Da 1943 - Dal Don a Nikolajewka, Gino Callin Tambosi - Elio Conighi, Reverdito Edizioni, Trento, 1992

 

Cavalli otto, uomini quaranta si leggeva sulla targhetta dei carri merci adibiti a tradotte ospedale. I feriti sono ammucchiati l'uno sull'altro, i leggeri sul nudo impiantito, i più gravi su teli da tenda stesi per traverso, sospesi a mezz'aria a mo' di amache. [...] Battono i denti per il freddo. Il rudimentale fornello, rosso da scoppiare, non dà alcun tepore per via degli spifferi d'aria. Ci si rannicchia alla meglio, stretti come sardine, nell'illusione di scacciare il freddo dalle ossa. [...]

Uno dietro l'altro ritornano i treni e le tradotte ospedale, frammischiati ai pochi convogli che riportano in Patria i resti del Corpo d'Armata Alpino. Ad ogni sosta l'assalto di una folla di mamme, papà, spose, parenti. Hanno in mano la fotografia di un sorridente ragazzone in divisa, premono agli sportelli, si accalcano sotto i finestrini. Chiedono, chiedono senza stancarsi:

"Conosce mio figlio? È Boso Giovanni, della Tridentina."

"No, mi dispiace, io ero al Quartier Generale."

"Deola, Deola Giovanni, da Canazei. Era con lei?"

"Di che reggimento?"

"Del 9º, il 9º della Julia."

"Non l'ho mai visto. Io ero all'8º."

"Prezzi Renato, della Cuneense."

"No, mi dispiace. Eravamo in tanti."

[...]

 

Gli ospedali sono sovraffollati. Il sergente Rigotti ha quaranta di febbre. Aprendo gli occhi ha scorto le facce scure dei medici a consulto. Anche un prete è venuto al suo capezzale, ma l'ha fatto scappare a urlacci.

La febbre piano piano regredisce, il medico stavolta accenna un piccolo moto di soddisfazione. È così simpatico, pensa Rigotti che, quasi quasi, lo abbraccerebbe, dopo averlo mandato a quel paese almeno una decina di volte.

Il sergente si rimette in sesto. I quattro stracci che gli hanno dato gli ciondolano addosso. È tutto pelle e ossa, sta in piedi a fatica. Riceve finalmente la sospirata licenza, saluta tutti in fretta e se ne va alla stazione. Si trascina dietro l'artigliere alpino Corrado Largaioli [...]. Con un treno lumaca raggiungono Trento. Rigotti ha avvertito la famiglia. Alla stazione, con la coda dell'occhio, ha scorto la madre e la morosa in paziente attesa.

Prima, però, vuole sistemare l'amico terribilmente indebolito. Lo affida a un milite ferroviario con tutte le istruzioni del caso. Poi ritorna sui suoi passi, giusto in tempo per sentire il dialogo tra le due donne. "At vist quei do poreti? I deve eser tornadi da la guera, per eser en quele condizion."

Neanche la mamma lo aveva riconosciuto.

 

 


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