Da La fame dei vinti, Luigi Venturini, Gaspari Editore, Udine, 2003

 

La fame dei vinti copertinaRiprendiamo la marcia sulla pista fangosa con i vestiti appesantiti dalla pioggia.

Molti non riescono a tenere il ritmo per la stanchezza, pertanto il piccolo drappello si sta allungando.

Procediamo ancora per quasi due ore, quando la guardia esclama: "Coraggio, ragazzi, stiamo arrivando a Buturlinovka!" [...]

 

[Trascorrono due giorni...] Verso sera, un'improvvisa agitazione fa correre tutti verso le loro stanze: distribuiscono il pane!

Dopo una ventina di minuti arrivano, infatti, due russini con una larga tavola su cui sono posate decine di blocchetti rettangolari di pane nero che ha la consistenza della polenta di mais. Ci assicurano che pesa trecento grammi e, dato il peso specifico dell'impasto, il suo volume si riduce a pochi bocconi. Escludendo le distribuzioni fatte in occasione del trasferimento, questo è il primo pane che riceviamo in un lager dopo tre mesi di prigionia.

Guardo e rigiro quel blocchetto con religiosa circospezione. Non so bene cosa fare: debbo mangiarlo subito in due o tre bocconi o prolungare questo pasto dividendolo in tanti piccoli pezzi e mangiarli lentamente per soffocare più a lungo i crampi della fame?

È veramente un dubbio quello che provo poiché  mentre alcuni lo stanno divorando rapidamente, altri lo stanno riducendo in sottili fettine che mangiano lentamente a una a una, mettendo a dura prova la loro volontà e generando occhiate invidiose in coloro che lo hanno già finito.

Questa è una delle dure esperienze che stiamo maturando in questo girone infernale. Le reazioni psicologiche, provocate dall'apparizione del cibo negli affamati giunti ai nostri limiti, sono sconcertanti. La sua repentina presenza lo rende quasi irreale. Ciò è confermato dal fatto che tutti noi abbiamo esitato nel consumarlo, mentre il tormento psicologico della fame ci ha costretti a comportarci fino al limite dell'assurdo, conservandolo fino alla successiva distribuzione per mantenere una piccola scorta.

Lo sforzo che necessita una simile privazione può essere compreso solo da chi sta provando cosa vuol dire rimanere giorni e giorni sotto un tormento che rende gli sguardi allucinati e incuranti dell'inferno che sta attorno.

Così come è successo ieri con la zuppa, chi non si trova al proprio posto non riceve la razione. Agli ammalati o agonizzanti, il pane è invece buttato sul cappotto che li ricopre, dove non rimane a lungo. Scrutato da occhi famelici, in breve sparisce. Un Italiano vicino di paglia mi sta raccontando che da tempo in questa o nelle altre stanze è in uso il sistema di mettersi a dormire tra agonizzanti o tra due cadaveri, per prendersi la loro razione.

Il pane, però, viene distribuito solo casualmente e colui che si tiene vicino un morto, per evidenti ragioni, non lo può tenere a lungo, perciò lo ricicla con uno più fresco. Così la giostra della morte gira!

A Buturlinovka, come a Podgornoje, circolano storie di prigionieri sorpresi  a cucinare carne umana nel cortile, e di una strana epidemia che si sta propagando nei superstiti. Si tratta di collassi improvvisi che colgono i malcapitati che, senza sintomi premonitori, si accasciano e muoiono repentinamente, portando le mani all'addome.