Da I 900 giorni - L'epopea dell'assedio di Leningrado, Harrison E. Salisbury, Il Saggiatore, Milano, 2014

 

I 900 giorni copertinaCominciarono ad apparire in dicembre: gli slittini laccati di giallo o di rosso acceso, minuscole slitte munite di pattini, slitte fatte per lasciarsi scivolare in discesa, col paraorecchi di pelo e uno sciarpone di lana ondeggiante al vento, regali di Natale, slittini che bastavano appena a reggere un ragazzo disteso sul ventre o un bambino e una bambina aggrappati l'uno all'altra mentre volavano sulle curve gelate.

Gli slittini improvvisamente s'incontrarono dovunque: sulla Nevskij, sugli ampi viali diretti verso Ulitza Marat, verso la Nevskaja Lavra, verso Piskareskij, verso gli ospedali. Il lieve, continuo cigolio dei pattini pareva più alto e sonoro delle esplosioni. Assordava.

Sulle slitte giacevano i malati, i moribondi, i morti. [...]

In città non circolavano automobili. Soltanto pedoni, con i loro fardelli: i morti nelle bare di legno grezzo, grandi e piccole, i malati che si tenevano aggrappati ai pattini delle slitte, secchi d'acqua e fascine di legna in precario equilibrio.

 

Mentre Konascevic si faceva strada nella neve, riandava sempre più spesso col pensiero alla sua infanzia moscovita, alle strade d'inverno, agli scenari di neve, al silenzio rotto soltanto da slitte e slittini.

Non che riuscisse a scacciare dalla mente la realtà. Per quanti sforzi facesse non riusciva a dimenticare le grida di una vecchia che abitava nel suo stesso appartamento comune, che sedeva su uno sgabello sulla soglia, magra, nera, tendendo la mano, bisbigliando roca: "Pane... pane..."

Ogni volta che percorreva il corridoio, la mano si tendeva e la voce gracchiava: "Pane... pane..."

Poi la donna morì.

Ormai a Leningrado nulla era più comune della morte.

[...]

Vera Inber scoprì uno spettacolo terrificante all'ingresso di servizio dell'ospedale Erisman, accanto alle sale di dissezione. Lì, in riva al Canale Karpovka, si andava accumulando una montagna di cadaveri. Ogni giorno da otto a dieci cadaveri andavano ad aggiungersi al mucchio.

La neve cadeva e li copriva. Poi in cima al mucchio venivano gettati altri corpi, alcuni avvolti in tappeti, altri in tende, altri ancora in lenzuola.

Una volta Vera vide un minuscolo corpicino, evidentemente quello di un bambino, avvolto in carta da pacchi, legato con lo spago. A volte, da sotto la neve spuntava un braccio o una gamba, stranamente viva nel candore dei bianchi sudari.

 


 

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