo tre giorni il latte rischiava di uscirmi dalle orecchie e non so cosa avrei dato per un po' di quella pasta asciutta, di quella carne e di quel pane che venivano serviti ai miei co-pazienti, mentre alle mie narici ne giungeva l'odore tantalizzante.

Non so come sarebbe andata a finire se proprio in quei giorni, per mia buona sorte, il comandante dell'ospedaletto non fosse stato sostituito da un ufficiale più anziano, un capitano medico.

Il mattino del quarto giorno della mia degenza, il nuovo comandante fece il suo regolamentare giro di visite. Diede uno sguardo alla scheda clinica appesa alla mia branda, lesse la diagnosi e la prescrizione della dieta, ed esplose nella sacramentale domanda retorica:

"Chi è quella bestia che ha prescritto il latte ad un malato di colecistite?" Evidentemente apparteneva a una diversa scuola di medicina. [...] poiché le mie coliche persistevano, anche se meno frequenti e intense, mi trasferirono all'ospedale di Stalino per sottopormi a degli esami.

A Stalino rimasi solo due giorni: il tempo sufficiente per veder morire un ufficiale del mio reggimento. Era un giovane romano che conoscevo di vista, un ragazzo robusto, sportivo, campione di non so quale disciplina atletica dei Littoriali Universitari.

Gli si erano conficcate delle schegge di mortaio nei polmoni e non era stato possibile operarlo. Era ricoverato in attesa di morire.

Quando lo vidi era ridotto alla metà del suo peso normale, consunto, irriconoscibile. Giaceva immobile nella sua branda, con gli occhi chiusi, cadaverico, respirando appena, rantolando. Accanto alla branda, sulla cassetta da ufficiale, la fotografia di una giovane donna che reggeva in braccio un marmocchio.

Gli infermieri drizzarono attorno alla sua branda un paravento, per nasconderne la fine alla vista degli altri degenti nella grande camerata, e poco dopo spirò, dolcemente. [...]

 

Il mattino del 17 febbraio mi imbarcarono sul treno diretto a Dnepropetrovsk. Non si trattava di un vero treno-ospedale, bensì di un semplice treno attrezzato, cioè formato da due normali vagoni di terza classe, trainati da una locomotiva a vapore.

Sui vagoni non esisteva riscaldamento centrale ed erano state installate, sui pianerottoli vicino al gabinetto, delle stufe a legna raffazzonate con bidoni e tubi di lamiera.

La stufa riusciva appena a creare una piccola oasi di calore in fondo al corridoio, ma tutti gli scompartimenti erano freddi gelati, sicché a turno i passeggeri – o almeno quelli che erano in grado di muoversi – lasciavano lo scompartimento per andare a riscaldarsi, in piedi vicino alla stufa.

Io fui collocato in uno scompartimento assieme ad altri tre ufficiali, che non erano tuttavia dei malati: due di essi erano rispettivamente un capitano e un tenente dei Carabinieri, e il terzo era un sottotenente di fanteria che essi stavano traducendo in stato di arresto al Comando del C.S.I.R., per essere giudicato da una corte marziale.

Doveva rispondere del reato di insubordinazione grave, e forse peggio, per aver schiaffeggiato un ufficiale superiore in presenza della truppa.

L'episodio era noto, poiché la notizia era circolata anche in ospedale. Non se ne conoscevano i dettagli né mi fu possibile apprenderli dall'interessato, al quale dovevano aver fatto divieto di parlarne.

Durante tutto il viaggio egli rimase in silenzio, assente, apparentemente rassegnato alla sorte che lo attendeva.

Mi faceva una gran pena: pensavo a quanto duramente avrebbe pagato quello che forse era stato soltanto un gesto inconsulto, improvviso, la perdita momentanea dell'autocontrollo, i nervi che saltano quando la pressione si fa insopportabile. [...]

Chissà se i giudici militari avrebbero tenuto conto che si trattava di un ragazzo; chissà se avrebbero costituito attenuanti lo stress dei combattimenti, il freddo, le fatiche, la fame, la mancanza di sonno, i probabili insulti del superiore; chissà se avrebbero evitato di infliggergli una condanna infamante, la degradazione, il carcere militare, il marchio che ne avrebbe segnato tutta l'esistenza.

Ma già... la disciplina, l'esempio, le dure necessità della guerra.

E poi, in fondo, lui sarebbe tornato in Italia, sia pure in quel brutto modo, mentre ad altri, come me senza colpa, poteva toccare una pallottola russa in mezzo alla fronte.

Poi mi distrasse da quei pensieri e mi colpì favorevolmente il contegno dei due ufficiali dei Carabinieri: né ostilità né freddezza nei confronti di quel poveraccio... anzi, cortesia e forse comprensione. [...]

Nel tardo pomeriggio giungemmo a Dnepropetrovsk. Assieme ad altri ammalati o feriti fui trasportato all'Ospedale di Riserva n. 1.