Da Russia 1942-1946 – Memorie di guerra e di prigionia, Mario Gullino, Edizioni L'Arciere, Cuneo, 1992

 

Quando il 18 febbraio 1942, dopo un viaggio di trentadue giorni tormentato dal freddo, il nostro convoglio – formato di trenta vagoni – giunse a Jassinovataja (sede del Comando del C.S.I.R.), fummo lieti di lasciare le vetture nelle quali avevamo viaggiato scomodi; ma nello stesso tempo provammo un senso di tristezza, perché esse rappresentavano un pezzettino della nostra cara Patria.

E guardavamo con invidia il personale addetto al treno, perché l'indomani avrebbe iniziato il viaggio di ritorno.

Purtroppo nella notte gli aeroplani russi bombardarono la stazione; il treno fu completamente distrutto e il personale vi trovò la morte, a eccezione di un ufficiale e di un soldato.

Gli alloggiamenti ove eravamo noi furono pure molto bombardati, ma per fortuna senza vittime.

Se consideriamo i 42° sotto zero e il furioso bombardamento, è il caso di dire che il benvenuto che ci diede la Russia – al nostro arrivo nella graziosa cittadina – non fu dei più accoglienti.

D'altronde non credo che avessimo il diritto di lamentarci, perché non eravamo giunti colà come semplici turisti, ma per fare la guerra al suo popolo.

Un'altra cosa che mi colpì in senso negativo fu l'assoluta mancanza, da parte nostra, di difesa antiaerea.

Era una notte di luna piena limpidissima e gli aeroplani volavano a non più di un centinaio di metri da terra; secondo il mio modesto punto di vista, anche solo con le mitragliatrici qualcuno lo si sarebbe potuto abbattere, o per lo meno [sarebbe stato possibile] disturbare la precisione del lancio delle bombe.

Quella fu per me la prima constatazione dolorosa di quanto fosse precaria la nostra preparazione militare.

 

Immagine tratta dal libro di Mario Gullino, senza riferimentiL'indomani, al Comando del C.S.I.R., un maggiore molto gentile mi domandò se nella notte avevo avuto molta paura; gli risposi che avevo avuto paura anche perché era stata la mia prima esperienza di guerra... ma che, più della paura, quello che mi aveva dato più fastidio era il senso di impotenza che avevo provato di fronte agli aerei nemici.

Aggiunsi inoltre che, se invece di trovarmi chiuso in una stanza che non rappresentava alcuna sicurezza contro le bombe, fossi stato all'aperto con un'arma in mano – anche se debole – mi sarei trovato meglio.

Siccome il maggiore insisteva ancora sullo stesso argomento, come se ne fosse ossessionato, gli dissi che in guerra non ero venuto volontario e da essa non mi aspettavo che delle cose brutte; in ogni modo avrei sempre cercato di fare il mio dovere, da buon piemontese.

Si congratulò con me e nel congedarmi mi disse che ero stato assegnato al III Btg. dell'80° Fanteria, e mi pregò di portare i suoi saluti agli ufficiali, che lui ben conosceva.

Giunto in linea lo accontentai e, quando a mensa feci il suo nome, non potei nascondere ai colleghi lo stupore per le risate che accolsero le mie parole; allora il Comandante si scusò e mi disse che il maggiore prima era nel nostro Battaglione, dal quale era stato trasferito al Comando di Corpo d'Armata... perché aveva paura.

L'argomento era scottante, specialmente per noi [ufficiali] di complemento che avevamo dovuto abbandonare i nostri cari per combattere – a migliaia di chilometri – una guerra non sentita, e per di più contro un popolo che non conoscevamo.

Io naturalmente presi parte alla discussione e dissi che il sistema di inviare nelle retrovie quelli che avevano paura era troppo comodo e non giusto.

Il Comandante rispose che, in certi casi di paurosi, il miglior modo per impedire loro di fare del danno alla truppa era quello di inviarli in luoghi più sicuri, ove potevano essere impiegati in lavori più utili; e aggiunse che, acquistando maggiore esperienza di guerra, gli avrei dato ragione.

Nei mesi successivi dovemmo constatare a nostre spese che il suo ragionamento era giusto.