Da Belogorje a Nikolajevka – Avanti il Valchiese, Luigi Grossi, Aviani&Aviani Editore, Udine, 1987

 

Avanti il Valchiese copertinaCi accolgono le sorelle della C.R.I.. Veniamo spogliati e posti nelle cuccette.

Da quanti mesi non vedevamo le lenzuola?

Cala lentamente la sera. Ci pervade un illusorio senso di tranquillità dopo tanti giorni di tensione.

Ma, verso le 21, allarme aereo. La contraerea tedesca inizia un fitto tiro di sbarramento.

Dall'interno del treno, buio per l'oscuramento, guardo fuori dal finestrino il cielo in fiamme. Le traccianti fanno l'effetto di fuochi artificiali.

Poco dopo la città è scossa dal bombardamento. Ci riprende l'angoscia; distesi sui nostri lettini non possiamo fare nulla per proteggerci, per difenderci; attendiamo di minuto in minuto la bomba che squarcerà la nostra carrozza.

Poi, pian piano, tutto torna normale; solo la contraerea continua il suo tiro rabbioso. Quanto sarà durato? Mezz'ora o dieci minuti? Il treno si mette in movimento.

Esce dalla stazione. Qua e là qualcuno si lamenta. Il ritmico rumore delle ruote sui binari mi distende e mi fa assopire. [...] I miei ricordi, fino a questo momento vivissimi, sono ora come avvolti nella nebbia. [...] Ossessivo, invece, mi ritorna anche ora alla mente e nelle narici lo spaventoso odore della cancrena da congelamento, che invadeva i piedi e le mani di molti, lo strazio della prima medicazione con le dita che si staccavano di netto, l'urgente ricovero in camera operatoria, dalla quale ritornavano con i piedi amputati o ridotti a informi tronconi [...], i chirurghi sfiniti dalla fatica, con i camici macchiati di sangue, la loro opera resa più difficile dal dondolio del treno, in corsa per la pianura cecoslovacca; le schegge estratte a freddo perché non c'era più anestetico [...].

E l'enorme fatica nello scendere dal lettino per andare alla toilette: "Cercate di andare da soli, non chiamateci.", ci avevano detto "Siamo in pochi e c'è tanto da fare ad aiutare e pulire i più gravi!"

 

E in mezzo a queste memorie, che riaffiorano nella nebbia, quasi respinte dal desiderio di dimenticare, un solo ricordo tanto dolce; l'affettuosa, umana assistenza dei medici, degli infermieri e, soprattutto, quella fraterna delle crocerossine.

Eravamo sporchi, puzzolenti, pieni di pidocchi, talora sgarbati e con i nervi a fior di pelle. Loro sempre pazienti, cortesi, comprensive, impegnate notte e giorno a lavare, pulire, a disinfettare, a distribuire acqua e medicinali, ma soprattutto sempre pronte a dire una parola buona, a calmare, a rincuorare.

"Coraggio. Ancora pochi giorni e sarete in Italia. Là ci saranno chirurghi di fama, ospedali attrezzati. Qui siamo in una situazione di emergenza. Ci sono 150 persone in più dei posti letto, ma bisognava portarvi via a ogni costo. Coraggio, il brutto ormai è passato."

Rammento quella più anziana, la comandante, sempre serena e sorridente; raccontava che aveva soccorso i nostri padri nella Prima Guerra Mondiale.

"Anche mia madre era con voi.", le avevo detto.

"Considera che ora lei sia qui, al tuo fianco.", mi aveva risposto.

E le altre, alcune più mature, altre giovanissime.

Una, fra tutte, non si concedeva riposo; sempre vigile, sempre presente a rincuorare, pulire, soccorrere, il volto distrutto dalla fatica, ma sorretta da una volontà di ferro.

"È venuta in Russia a cercare il marito, del quale non ha notizie da tempo.", ci aveva detto quella con i gradi da capitano "Ma a Kharkov non ha potuto nemmeno scendere dal treno perché siamo ripartiti subito. Dedica a voi tutta se stessa, nella speranza che qualcun altro faccia altrettanto con suo marito."

E poi ancora giorni di dolore, di febbre alta, ma ora anche di speranza; fino a quella domenica 14 febbraio, quando dal finestrino possiamo leggere un cartello: Brennero.

La tragedia sembra finita.

Ma per i più gravi, per gli invalidi, i mutilati, i ciechi, forse è appena all'inizio.

Forse anche per gli altri, perché le ferite più dolorose, le più difficili da guarire, saranno certamente quelle che ognuno di noi ha – ora – dentro di sé.

 

Cartellino rosso per treno-ospedale rimpatrio