Da Prigioniero in Russia – Un guastatore alpino nei lager sovietici – 1943-1950, Lelio Zoccai, Ugo Mursia Editore, Milano, 2004

 

Prigioniero in Russia copertinaPartiamo nuovamente il giorno 5 gennaio 1949 e a Rossoš' scendiamo io, Magnani e Della Bosca. Il capitano Magnani si è distinto a Tambov perché, quando vedeva qualcuno intento a cuocere carne sospetta, gli arrivava alle spalle e con durezza cercava di riportarlo alla ragione.

Riconosciamo il settore tenuto dalle Divisioni alpine durante la guerra. Ognuno viene sistemato in cella separata; sono mesi tristissimi di assoluto isolamento, tormentati continuamente da estenuanti interrogatori e nell'angosciosa attesa di ciò che riserva il domani.

La mia cella è una piccola stanzetta seminterrata col pavimento in legno fradicio, dove albergano un'infinità di insetti di tutte le specie, di cui divento grande amico.

Un brivido freddo mi percorre il corpo al tonfo secco della pesante porta di legno rivestita di metallo che si chiude alle mie spalle. Uniche aperture verso l'esterno: all'ingresso lo spioncino per i controlli delle guardie e una ribaltina per il passaggio della scodella di zuppa, e dalla parte opposta una bocca di lupo con uno scivolo che lascia intravedere verso l'alto una finestrella con un rettangolino di cielo dietro le sbarre. [...]

A volte sto per ore a guardare un insetto mentre scivola sul piano inclinato della finestrella e tenta invano di risalire. Una volta in cella finisce perfino un rospo, mio unico compagno in quel periodo di isolamento. I suoi tentativi estenuanti per parecchi giorni di tornare in superficie e le sue continue cadute sono per me la metafora di una libertà negata, che non riconquisterà mai più.

Forse farò la stessa fine e questo pensiero mi sprofonda nella disperazione più nera. [...]

Sono mesi molto duri, durante i quali affido la speranza di vivere a un continuo esercizio mentale di composizione di rime che, non avendo la possibilità di scrivere, sono indelebilmente incise nella memoria.

Un ufficiale dell'NKVD tenta insistentemente di farmi firmare un verbale scritto in russo senza che sia in grado di capirne il contenuto, con ampie assicurazioni che non mi succederà nulla.

"Firma," mi dice "la colpa non è tua, ma dei tuoi comandanti; tu dovevi obbedire."

Ma la mia coscienza si ribella, non posso firmare un testo senza sapere che cosa ci sia scritto e che, con tutta certezza, contiene atroci menzogne sul mio conto.

Gli interrogatori proseguono e quando esco le mia braccia sono nere per i colpi di righello subiti nel corso del confronto. Non firmo, perché non ritengo in coscienza di sottoscrivere una serie di falsità, anche se la firma mi potrebbe dare la libertà; eppure le condizioni per indurmi a firmare, imposte nei due periodi di isolamento carcerario in occasione degli interrogatori che si tengono il primo a Rossoš' e il secondo a Kiev, sono terribili. [...]

D'altra parte ordini di compiere atti criminosi non ne ho mai ricevuti, né personalmente sono stato testimone né tantomeno protagonista dei fatti che ci vogliono addebitare, e in ogni caso non mi fido dei Russi. Qualcuno, illuso di potersela cavare, firma, ma non viene liberato. E soprattutto mi ripugna l'idea che sia infangato l'onore dell'Esercito Italiano. Interessi politici spingono i Russi a costruire prove di crimini di guerra da addebitare agli Italiani; non trovandole, le inventano e chi paga di persona siamo noi, i pochi ultimi rimasti nelle loro mani, da loro ritenuti irriducibili. [...]

Un giorno trovo in cortile, durante una delle rare uscite per prendere una boccata d'aria, un passerotto nato da poco; lo raccolgo e lo metto in tasca con tutta la delicatezza possibile. Rientrato in cella, lo osservo attentamente, ne sfioro con le labbra il becco e la bestiolina, per nulla intimorita, spinge per far entrare la testolina; l'accarezzo, inumidisco un po' di mollica di pane e con un pezzettino di legno avvicino il bocconcino al becco. Non lo apre subito ma, insistendo pazientemente, infine spalanca il becco e dimostra di gradire il cibo. Ripeto l'operazione più volte con successo. Per la notte lo infilo in una calza rammendata a non finire, tanto che credo che dell'originale non sia rimasto nulla. [...] il mattino seguente, sempre con uno stecchino, gli avvicino una briciola di pane; questa volta spalanca subito il becco. Lo metto sul pavimento e avvicino l'indice. Vi salta subito sopra come fosse un rametto d'albero: siamo diventati amici e gli sono molto affezionato, lo accarezzo, lo lascio entrare con la testolina nella mia bocca, cammino e lui mi segue saltellando, ne sono innamorato: è l'unica creatura che mi vuole bene e che condivide il mio tormento. [...]

Ma un brutto giorno entrano due soldati dell'NKVD a perquisire la cella, buttano tutto all'aria e si portano via il passerotto. Sono disperato, urlo e piango; è un'azione che considero di una crudeltà inaudita. Continuo a urlare e protestare, finché arriva una donna in divisa che con perfetta calma mi dice:

"Ti piace stare in prigione? Non vorresti uscire e tornartene a casa?"

"Certo.", rispondo.

"E allora, perché – se vuoi tanto bene al tuo uccellino – lo vuoi tenere in cella?"

"Fuori morirà, è abituato a mangiare dalle mie mani.", provo a ribattere.

Discutiamo ancora un po', ma non c'è niente da fare. Conclude che la natura provvederà e se ne va.

Piango a lungo, in silenzio, covando dentro di me dolore e rabbia.