Da Né vivi né morti - Guerra e prigionia dell'ARMIR in Russia - 1942-1945, Fidia Gambetti, Ugo Mursia Editore, Milano, 1972

 

Né vivi né morti copertina[1942, n.d.r.]

30 giugno. Dopo Brest Litovsk le tracce della guerra più visibili e più fresche. Dai campi di grano e di segale spuntano qua e là i profili dei carri armati inchiodati al terreno. Stazioni e fabbricati rasi al suolo, la linea ferroviaria costellata e trapunta dai colpi delle granate aeree. Si viaggia ora con le mitraglie montate, caricate e puntate verso l'esterno ai due lati dei vagoni. Non la solita misura precauzionale di sicurezza predisposta nei programmi di marcia, ma imposta dagli spiacevoli incontri notturni con bande di partigiani, già esperimentati da quasi tutti i convogli transitati prima di noi. Armi personali cariche e con pallottola in canna, le bombe a portata di mano.

 

Luglio. Così, attraverso l'immensa, ininterrotta distesa dei campi, delle foreste, delle paludi, dalla Russia Bianca all'Ucraina fino a Gomel' e a Khar'kov, prima meta del nostro viaggio ferroviario senza imprevisti e senza avventure, e capolinea della nostra ulteriore avanzata a piedi (non per nulla facciamo parte di un reparto celere autotrasportato).

 

Primo contatto reale, materiale, a palmo di piede, con queste famigeratissime strade di Ucraina. È come camminare sulla rena delle spiagge adriatiche. Le scarpe sprofondano e restano incatenate nella sabbia. Le colonne in marcia sollevano una vera e propria nebbia fumogena, provvidenziale nella difesa dalle eventuali imboscate, ma non meno utile al nemico man mano che ci avviciniamo alla prima linea, e comunque preziosa per i suoi aerei. Il termometro segna più di 30 gradi all'ombra, smentendo l'ennesimo dei luoghi comuni.

I personaggi che s'incontrano lungo le strade, in un carosello di donne, vecchi e bambini che vanno e tornano dai bazar, trainando e spingendo – con fatica spropozionata alle loro forze – piccoli carretti o slittini rotabili, carichi non si sa di quali pesantissimi tesori segreti, sono i personaggi scalzi, allucinati, malinconici, alienati della Russia di sempre; personaggi di Tolstoj, di Turghenjev, di Puskin, di Gogol, di Cechov, di Dostojevskij [...].

Apparentemente il mugik è rimasto come era sotto il giogo amato-odiato degli zar: fatalista e indifferente, rassegnato a tutto per sempre, un essere che traina e spinge così, faticosamente da mane a sera il proprio oscuro destino lungo queste strade impossibili, senza neppure il coraggio della speranza. [...]

 

Piove. Bastano poche ore per fare conoscenza, in piena estate, anche col fango delle strade ucraine. Fango esula dall'idea che possiamo everne. Si dovrebbe dire pantano, palude, sabbia mobile. Le gambe sprofondano fino al polpaccio, le ruote degli automezzi fino all'asse. E bisogna trainarli con la forza delle braccia, le nostre.

 

Dormire, mangiare, vivere per terra non è più un impegno polemico antiborghese contro la vita comoda. Non è che il principio del ritorno all'esistenza secondo natura, alla semplicità originaria dell'animale umano costretto dalla educazione ad abitudini complicate, tortuose, ipocrite e, in fondo, niente affatto comode. I soldati sono come i fanciulli maleducati, quelli che non si preoccupano degli abiti stropicciati e delle mani pulite, delle scarpe lucide, dei capelli pettinati, delle buone maniere e del castigato parlare. [...]

 

Agosto. La guerra dov'è? La stiamo inseguendo con la lingua fuori. Il nemico fantasma, in ritirata da oltre un mese, si lascia dietro le spalle carri armati, cannoni, campi di girasole e il grano mietuto. Tutto sembra dar ragione agli ufficiali e ai soldati i quali giungono in linea convinti che il nemico è in ginocchio e basta una semplice mossa per metterlo a terra. Al più, dicono, ci fermeremo un anno come truppe di presidio nelle retrovie. Discorso che ha la sua inconscia, ma non tanto, fondatezza nei limiti dell'armamento di cui le nostre Unità sono dotate.

Gli anziani scoprono sulle labbra dei nuovi arrivati lo stesso loro sorriso di un anno fa. Un sorriso da turisti che, al primo passante, si accingono a chiedere l'indirizzo dei monumenti più celebri e più interessanti o, magari, quello delle case di tolleranza.