Questo sito è dedicato a tutti gli Italiani che furono al Fronte Russo, a quelli che tornarono e a quelli che non ebbero questa sorte. A fanti e artiglieri, a uomini del Genio e della Regia Aeronautica, a marinai e alpini, a infermieri e guastatori, a bersaglieri e cappellani militari, a carabinieri e lanciafiamme, ad autieri e veterinari, a panettieri e conducenti di muli...

A tutti, insomma. La guerra al Fronte Orientale comportò – per le famiglie di chi era partito – lutti e sofferenze, angosce, lunghe attese e speranze disilluse. Non possiamo dimenticare, però, che anche la popolazione civile dell'ex Unione Sovietica pagò un pedaggio altissimo... basti pensare all'assedio di Leningrado, durato 880 giorni, dal settembre 1941 al gennaio 1944.

Il primo inverno di assedio, quello tra il 1941 e il 1942, fu terribile. Le razioni pro-capite toccarono livelli irrisori e molti furono i casi di cannibalismo. Quando – il 22 giugno 1941 – era iniziata l'Operazione Barbarossa, Tanya Savičeva aveva undici anni e viveva a Leningrado. Insieme alla madre e ai suoi quattro fratelli e sorelle (il padre della ragazzina era morto quando lei aveva sei anni) avrebbe dovuto trascorrere l'estate in campagna, ma l'invasione da parte delle forze dell'Asse aveva mandato tutto all'aria e solo Mikhail, uno dei fratelli, era riuscito a partire.

Cominciato il blocco di Leningrado, anche i Savičev – come tutti in città – cercarono di dare un contributo: la mamma di Tanya cuciva uniformi, il fratello Leka era un progettista dell'Ammiragliato, la sorella Zhenya lavorava alla fabbrica di munizioni, mentre l'altra sorella – Nina – aiutava nel costruire fortificazioni cittadine. Gli zii Vasja e Leša erano nella contraerei e Tanya stessa, nonostante la giovane età, scavava trincee.

Un giorno Nina andò al lavoro e non tornò più: era stata evacuata attraverso il Lago Ladoga, ma i suoi familiari – rimasti senza notizie – la credettero morta. Poco tempo dopo mamma Mariya consegnò a Tanya un piccolo taccuino. Era il diario di Nina. Anche Tanya, a dire il vero, aveva posseduto un diario. Bello grosso, pieno zeppo di pensieri e di tutte le cose importanti che possono capitare a una ragazzina. Purtroppo era finito nella stufa, quando non era rimasto nient'altro da bruciare.

Tanya iniziò a scrivere sul nuovo diario. Una testimonianza molto meno conosciuta di quella di Anna Frank, e immensamente più breve. Solo nove pagine. Ho creduto opportuno, per una volta, fare un'eccezione e proporre un testo scritto non da un Italiano, ma da una bambina russa.

 

Zhenya è morta il 28 dicembre 1941, a mezzogiorno.

La nonna è morta il 25 gennaio 1942, alle tre del pomeriggio.

Leka è morto il 5 marzo 1942, alle cinque del mattino.

Lo zio Vasja è morto il 13 aprile 1942, alle due dopo mezzanotte.

Lo zio Leša è morto il 10 maggio 1942, alle quattro del pomeriggio.

Mamma il 13 maggio 1942 alle sette e mezzo del mattino.

I Savičev sono morti.

Tutti sono morti.

È rimasta solo Tanya.

Una frase in ogni pagina. Parole scarne, ma più efficaci di mille paragrafi.

Nell'agosto 1942, Tanya Savičeva lasciò Leningrado insieme ad altri 140 bambini. Finirono nel villaggio di Krasnyj Bor, a circa quaranta chilometri a sud-est di Leningrado. Di quei bambini, solo Tanya non ce la fece. A causa di ciò che aveva sofferto durante l'assedio, le sue condizioni si aggravarono sempre più, finché – trasportata all'ospedale di un'altra città, nel maggio 1944 – morì di tubercolosi intestinale, il 1º luglio di quell'anno.

 

Il fratello Mikhail e la sorella Nina sopravvissero e ritornarono in città alla fine della Seconda Guerra Mondiale. 

 

Il diario esposto al Museo Storico di Leningrado e una foto di Tanya, all'età di sei anni

 

 


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