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Ricerche di militari

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La scomparsa di Aniceto Branchini - Btg. Morbegno

18/09/2017 20:41 - 21/09/2017 14:08 #1 da Patrizia Marchesini
Abbiamo ricevuto dal signor Rinaldo Riva un bel testo in ricordo di Aniceto Branchini, che a causa dell'aggiornamento del sito U.N.I.R.R. siamo in grado di pubblicare solo ora...
Ringraziamo di cuore Rinaldo per il suo pensiero affettuoso, cui si unisce l'intera U.N.I.R.R..

Lo scorso 13 luglio Aniceto Branchini – classe 1922 – si è spento all'Ospedale di Lecco. Era alpino della 44ª Compagnia del Battaglione Morbegno, che con il 5° Reggimento alpini della Divisione Tridentina partecipò alle vicende dell’occupazione e della ritirata di Russia.
Aniceto, che ultimamente viveva a Cassago Brianza, era originario di Forcola, un piccolissimo Comune della bassa Valtellina, dove era nato il 13 ottobre 1922. Venne chiamato a combattere nella Seconda Guerra Mondiale, con altri cinque suoi fratelli, tutti più vecchi di lui, dei quali solo quattro – alla fine del conflitto – fecero come lui ritorno a casa.

Dopo avere effettuato nel gennaio ‘42 il previsto addestramento a Merano, venne inviato con i suoi commilitoni ad Almese, in Piemonte, per un ulteriore periodo di preparazione. Il 22 luglio 1942, dalla vicina stazione di Avigliana, quel contingente alpino venne imbarcato su un convoglio in partenza per la lontana Russia, che raggiunse dopo interminabili giornate di viaggio attraverso territori sconfinati.
Gli alpini del 5° vennero alla fine destinati alla difesa del medio fiume Don, e si acquartierarono – a partire dalla fine di agosto ’42 – nei pressi del villaggio di PODGORNOJE, sulla sponda ovest del fiume. Qui i soldati italiani realizzarono a ridosso del corso d'acqua delle postazioni di osservazione e difesa, collegate tra loro da una rete di camminamenti interrati, che comprendevano anche bunker sotterranei, dove si sarebbero potuti sistemare un po’ più comodamente in previsione dell’arrivo del rigido inverno russo.

Sul Don Aniceto giunse con uno dei suoi fratelli, Dionigi, che aveva due anni più di lui, arruolato nella Compagnia Comando Reggimentale del Btg. Morbegno; tale Compagnia si trovava in una posizione un po’ più arretrata rispetto alla linea del fronte. Lui invece era in prima linea e partecipava attivamente alle operazioni di sentinella, tenendo d’occhio le attività dei Sovietici al di là del fiume.
Sopportò quindi i duri turni di guardia durante le rigide notti dell’inverno russo, nelle quali la temperatura scendeva ben oltre i 20 gradi sotto lo zero e i nostri soldati, spesso equipaggiati in modo non adatto a quel clima, potevano rimanere immobili in osservazione per non più di mezz'ora, pena il congelamento.

Partecipò con successo anche a operazioni di contrasto a pattuglie sovietiche in avanscoperta, riuscendo a catturare un preziosissimo fucile mitragliatore “parabellum”. In una di queste azioni venne pure ferito al volto dalla vampa di una granata e in seguito a questo fatto passò un periodo di convalescenza in una casa di civili russi, incaricati di curarlo.

La sera del 17 gennaio ’43, quando cominciò la ritirata delle truppe alpine stanziate sul Don, Aniceto si trovava di nuovo in prima linea e venne assegnato alla retroguardia, costituita da un terzo delle truppe effettive, che avrebbero dovuto favorire e proteggere il ripiegamento dei loro compagni mettendo in atto azioni di mascheramento nelle postazioni sul fiume. Poco prima il fratello Dionigi lo aveva raggiunto dalle retrovie e salutato in lacrime, perché era convinto che non lo avrebbe più rivisto, dato il compito che gli era stato affidato.
Invece nel pomeriggio del giorno seguente – dopo avere lasciato nella notte, secondo gli ordini, le postazioni in linea – Aniceto e i suoi compagni raggiunsero il resto del Battaglione a PODGORNOJE, dove erano in atto azioni di saccheggio e incendio dei magazzini, perché non cadessero intatti nelle mani dei Russi. Era infatti ormai chiaro che i nostri soldati erano chiusi in una sacca, dalla quale sarebbero usciti solo con grande difficoltà, e decimati.

A PODGORNOJE Aniceto incontrò di nuovo il fratello Dionigi, che gli andò incontro felice (dopo che aveva disperato di rivederlo), portandogli in dono un giubbotto foderato di pelle di agnello o capretto (con il quale lui si “sentiva un re”) e promettendogli che da lì in poi sarebbero tornati a casa insieme... Quella, invece, fu l’ultima volta che lo vide. Dionigi, venne infatti catturato dai Russi e morì il 28 marzo 1943 nel campo 67 di Bostianovka (o Basianovka), come si venne a sapere solo di recente.

Seguirono i drammatici giorni della ritirata, caratterizzati da ripetuti combattimenti, sostenuti in condizioni climatiche proibitive e contro un avversario ben più dotato di uomini e mezzi, deciso a ostacolare in ogni modo il cammino delle nostre truppe, sempre più esauste.
Dopo ore di marcia si cercava riparo dal freddo nelle poche isbe lungo il percorso, spesso troppo piccole per ospitare tutti; anche il cibo a disposizione era scarso, così che ciascuno si arrangiava come poteva. Aniceto riuscì a recuperare un sacchetto di zucchero da una slitta tedesca, che insieme alla neve costituì per parecchi giorni a seguire la sua unica fonte di sostentamento. Grazie a questo zucchero che lui custodiva con grande cura, riuscì a salvare e a riportare in Patria un valligiano suo conoscente, classe 1912, che aveva incontrato sfinito ai lati della pista e che era riuscito a rinvigorire con il prezioso alimento.

Alla fine di gennaio i sopravvissuti raggiunsero, dopo quasi duecento chilometri di marcia, i primi avamposti italiani nei pressi di Bolsche Troizskoje, dove alcuni ufficiali avevano l’incarico di smistare i soldati a seconda del reparto di appartenenza e della loro capacità di movimento. I feriti e i congelati più gravi venivano caricati sulle poche ambulanze a disposizione, mentre i soldati ancora in grado di camminare – e Aniceto era tra questi – proseguirono il cammino a piedi per altri quattrocento chilometri, fino a Gomel’ dove li aspettavano le tradotte dirette in Italia.

Tornati in Patria e superata la contumacia prevista per prevenire possibili epidemie, Aniceto venne assegnato alla ricostruita 44ª Compagnia e verso la fine dell’estate del '43 raggiunse con il proprio contingente alpino San Candido, in Trentino Alto Adige. La locale caserma però non era in grado di contenere tutte le truppe e fu così che la 44ª venne fatta accampare in un pianoro sovrastante, da dove poté assistere – all’indomani dell’8 settembre 1943 – all’arrivo dei Tedeschi e alla cattura degli alpini delle altre Compagnie che invece avevano trovato posto nella caserma.
I membri della 44ª riuscirono così a sottrarsi alla cattura, superando il Passo di Monte Croce di Comelico e raggiungendo Longarone, dove la Compagnia si sciolse e ognuno venne lasciato libero di prendere la propria iniziativa.
Con alcuni compagni Aniceto riuscì a recuperare degli abiti civili e in tre giorni di treno arrivò finalmente a casa, in Valtellina, da dove non si mosse più per il resto della guerra.

Aniceto Branchini era membro dell'U.N.I.R.R. di Lecco dalla sua fondazione nel 1985 e aveva sempre partecipato attivamente alle iniziative di commemorazione e testimonianza promosse dalla Sezione. Tre anni fa era stato protagonista della cerimonia di assegnazione della Medaglia d'Oro al Labaro dedicato ai familiari dei Caduti e dei Dispersi della Campagna di Russia, svoltasi presso il Comune di Cassago Brianza.
A lui va il sentito ringraziamento da parte della Presidente sezionale Enrica Zappa e di tutti quanti l’hanno conosciuto.

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Moderatori: Patrizia MarchesiniMaurizio Comunello